Archivi tag: Ministero della Salute

#Fertilityday2016, una campagna da ritirare

fertility-day

Mi chiedono cosa penso del #fertilityday2016, previsto per il 22 settembre, e della relativa campagna, anticipata in queste ore e accompagnata da moltissime polemiche in rete. Penso, in estrema sintesi, che solo una classe politica completamente scollata dalla realtà può dimenticare che in Italia la vera e unica ragione per cui non si fanno figli è che manca, da decenni, qualunque sostegno alla maternità e alla paternità: come si fa a fare bambini con il precariato a oltranza (si parla sempre di gggiovani, ma ci sono quarantenni e cinquantenni precari da sempre), con asili nido e scuole materne costosissime, con assegni familiari risibili, con aziende (piccole, medie, grandi) che nella stragrande maggioranza da decenni, ripeto, disincentivano in tutti i modi e con tutti i mezzi – espliciti, impliciti, diretti, indiretti – il fatto di fare figli? Ne risulta una campagna, per dirla con le parole dell’ottimo articolo di Matteo Pascoletti, oggi su Valigia Blu, Continua a leggere

“Chi fuma è scemo”. La campagna del Ministero della Salute

Chi fuma e scemo - spot

Da alcuni giorni va in onda sulla televisione generalista uno spot del Ministero della Salute che vorrebbe essere “per la dissuasione dal tabagismo e la prevenzione dei danni da fumo passivo”, come si legge sul sito web del Ministero. La campagna è chiaramente rivolta a un target giovanile, come si vede dai protagonisti con abbigliamento casual, motorino, aria svagata e codino rasta, cui sono destinati il rimprovero e Continua a leggere

Non serve a niente se un Ministero fa la predica

«Quando bevi spegni il motore, perché la vita è sempre UNA. Anche se hai bevuto», dice il Ministero della salute in un annuncio apparso sulla stampa quotidiana in questi mesi estivi (io l’ho visto su Repubblica) (clic per ingrandire):

Ora, a parte la banalità del mostrare uno stereotipo dei presunti effetti dell’alcol (la visione doppia) per ricordare che la vita è UNA anche se si vede doppio, vale la pena sottolineare che la formula «predicozzo» è il modo più inutile di rivolgersi a coloro che, statisticamente, sono più a rischio di incidenti stradali per aver bevuto alcol. Chi sono questi?

Secondo il rapporto ACI-Istat 2010, in generale sono i giovani tra i 20 e 24 anni, che per entrambi i sessi registrano i valori assoluti più alti di decessi per incidente stradale. Per gli uomini sono fasce colpite anche quelle tra i 25 e i 29 e quella tra i 30 e i 34. La fascia 20-24 è anche quella in cui si registra un picco nel numero di feriti.

Inoltre, secondo l’ultima indagine «Gli italiani e l’alcol. Consumi, tendenze e atteggiamenti in Italia» dell’Istituto Doxa, Osservatorio permanente sui giovani e l’alcol, i ragazzi tra i 13 e i 24 anni che consumano bevande alcoliche sono circa il 70%. Bevono di più i maschi (76% contro un 63,6% delle femmine); a partire dai 16 anni fino ai 19, poi, i consumatori di alcol salgono sensibilmente (per la ricerca dei dati, ringrazio Lisa Malagò, che sul tema ha fatto una tesi di laurea).

Detto questo, mi chiedo: che senso ha che un Ministero faccia una predica sul non bere a ragazzi fra i 20 e 24 anni, soprattutto maschi? Quando mai si è visto che qualcuno (specie giovane) smetta di bere solo perché un Ministero (autorità percepita come lontanissima o inesistente) gli dice di non farlo? E che senso ha fare la predica su pagine di giornali che i giovani tendenzialmente non leggono? Nessuno. È semplicemente un modo di mostrare ai lettori dei maggiori quotidiani nazionali (adulti e anziani, statisticamente meno a rischio di incidenti) che il Ministero della salute è bravo e buono, perché si preoccupa almeno di nominare il problema.

Ma neppure stavolta parlano di preservativo

Secondo i dati pubblicati dal Centro Nazionale Aids dell’Istituto Superiore di Sanità in occasione della giornata mondiale contro l’Aids, che ricorre oggi, nell’ultimo anno in Italia ci sono stati circa 4.000 casi di sieropositività e 1.200 di Aids conclamato, e cioè circa 11 persone al giorno sono state infettate dal virus Hiv.

Il 74% dei contagi avviene tramite rapporti sessuali, la maggior parte dei quali sono eterosessuali (nel 1988 il 71% dei contagi dipendevano dall’iniezione di droghe, e nel 1995 era ancora così per il 62,5% dei contagi).

L’età media in cui si diagnostica l’infezione Hiv è 38 anni per gli uomini e 34 per le donne.

Fra le regioni/province in cui è attivo un sistema di sorveglianza delle diagnosi di infezione Hiv (Piemonte, Liguria, Friuli Venezia-Giulia, Veneto, Puglia, Emilia Romagna, Lazio, Bolzano, Trento, Sassari  e Catania), la maggior parte di contagi riguarda le regioni del centro-nord.

Emilia-Romagna e Lazio sono in testa, con 9,5 casi su 100.000 residenti la prima, e 8,7 la seconda, seguiti dalla provincia di Trento con 7,8 e dal Piemonte con 7,3 casi su 100.000.

Con questi numeri e con la stabilizzazione dei contagi che si registra ormai da 10 anni, l’Italia è fra i paesi dell’Europa occidentale con un’incidenza di Hiv medio-alta.

Un ulteriore problema è che la maggior parte delle persone contagiate da Hiv (il 60,2%) scoprono di esserlo solo quando ricevono la diagnosi di Aids conclamato (nel 1996 solo il 20,5% arrivava a saperlo così tardi).

Ecco perché il Ministero della Salute ha deciso di realizzare uno spot che invita le persone fra 35-40 anni a fare il test Hiv.

Un’osservazione, però: con questa scusa le istituzioni sanitarie italiane sono riuscite – per l’ennesima volta – a NON invitare gli uomini – eterosessuali, omosessuali, bisessuali che siano – a usare il preservativo.

E allora lo dico io: il preservativo resta il metodo più semplice ed efficace per prevenire il contagio Hiv. A tutte le età, per tutti i generi sessuali, in tutti i paesi e le situazioni del mondo.

Ecco lo spot appena uscito: regia di Ferzan Ozpetek, protagonista Valerio Mastandrea. Il claim – non molto originale, ma diretto – è «Aids: la sua forza finisce dove comincia la tua».

La comunicazione sull’influenza H1N1

Fra i peggiori esempi di comunicazione pubblica istituzionale degli ultimi anni, c’è quella sull’influenza H1N1 gestita dal Ministero della Salute.

Confusione e continue contraddizioni hanno caratterizzato le dichiarazioni del viceministro Ferruccio Fazio fin da quando, a fine aprile, si è cominciato a parlare della pandemia (ne abbiamo discusso QUI).

Per ricordare solo le ultime: il 29 ottobre Fazio ha annunciato che «L’Italia con la Spagna è il Paese col maggior numero di casi di influenza A: 380 ogni 100mila abitanti», ma solo il giorno dopo ha ricordato «il carattere leggero di questa influenza, dieci volte meno aggressiva di quella stagionale» (QUI i comunicati stampa del ministero).

È chiaro che, sulla base dei numeri, puoi dire tutto (o quasi) e il contrario di tutto. Ma se lo fai, ottieni due risultati, in alternanza o combinazione: allarmismo (proprio quello che si vorrebbe evitare) e/o sfiducia nelle istituzioni sanitarie (dal viceministro ai medici di base). Non a caso, ora l’Italia oscilla fra il panico ingiustificato (pronto soccorso intasato, telefonate al medico per un nonnulla), e lo scetticismo («io non mi vaccino», «è la solita bufala mediatica» e così via).

Sull’inattendibilità delle dichiarazioni di Fazio ormai proliferano le battute, come testimonia la vignetta di Vauro (clic per ingrandire):

vauro influenza A

A peggiorare la situazione, il ministero ha messo il camice bianco a Topo Gigio e gli ha affidato l’incarico di dare agli italiani le istruzioni su come prevenire il contagio: lavarsi spesso le mani, starnutire in un fazzoletto di carta da gettare subito via, eccetera.

Come dire: il vostro medico è un pupazzo animato. Oppure: il ministero vi tratta, grandi e piccini, come foste bimbi piccoli. O ancora: vi ricordate quant’era bello lo Zecchino d’oro? Pensate a quello e scordate la pandemia.

Ho confrontato lo spot italiano con quello di altri paesi (europei e non): siamo gli unici ad aver fatto una sciocchezza del genere, per giunta sommata alla confusione di Fazio.

Ma prima di mostrare l’esito dell’impietoso confronto, annuncio che cerco tesi di laurea (triennale e/o magistrale) su tre possibili filoni: (1) un’analisi linguistico-semiotica delle dichiarazioni di Ferruccio Fazio; (2) un’analisi comparata di alcuni spot, europei e non; (3) un’analisi comparata di diverse campagne governative per la prevenzione dell’influenza H1N1. Corpus e metodologia saranno definiti a ricevimento.

Lo spot italiano (questo il sito www.fermailvirus.it):

Lo spot francese (dal sito: www.pandemie-grippale.gouv.fr):

Lo spot irlandese (dal sito: www.swineflu.ie):

Infine, per uscire dall’Europa, lo spot canadese (dal sito www.fightflu.ca):


Gesti di ordinaria incoscienza

Ricordi quando ci chiedevamo se fosse possibile usare immagini normali e quotidiane per trattare temi sociali? Intendo: senza passare dal luccichio della pubblicità commerciale? Ma senza avvolgere l’argomento in una nebbia di spiacevolezza, per cui lo spettatore medio finisce per guardare altrove e non pensarci più?

In questo post avevo espresso i miei tanti dubbi sull’efficacia di associare immagini sottotono alle catagorie più deboli della popolazione (donne, omosessuali, disabili, migranti). In quest’altro, avevo proposto lo splendore della campagna Sidaction.

Dal 1° dicembre scorso, sulle tv generaliste e nelle sale cinematografiche, va in onda uno spot per la prevenzione dell’Aids promosso dal Ministero della Salute e diretto da Francesca Archibugi. Lo spot mette in scena un coppia di ragazzi mediamente carini, normalmente inzainati per le vacanze, che esitano davanti alla farmacia di un aeroporto qualunque. Lui non vuole entrare perché “si vergogna”, lei lo trascina e alla fine comprano una scatola di preservativi, no, “anzi due”. Nel frattempo, prima la voce poi il volto di Ambra Angiolini ci ricordano, con tono serio ma sereno, che “un piccolo gesto di responsabilità può evitare una malattia terribile” e che “in Italia ogni anno ci sono circa 4000 nuovi casi di contagio del virus HIV”.

Obiettivo dello spot è normalizzare l’uso del preservativo, rappresentandolo come gesto ordinario di una coppia qualunque, già formata e affiatata. Mi sembra una buona idea.

Unico dubbio: la resistenza a usare il preservativo è molto più forte e generalizzata di come viene messa in scena qui. Riguarda tutto il mondo stupidamente incosciente dei rapporti occasionali non protetti, dentro al quale non stanno solo baldanzosi ventenni in partenza per un viaggio, ma anche (soprattutto?) trenta, quaranta, cinquantenni e oltre, single o accoppiati, che non hanno l’abitudine di usare il preservativo (né vogliono prenderla), perché “per amor del cielo, non lo sopporto”, perché “puzza di gomma”, perché “tanto a me non capita” o “vado solo con gente affidabile, io”.

Che ne è della normalità di questi?