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Santoro e Berlusconi a #serviziopubblico: chi vince e chi perde

CHI VINCE

  1. Vince Berlusconi, perché – solo contro tutti in un’arena che i più presupponevano avversa – non si fa mettere nell’angolo, ma agisce (più che reagire) con vigore, vivacità, rinnovata capacità di ridere e far ridere. Prende la scena, addirittura in certi momenti pare sostituirsi alla regia. A Servizio Pubblico, ieri, Berlusconi ha recuperato più voti che da Vespa il giorno prima: voti di ex elettori che fino a ieri erano magari dubbiosi, ma guardando la trasmissione di Santoro (non la guardano quasi mai, ma per l’occasione sì) si sono convinti che il loro leader è ancora brillante, capace, vincente. Secondo Roberto Weber, presidente di Swg, “dopo la presenza televisiva da Santoro, Berlusconi è cresciuto ancora, forse di un paio di punti”.
  2. Vince Santoro perché la presenza di Berlusconi in trasmissione (agognata per anni) gli regala un boom di ascolti: «Sono stati 8.670.000 gli spettatori di Servizio Pubblico, andato in onda ieri su La7, pari al 33,58% di share. Santoro ha polverizzato il record d’ascolti di La7, dopo aver sfiorato l’impresa all’esordio del suo programma, il 25 ottobre 2012, con 2.985.000 spettatori e il 12.99% di share, avvicinando il risultato ottenuto dalla prima puntata di Quello che (non) ho di Fabio Fazio e Roberto Saviano (3.036.000 spettatori e 12,66% di share), andata in onda il 14 maggio 2012».
  3. Vincono la politica pop, l’informazione spettacolo, il cabaret, che culminano nella scena finale di Berlusconi che, prima di tornare a sedersi sulla sedia occupata per qualche minuto da Travaglio, ostenta di pulirla accuratamente, prima con i fogli di carta che ha in mano, poi con un fazzoletto che estrae dalla tasca.

Berlusconi da Santoro

CHI PERDE

  1. Perdono il giornalismo d’inchiesta e il fact checking: le domande sono deboli, mai incalzanti, persino Travaglio si limita ai soliti monologhi e ammette «che non gli vengono domande». Un esempio – tanto banale quanto sconcertante – di mancato fact checking. All’inizio della trasmissione Santoro manda il video d’inizio novembre 2011, quando Berlusconi negava la crisi sostenendo che «i ristoranti sono pieni». Berlusconi replica dicendo che nel 2009 lui parlava così perché la situazione era molto diversa: nessuno che gli abbia fatto notare che lui negava la crisi a fine 2011, e cioè pochi giorni prima di dimettersi, non solo nel 2009.
  2. Perdono le donne – povere donne, come sempre da Santoro – perché Giulia Innocenzi e Luisella Costamagna, di solito nelle retrovie, sono state gettate nell’arena in quanto donne, bionde e belle, solo per solleticare le fantasie pruriginose di coloro che – ingenui – immaginavano che Berlusconi potesse fare autogol con qualche complimento o battutina rivolta alle loro grazie. Autogol che ovviamente non è mai arrivato. Mica scemo.
  3. Perde la politica, perde l’informazione: ieri molti si sono divertiti, alcuni rattristati, ma chi, oggi, ricorda un solo concetto, un punto programmatico, chi può dire di aver imparato qualcosa di nuovo, di avere oggi un’informazione più di ieri?

I «sondaggi» di Santoro su Facebook. Poveri sondaggi. Povero Facebook. E poveri spettatori

Santoro va su internet e a qualcuno in redazione viene una brillante idea: mescoliamo il «vecchio» della televisione generalista con il «nuovo» di Facebook, presentiamo cioè sondaggi come sempre si fa in tv, ma, invece di spendere soldi per commissionare sondaggi veri a un istituto di ricerca vero, usiamo gli strumenti di Facebook.

Insomma, invece di fare sondaggi letterali (su campioni statistici rappresentativi), facciamo sondaggi metaforici (sui fan della pagina di «Servizio pubblico», che rappresentano solo se stessi), perché tanto la gggente a casa non nota la differenza. Grande idea, devono essersi detti in redazione: poca spesa molta resa. Ecco allora come funzionano i sondaggi Facebook di «Servizio pubblico».

Prima puntata, 3 novembre 2011. Prendi una domanda a cui sai già in partenza che il tuo pubblico darà, a stragrande maggioranza, una certa risposta (vedi anche cosa ne ha scritto il giovane blogger Lorenzo Tondi). Lanciala su Facebook, ottieni la risposta che volevi, mostrala in trasmissione.

L’effetto è una piacevole conferma per tutti: per Santoro, i suoi fan su Facebook e gli spettatori che lo seguono in tv. Serve a dire «Siamo ancora qui, siamo sempre gli stessi, pensiamo sempre le stesse cose tutti assieme». E vissero felici e contenti. Ottimo per cominciare un nuovo programma tv. Ecco i sondaggi della prima puntata, nell’ordine in cui sono stati fatti (clic per ingrandire):

Sondaggio Santoro Facebook 1

Sondaggio Santoro Facebook 2

Sondaggio Santoro Facebook 3

Seconda puntata, 10 novembre 2011. Prendi ancora una domanda a cui sai già che il tuo pubblico risponderà in un certo modo, ma stavolta con una maggioranza non troppo schiacciante: «Siete favorevoli al governo presieduto dal neosenatore a vita Mario Monti con Pdl, Pd e Terzo polo?» (clic per ingrandire):

Sondaggi Santoro su Facebook seconda puntata 1

Invita un ospite che dà una risposta esattamente contraria a quella che ha appena vinto, ma lo fa motivando la sua contrarietà con argomenti che sai in partenza che potranno piacere al tuo pubblico. Dopo di che, rifa’ la stessa domanda e mostra ancora una volta ciò che già sapevi: il tuo pubblico avrà cambiato idea, votando la risposta contraria alla prima. Serve a mostrare la potenza di persuasione di Santoro e della sua trasmissione, serve a dire a tutti: «Guardate come ammaestro il pubblico».

Nel caso di ieri l’ospite era il blogger Claudio Messora (Byoblu), che ha dipinto Mario Monti come «uomo della finanza mondiale e delle banche». La seconda domanda infatti era «Mario Monti presentato dal blogger Byoblu come uomo della finanza mondiale e delle banche. Siete ancora d’accordo sul governo tecnico affidato a lui?». Ecco il risultato, opposto al primo (clic per ingrandire):

Sondaggi Santoro su Facebook seconda puntata 2

Infine chiudi con una domanda per cui ancora una volta prevedi una schiacciante maggioranza di risposte in una certa direzione, ma stavolta perché ciò che hai detto in trasmissione porta inevitabilmente a quella conclusione. Serve a ribadire la potenza persuasiva della macchina Santoro, non solo per far cambiare idea alle persone, ma più in generale per formare opinioni. La domanda è «I super ricchi devono comprare i titoli di stato italiani e tenerli per 5 anni allo stesso tasso dei bund tedeschi?»:

Sondaggi Santoro su Facebook seconda puntata 3

Insomma Santoro vince sempre, ma nel frattempo:

  1. si straccia il concetto di sondaggio: se io fossi una studiosa di statistica, mi arrabbierei molto per questo grave travisamento della disciplina e dei suoi strumenti, e mi metterei d’accordo con alcuni colleghi rappresentativi per mandare una lettera di protesta pubblica e formale a Santoro;
  2. si usano in modo banale i social media: con tutte le belle cose che si potrebbero fare per mescolare vecchi e nuovi media, proprio questi finti sondaggi dovevano propinarci?
  3. si finge di essere aperti alle opinioni dei propri spettatori, ma in realtà se ne dà una pessima immagine, come fossero scimmiette ammaestrate;
  4. si dà la solita immagine del «popolo di Facebook» come fosse un’entità unica e scema, che si muove al primo cenno di un capo. «Abbiamo chiesto a Facebook», dice sempre Giulia Innocenzi o chi per lei. Loro chiedono e Facebook esegue.

 

«Servizio pubblico»: il medium è il messaggio, ma il vecchio si rinnoverà o schiaccerà il nuovo?

Visto Santoro ieri. Letto cosa ne dicono giornali, siti, blog e social media oggi. Il termine rivoluzione è quello più usato: Santoro e i suoi fan lo usano letteralmente, i detrattori ci mettono le virgolette, come a dire «molto rumore per nulla».

Santoro Servizio Pubblico

Non mi aspettavo da «Servizio pubblico» novità di contenuto, visto il lancio sul sito (vedi La nuova tv di Santoro sul web: dove sta la differenza?). D’altronde non ce n’erano state nemmeno in «Rai per una notte» (vedi Santoro: nuovo medium, vecchio messaggio).

Ma è sbagliato minimizzare l’evento. La novità di «Servizio pubblico» – come quella di «Rai per una notte» – è infatti il mezzo, non il messaggio, o meglio la molteplicità di canali e piattaforme attraverso cui la trasmissione è diffusa: decine di tv locali, radio, siti internet, più i social media che propagano e «viralizzano» la diretta. C’è stata addirittura la diretta via sms: Franco Bechis, vicedirettore di Libero, unico ospite diciamo «non di sinistra» della trasmissione, mentre era lì mandava sms che Libero pubblicava (vedi «Il ritorno di Santoro, diretta sms di Bechis»).

Sta dunque nel medium la rilevanza di «Servizio pubblico». Piaccia o non piaccia Santoro, se ne apprezzino o meno i contenuti, non si può fingere che l’esperimento non inciderà sul rapporto della vecchia televisione con i nuovi modi di fare informazione via internet.

Inciderà. E su questo ho una speranza e un timore.

Speranza: spero che la barcata di soldi e attenzioni che Santoro porta su internet serva a promuovere la cultura di rete in questo paese, che invece è, come sappiamo, indietro rispetto alla media europea e molto rispetto al nord Europa e agli Stati Uniti. Spero che serva a valorizzare l’idea di una rete libera, polifonica, sempre più ricca di contenuti e sempre più accessibile in tutti i sensi: economico, infrastrutturale, culturale.

Timore: temo che Santoro possa appesantire ulterioremente l’incidenza dei vecchi media su internet, che già in Italia è notevole. Già le testate giornalistiche tradizionali – più o meno camuffate di novità – si ritagliano la fetta maggiore di visite, consensi, attenzioni sui media tradizionali e introiti pubblicitari. Già i brand nazionali e multinazionali imperversano su Facebook (non dimentichiamo che ai primi posti nelle classifiche delle pagine con più «mi piace» stanno sempre cantanti, attori, marchi commerciali).

Ora che un brand della tv generalista sbarca su internet non è che, invece di rinnovarsi lui, appannerà di vecchiume la rete e i social media?

Anche perché è vero che – come diceva Marshall McLuhan – «il mezzo è il messaggio» e l’esperimento di Santoro lo sta dimostrando per l’ennesima volta. Ma è anche vero che, se non vogliamo banalizzare McLuhan come molti fanno, il messaggio non è solo il mezzo, casomai è anche il mezzo.

Detto in altri termini: se i contenuti del programma di Santoro continueranno a restare identici a quelli che andavano in Rai, cosa accadrà? L’attenzione verso «Servizio pubblico» andrà scemando perché la parte più innovativa e vitale della rete lo boccerà come stantio, o piuttosto comincerà a diffondersi anche in rete l’idea che, se vuoi fare una web tv, devi prendere pari pari il modello della televisione generalista? Devi imitarne a tutti i costi formati, stili e linguaggi?

Altratv logo

Che ne sarà per esempio delle circa 600 micro web tv italiane censite da Altratv.tv? Oggi su queste microtelevisioni pullulano esperimenti interessanti – alcuni anche brillanti – per varietà e creatività. Pochi conoscono le micro web tv, perché certo non fanno gli ascolti di Santoro. Ma come usciranno dal confronto col panzer? Ne saranno rafforzate perché Santoro riuscirà a tessere alleanze con loro senza schiacciarle, anzi imparando da loro? Saranno assorbite? O rese ancora più irrilevanti e dunque di fatto cancellate?

 

La nuova tv di Santoro sul web: dove sta la differenza?

Ci siamo: da qualche giorno è on line Serviziopubblico.it, che lancia la nuova trasmissione di Michele Santoro «Comizi d’amore» (a proposito: cosa dice Vendola del fatto che gli ha soffiato il titolo? Immagino poi che Pasolini si rigiri nella tomba). Il programma andrà in onda dal 3 novembre fra siti internet, Sky e tv locali, ed è prodotto da una società che include anche Il Fatto Quotidiano.

In rete già infuriano le polemiche fra chi ama Santoro e chi lo detesta. Pochissimi i commenti razionali e ragionevoli: come sempre, quando si tratta di Santoro, purtroppo gli insulti e le invettive prevalgono. Mi piacerebbe invece che in questo spazio riuscissimo a ragionare in modo pacato. Di solito – per fortuna ma non per caso – ci riusciamo.

Due sono gli spunti che propongo. Che senso ha, per un uomo di televisione navigato come Santoro, uno che si muove da decenni nel mercato dei media e della politica, uno a cui il potere e i soldi non mancano, assimilare se stesso al giovane tunisino Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante che il 17 dicembre 2010 si è dato fuoco, dopo che la polizia gli ha confiscato le merci?

Io quando ho sentito ‘sta roba ci sono rimasta male. Molto:

«Mi sento come quel tunisino da cui è nata la rivolta nel Maghreb. Che andava a vendere la frutta e la verdura al mercato e che, visto che lo Stato metteva tasse e gabelle insostenibili, si è dato fuoco. Anche noi siamo con il carrettino a cercar di vendere la nostra frutta e la nostra verdura su Internet, sulle tv a diffusione regionale, su Sky e potrebbero esserci pressioni governative per limitarci o per impedirci di andare in onda. Solo che noi non ci daremo fuoco e faremo il nostro programma lo stesso.»

Ieri mattina ho fatto l’errore di postare frettolosamente su Facebook un pezzo scritto da ilNichilista, che chiudeva dicendo:

«Io non so se Santoro si renda conto dell’incredibile mancanza di rispetto del suo paragone verso chi è davvero oppresso, verso chi è disposto a rinunciare alla propria vita (e non a una trasmissione in prima serata) per denunciare la sua mancanza di libertà.»

Anch’io mi chiedo la stessa cosa. Ma ieri mattina sulla mia bacheca è scoppiato il finimondo. Proviamo a ragionarci con calma?

Ho anche un’altra domanda però. La prima (ehm) inchiesta di «Comizi d’amore» è un’intervista di Francesca Fagnani a Imane Fadil, testimone nel processo Ruby.

La ragazza difende Berlusconi: parla di Ruby come di «una ragazza che avrebbe potuto creare problemi», «in grado di ricattarlo», dice che erano le ragazze a voler stare con Berlusconi, non viceversa. Dice che lo voterebbe eccetera.

E allora mi chiedo: che differenza passa fra questa intervista e quella che fece Alfonso Signorini a Ruby su Mediaset, da tutti additata come un atto di cortigianeria?

Io da un programma che sbarca sul web per essere «libero» e da una tv che si propone come nuova e alternativa non mi aspetterei mai, per cominciare, l’ennesima intervista a una escort (penso anche a quella che «Annozero» fece a Patrizia D’Addario il 1 ottobre 2009).

Ma Santoro, che vuole sollevare subito un bel polverone, ovvio che lo fa. E allora?

Francesca Fagnani intervista Imane:

Signorini intervista Ruby (da un servizio del Tg1, perché non trovo più l’originale):

Prima parte dell’intervista a Patrizia D’Addario, «Annozero» 1 ottobre 2009:

La violenza in Libia vista dal salotto di Santoro

È un po’ che rifletto sulla spettacolarizzazione della violenza in tv e sulla sua particolare declinazione, che è la violenza in piazza.

Poiché il sangue e la morte sono un buon modo di fare audience – come dimostrato dai fatti di Avetrana, su cui la nostra televisione ha vissuto per mesi – ciò che sta accadendo in Libia, con centinaia e forse migliaia di morti al giorno, offre dovizia di spunti quotidiani.

Mentre le persone in carne e ossa vengono ferite, uccise, massacrate nelle strade e piazze libiche, la nostra televisione monta – in nome della notizia – le loro immagini, opportunamente ritagliandole, zoomandole, rallentandole in slow motion (così aumenta il senso di estraniazione), commentandole con musica (così aumenta l’impatto emotivo), inquadrandole come sigla di apertura o chiusura del talk show di turno, mentre i nomi di giornalisti, registi, conduttori scorrono in sovrimpressione.

È una strumentalizzazione che non mi piace, mi disgusta. Trovo che ci siano modi molto più sobri di mostrare e commentare le immagini tragiche.

Guarda per esempio la «Copertina» della puntata di Annozero del 24 febbraio scorso, dopo che Michele Santoro ha dato il via allo show («Annozero può cominciare!»), con tanto di gesto euforico.

Si noti, fra l’altro, la strumentalizzazione in chiave di politica interna dei giovani libici che manifestano davanti all’ambasciata libica a Roma, poi ospitati in studio, dove ripeteranno le invettive contro Berlusconi. Quanto è credibile la spontaneità delle loro parole?

 

Bersani dopo Travaglio

Ho visto anch’io la puntata di Anno Zero dello scorso 29 aprile, quella in cui Travaglio «le ha suonate» a Bersani.

Non l’ho finora commentata, solo perché non mi piacciono lo stile, il linguaggio e i toni con cui Travaglio «le suona» ai politici. Non mi piacciono perché – anche se alcuni contenuti possono a volte essere condivisi – il modo in cui li esprime non porta a nulla, se non ulteriore turpiloquio nelle piazze e su internet, ulteriore e vacuo (=senza proposte concrete) risentimento contro la politica in generale, ma in compenso ulteriori atti di adorazione per lo stesso Travaglio e ulteriori vendite dei suoi libri.

Ma leggendo gli innumerevoli commenti positivi che sono apparsi in rete non tanto – per una volta – su «come Travaglio le ha suonate a Bersani», quanto sulla reazione dura e appassionata di Bersani, non posso tacere ciò che mi è apparso chiaro immediatamente: preso dalla rabbia, Bersani quella sera ha parlato per qualche minuto in modo semplice, netto e incisivo e, pur non dicendo cose nuove né per me convincenti, ha però abbandonato per una volta il linguaggio da burocrate che di solito usa.

Peccato che, subito dopo, si è ripreso e ha ricominciato col burocratese.

Non ce la fa a mollarlo, no.

Sul linguaggio di Bersani avevo scritto qui:

La doppia negazione di Pier Luigi Bersani, 12 gennaio 2010

Puoi vedere (o rivedere) e analizzare la sequenza Travaglio-Bersani qui:

Il berlusconismo di Luttazzi

Fra i numerosi commenti arrivati al post Santoro: nuovo medium, vecchio messaggio, seleziono – perché lo trovo acuto e condivisibile – quello di Davide, 20 anni, studente di Scienze della Comunicazione.

Acuto perché ben evidenzia come e quanto la performance di Luttazzi – da molti osannata – in realtà non faccia che riprodurre il celodurismo e berlusconismo più bieco. Che nemmeno i berlusconiani e leghisti più accorti sottoscrivono: alcuni perché ne sono davvero distanti, altri perché – più furbi di Luttazzi – pur condividendolo, non lo fanno vedere per darsi un look da “partito dell’amore”.

Ma per difendere quale satira e libertà di espressione ci si deve ostinare a rappresentare rapporti sessuali aggressivi, in cui c’è qualcuno che fa male mentre qualcun altro (donna o uomo che sia) gode del dolore? So bene che esiste il sado-masochismo e che si può usarlo per costruire metafore e diverse altre figure retoriche (dall’iperbole all’ironia), ma che senso ha, per un comico che si vuole alternativo e “di sinistra” (ammesso che significhi qualcosa), farvi appello per l’ennesima volta, quando la stessa identica cosa fanno, da oltre quindici anni, campagne pubblicitarie alla D&G (ma persino Pittarello!), video e film più o meno hard, barzellette da Bagaglino e affini?

E come può, Luttazzi, pensare di corrodere con la satira il sistema videocratico che lo ha censurato, se ne condivide e addirittura amplifica gli assunti culturali più beceri? Chi sta prendendo in giro? Se stesso o gli altri?

Nelle parole di Davide:

«È da  venerdì sera che rimugino, e ho bisogno di esprimere la mia disapprovazione sull’intervento di Luttazzi, in particolar modo nella sua parte iniziale: la minuziosa e ossessiva “sodomitica descrizione”.

Passi il gergo quotidiano, pregno di disprezzo maschilista e feticista nei confronti dell’individuo (chiunque esso sia) che svolge un ruolo “passivo” durante il coito (prenderlo nel c**o = umiliazione, dolore, perdita di dignita e onore).

Il discorso di Luttazzi per me ha rappresentato un’esaltazione offensiva e pericolosa di questa concezione della copula anale. In primo luogo per la parafiliaca minuziosità della descrizione, poi per la metafora del seviziatore sadico e orgoglioso che infligge la pena fallica al sottomesso, sofferente ma compiacente seviziato

L’ilarità e l’approvazione del pubblico è scaturita dalla condivisione automatica di questa concezione del rapporto anale, che è passata del tutto inosservata: il sadismo berlusconiano di cui parla Luttazzi è innanzitutto nella sua testa e in quella dei suoi interlocutori.

Tant’è che Luttazzi si è riferito fin dall’inizio a “quello che fate con la vostra ragazza”, e tant’è che Berlusconi stesso fa uso più o meno velatamente di un’enciclopedia simile per mietere lui stesso consenso tra i suoi fan.

Il piacere stesso del rapporto sessuale così concepito scaturisce non tanto dal coito in sé, quanto dal perverso gioco dei ruoli e dalla presunta sofferenza del seviziato.

Si potrebbe estendere il discorso all’infinito. È un’idea dell’analità pericolosa e radicata: oltre che a reggere la metafora berlusconiana di venerdì sera, tiene anche in vita una serie di nevrosi, perversioni e pregiudizi omofobici, misogini e machisti diffusi.

Credo che l’ossessività stessa con la quale viene trattato l’argomento sia la prova evidente di questo feticismo ignorante, sadico e crudele.

Vorrei che si fosse capito che il problema a cui mi riferisco non è tanto “estetico” quanto semantico.»