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A Natale fatti un regalo: usa Facebook con meno ingenuità

Un altro libro che consiglio di regalare (e regalarti) per Natale è Nell’acquario di Facebook, del gruppo di ricerca Ippolita. Sono gli stessi che nel 2007 pubblicarono Luci e ombre di Google, mettendo a nudo il falso mito del motore di ricerca più usato al mondo: l’obiettività e esaustività dei risultati. Oggi siamo tutti più consapevoli dei giochetti di Google per farci «sentire fortunati»: profilazione, tracciamento della navigazione e via dicendo, ma nel 2007 in Italia di queste cose non parlava quasi nessuno, a parte gli informatici. (E tuttora, va detto, quando racconto come funziona Google agli studenti, molti spalancano gli occhi e fanno ooohhh. Alla faccia dei nativi digitali).

Stavolta Ippolita mette a nudo vizi e trappole di un uso acritico e compulsivo di Facebook, spiegando tutto, oggi come allora, con grande chiarezza e riuscendo sempre ad aprire il discorso informatico ai non addetti ai lavori. Faccio solo due esempi. Sul default power:

Nell'acquario di Facebook

La stragrande maggioranza di utenti Facebook lascia invariate le impostazioni di default […]. Quando queste impostazioni cambiano, come è avvenuto ad esempio nel 2012 più volte per le impostazioni di privacy […], la maggior parte lascia le nuove impostazioni di default. Questo è il default power: il potere di cambiare la vita online di milioni di utenti cambiando pochi parametri. […] Al prossimo login, il nostro profilo online potrebbe essere molto diverso da come lo conosciamo: un po’ come se, rientrando a casa, scoprissimo che l’arredamento è cambiato, le cose non stanno più al loro posto. Questo è il presupposto che dovremmo sempre tenere presente quando parliamo di reti di massa: nessuno di noi vuole essere parte della massa, ma quando usiamo queste reti, siamo la massa. E la massa è soggetta al default power. (p. 2 del pdf)

Sui tecnoentusiasti e i rischi dell’atteggiamento opposto:

L’entusiasmo nei confronti delle reti, e della socialità in rete soprattutto, è un classico fenomeno che si verifica puntualmente quando emerge una nuova tecnologia mediatica. In effetti, a ogni ondata tecnologica, eserciti di esperti e futurologi si precipitano a magnificare le sorti progressive dell’umanità, svelando di aver compreso la logica intrinseca di questa o quella tecnologia. […] L’euforia mediatica è sempre mal riposta, perché si basa sul principio taciuto del determinismo tecnologico, una fede saldamente illuminista per cui l’informazione è emancipatrice, la conoscenza e le idee rivoluzionarie, il Progresso un orizzonte ineludibile. […]

D’altra parte va scongiurato anche il rischio opposto, ovvero l'”insulso rifiuto di considerare che alcune tecnologie, per loro stessa essenza, sono più portate a produrre determinati risultati sociali e politici rispetto ad altre, una volte immerse in un ambiente sociale favorevole” (Eugeny Morozov, The Net Delusion. The Dark Side of Internet Freedom, 2011, p. 283). Si dice che tutto dipende dall’uso che si fa di una tecnologia, perché la tecnologia in sé non è né buona né cattiva, è neutrale. Falso. La tecnologia non è affatto neutrale: ogni strumento ha caratteristiche specifiche che vanno analizzate e discusse in maniera specifica. (ivi, p. 8)

Quali sono i risultati sociali che Facebook produce su di noi? Te lo spiega Nell’acquario di Facebook, di Ippolita.

Le finte opposizioni del caso Vasco vs. Nonciclopedia

La polemica Vasco Rossi vs. Nonciclopedia che ieri ha infestato la rete si è ridotta in poche ore a una banalizzazione del tipo: Vasco Rossi, «vegliardo milionario sull’orlo del declino», ha censurato la «libera satira degli innocenti e squattrinati ragazzini che scrivono su Nonciclopedia».

Vasco vivere o niente

Gli insulti contro Vasco che ieri arrivavano sulla sua pagina fb erano tutti più o meno così (e ti evito il peggio): «Fai ritirare la querela, Vasco, dimostra di non essere una vecchia rockstar isterica e in declino», «Ti sei scavato la fossa da solo, mettersi contro la Rete è un suicidio e tu che sei in palese declino hai perso la testa», «Vasco è un vecchio bavoso tossicomane». E così via.

Preciso che qui non è in questione l’essere fan o meno di Vasco Rossi. I problemi sono altri e riguardano:

  • la finta opposizione fra età della vita: Vasco «vecchio» vs. Nonciclopedia «giovane»;
  • la finta opposizione fra nativi digitali che, in quanto nati in un mondo già informatizzato, sarebbero bravi a usare la rete, e migranti digitali che, in quanto nati dopo, sarebbero invece imbranati: Vasco «migrante imbranato» (perché denunciando Nonciclopedia fa autogol) vs. Nonciclopedia «nativa» (che sa come funziona la Rete con la maiuscola);
  • la finta opposizione fra censura (quella di Vasco con gli avvocati) e libertà di espressione (quella di Nonciclopedia);
  • la finta opposizione fra chi fa e capisce la satira e chi non capisce/ride/sta al gioco.

Sui dettagli del caso Vasco vs. Nonciclopedia rimando al bell’articolo di Matteo Pascoletti su Valigia Blu: Se Vasco Rossi denuncia Puzza87 & C.

Aggiungo che:

  • Vasco (59 anni, migrante digitale) si muove su Facebook in modo magistrale, da cui molti nativi hanno molto da imparare, come ho già scritto in Vasco: un bicchiere di verità in un mare di comunicazione. E lo fa in modo perfettamente coerente, da un lato, con la sua personalità, dall’altro, con la strategia di comunicazione più ampia che riguarda la promozione della sua musica e delle sue attività. Un mix di autenticità e sapienza comunicativa che l’ha sempre contraddistinto. (Sull’uso di Facebook da parte di Vasco ho già assegnato una tesi di laurea triennale: se il nativo digitale che la sta preparando fa un buon lavoro, lo pubblico sul blog.)
  • Nonciclopedia non fa sempre satira, ma raccoglie anche molti nonsense e sciocchezze varie, che possono piacere o meno, ma su cui c’è poco da discutere se diventano aggressivi e diffamanti. E se qualche volta ci scappa una bella battuta, non è certo sufficiente a farci chiamare satira tutto ciò che c’è lì dentro. Alcune cose sì, altre no. E la diffamazione è un reato, punto. Il che è vero indipendentemente dall’età di chi scrive su Nonciclopedia: che siano nativi o migranti poco importa.
  • Lo «sciopero» di Nonciclopedia è la vera ragione per cui hanno sospeso le attività, non la censura da parte di chicchessia. Il che mi pare una furbata per guadagnarsi i 15 minuti di notorietà di cui diceva Andy Warhol. Che nativo digitale non era.
  • Il caso Vasco vs. Nonciclopedia sarà trattato da molticome già è stato fatto – come l’ennesima dimostrazione che la rete va imbrigliata e regolamentata. Cioè imbavagliata con l’art.1 comma 29 della legge sulle intercettazioni. In realtà dimostra che non c’è bisogno di nessun art. 1 comma 29, perché gli strumenti giuridici per difendersi dalla diffamazione e dai danni che le parole di qualcuno ci possono arrecare (in rete come fuori) ci sono già tutti. Come ho già detto qui: Il bavaglio ai blog spiegato in 10 punti.

Per cui se io fossi una giornalista che ha molto potere perché va in tv farei questa semplificazione, subito: una bella trasmissione in cui spiego come Vasco Rossi dimostra che la legge ammazzablog va cancellata.

AGGIORNAMENTO: sull’argomento vedi anche il post di oggi su Lipperatura: I conformisti.

Nativi e migranti digitali in università

Ieri su Repubblica Bologna – oltre all’inchiesta – è uscito questo mio pezzo, col titolo «Professori e studenti bocciati in Internet»:

Quando si parla di uso delle reti in ambito educativo e universitario, molti richiamano la distinzione fra nativi e migranti digitali che lo studioso americano Marc Prensky introdusse nel 2001: i nativi sarebbero coloro che, nati dopo la diffusione di massa dell’informatica, cioè dopo la metà degli anni 80, si sono trovati in un mondo già informatizzato; i migranti invece, nati prima, hanno dovuto abituarsi a usare le tecnologie da adulti.

Le polemiche sulla distinzione si sono sprecate. Ma l’implicito è sempre quello: i nativi sarebbero spontaneamente più veloci e bravi col computer, i migranti più imbranati. Di solito infatti anche coloro che si oppongono alla distinzione, finiscono per ammettere che possano esserci differenze cognitive fra chi nasce col mouse in mano e chi no. E attendono dati sperimentali, che però non arrivano.

Il mio punto è un altro: la distinzione non va né confermata né negata, ma abolita, perché rinforza barriere che andrebbero invece abbattute.

Innanzi tutto quella fra studenti e docenti: i primi nativi, i secondi migranti. Che si aggiunge a quella fra studi scientifici e umanistici, tanto vecchia quanto dura a morire.

Ma parliamoci chiaro: in Italia l’opposizione fra nativi e migranti, come fra saperi tecnici e umanistici, è uno specchietto per allodole che distrae dal tema più grave della scarsa diffusione della cultura informatica ovunque, presso giovani e meno giovani, e non solo a scuola e in università, ma sul lavoro e nella vita quotidiana.

Secondo una ricerca Nielsen presentata nel settembre 2009, solo il 55% degli italiani usa internet. E solo il 34% lo usa in modo approfondito, attivo e consapevole, mentre gli altri si limitano a ricerche acritiche, passive. Chicca finale: fra gli utenti superficiali i giovani sono così numerosi, che per alcuni sono la maggioranza. I cosiddetti “nativi” non sono dunque la meraviglia a cui gli stereotipi alludono.

I dati sull’ateneo bolognese mostrano percentuali più incoraggianti, ma siamo in un ambiente elitario. Secondo la Direzione e Sviluppo delle Attività Web, sono poco più della metà del totale i docenti che usano i modo attivo gli strumenti del portale, aggiungendo informazioni, foto e materiali didattici al proprio sito. Di solito chi è attivo sul portale lo è anche su internet, ma il nesso è più complicato e c’è ancora molto da fare.

La cultura di rete degli studenti è più sfuggente, ma la pratica didattica mi restituisce ogni giorno l’impressione che anche per loro non siano rose e fiori. In questo quadro, ragionare per opposizioni stereotipate non ha senso: siamo tutti nella stessa barca, cerchiamo di muoverci assieme.

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Sulla ricerca Nielsen vedi anche:

800 milioni per la banda larga? Magari il problema fosse solo quello

Dei nativi e migranti digitali avevo parlato anche qui:

Nativi o migranti digitali?