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Le lacrime di Elsa Fornero: significati, reazioni e automatismi di massa

La commozione di Elsa Fornero mentre pronuncia la parola «sacrificio» in conferenza stampa si guadagna, com’era prevedibile, la prima pagina di quasi tutti i quotidiani.

Le decine di commenti sulle lacrime, fra ieri e oggi, si dividono in due:

  1. quelli/e che le valorizzano positivamente, vedendo la commozione di Elsa Fornero come un segno di grande coinvolgimento personale e sottolineando come l’episodio sia servito a scaldare la complessiva freddezza della conferenza stampa (vedi per esempio «Anche i tecnici hanno un’anima» di Filippo Ceccarelli su Repubblica, ma anche le dichiarazioni di Cristina Molinari, presidente di Pari o Dispare, riprese da La ventisettesima ora del Corriere);
  2. quelli/e che al contrario ne sono infastiditi, perché «siamo noi a dover piangere, non lei», perché «basta con questa storia che le donne piangono in pubblico», o addirittura perché «è chiaramente una messinscena per tenerci buoni»: vedi per esempio Libero, che oggi titola «Il governo chiagne e fotte», e il Giornale che titola «Piange il governo, noi di più».

Su entrambi i fronti stanno anche alcuni estremismi: dal lato dei favorevoli, c’era ieri chi salutava le lacrime di Elsa Fornero come (prendo a caso da Twitter e Facebook) un «evento storico», «il momento più alto della politica italiana da decenni»; dal lato dei denigratori, c’era invece chi si scandalizzava perché «ora tutti si concentreranno sulle lacrime e nessuno parlerà dei contenuti della manovra», perché «un ministro non deve piangere», o perché «un ministro non deve piangere, specie se donna, perché altrimenti tutti dicono che le donne sono deboli».

Volendo stare al di qua degli estremismi da ambo le parti, vale la pena precisare alcune cose:

  1. Elsa Fornero non è «scoppiata a piangere», né Monti ha «dovuto consolarla», come ha scritto ad esempio il Corriere (ma fa’ una ricerca su internet e vedi quanti blog – tantissimi – hanno usato espressioni analoghe): è stato un momento di commozione assai contenuto (una lacrima o due), di cui subito la ministra si è scusata con grande compostezza; inoltre Monti ha semplicemente proseguito per pochi secondi in sua vece, mettendoci subito dell’ironia per sdrammatizzare («commuoviti, ma correggimi»).
  2. Tutti i media hanno ripreso – è vero – le lacrime di Elsa Fornero, ma non è accaduto, come alcuni temevano, che le lacrime siano diventate pretesto per non parlare dei contenuti della riforma delle pensioni: di questi contenuti parlano oggi tutti i media, con numerosi approfondimenti (sulla carta, in rete, in televisione). Basta aver voglia (e tempo) di seguirli.
  3. Sarebbe il caso che coloro che si sono scatenati contro l’«ipocrisia» di queste lacrime, supponendo di assumere una posizione «di sinistra», perché «la Fornero è ricca, mentre i poveri pensionati non arrivano a fine mese, eccetera» riflettessero sulla coincidenza della loro posizione con quella di Libero e il Giornale, e si chiedessero se non sono proprio loro, a essersi troppo concentrati sulle lacrime a sfavore dei contenuti.
  4. Inviterei tutti, da ambo le parti, a scollegare le lacrime dalle questioni di genere: il tema non è se Elsa Fornero si sia commossa «in quanto donna», né se «le donne usino il pianto per manipolare», e neppure se «a una donna sia concesso di piangere più che a un uomo». Elsa Fornero si è commossa «in quanto persona», punto. Poteva commuoversi anche un uomo, al posto suo? Certo: nella nostra cultura gli uomini sono educati a non piangere e dunque sono in media più capaci di trattenere le lacrime delle donne, ma può accadere anche ai politici, non solo alle politiche, di piangere in pubblico, in momenti di grande tensione e stanchezza. Penso ad esempio alle lacrime di Fassino, appena eletto sindaco (vedi L’emozione (mostrata e nascosta) di due sindaci neoeletti: Fassino vs. Merola).

Ora, dal punto di vista comunicativo che un personaggio pubblico si commuova non è certo cosa negativa, anzi, perché non solo esprime coinvolgimento personale, ma lo suscita negli altri e lo fa per una sorta di automatismo psico-antropologico: vedere qualcuno piangere ci tocca sempre, sia nel senso della vicinanza empatica, che per alcuni arriva addirittura al contagio, sia nel senso del rifiuto viscerale (per evitare il contagio, appunto). Il che in parte spiega perché le reazioni siano state anche estreme.

Certo, alcuni politici conoscono i vantaggi del pianto in pubblico e lo simulano, se ne sono capaci, al momento opportuno. Ma per simulare il pianto in pubblico in modo credibile, occorre essere attori molto bravi, altrimenti le persone si rendono conto della finzione: ricordo ad esempio quanto sembrò fasulla la commozione di Luca Barbareschi alla convention di Futuro e Libertà nel novembre 2010 (vedi La confezione di Barbareschi e i contenuti di Fini).

Ma Elsa Fornero non è né attrice né politica consumata e la sua commozione era visibilmente autentica. Che la conferenza stampa ne abbia tratto vantaggio dal punto di vista comunicativo è indubbio: senza di lei Monti sarebbe apparso ancora più freddo e Passera ancora più consigliere di amministrazione. Ma chi l’accusa di strategia manipolatoria soffre evidentemente di allucinazioni.

E chi la sbeffeggia «in quanto donna» non vede che la commozione di Elsa Fornero è stata molto più maschile – se di differenze di genere vogliamo parlare – di quanto voglia ammettere, perché subito seguita da scuse, e soprattutto compensata da una chiarezza e lucidità di esposizione – prima e dopo le lacrime – che i suoi colleghi uomini non sono riusciti a eguagliare.

Non era nevrosi, era endometriosi

L’endometriosi è una malattia che colpisce, secondo alcune stime forse riduttive, il 10% di donne in età riproduttiva. La maggior parte di loro non sa di averla e convive con il cosiddetto «mal di pancia» ogni volta che arrivano le mestruazioni, come fosse un sacrificio dovuto.

Come tutto ciò che riguarda il ciclo femminile, la malattia è infatti un tabù: non se ne parla, le donne non se ne lamentano, i medici non la riconoscono.

Pregevole è dunque l’iniziativa della Fondazione Italiana Endometriosi e del Ministero per le pari opportunità, che quest’estate hanno promosso uno spot per parlare di endometriosi.

E tuttavia lo spot ha diversi problemi, che ben sintetizza Monica, che me l’ha segnalato:

«Senza giri di parole: mi disturba, e molto, il “lieto fine” legato alla maternità. E questo perché:

  1. È riduttivo: l’endometriosi è una malattia infida che, nelle forme più gravi, riduce notevolmente la qualità della vita; questi aspetti vengono menzionati nello spot (“il ciclo fa malissimo”, “fare l’amore è un tormento”, “sogno solo un giorno senza dolore”; si fa riferimento a psicofarmaci e a licenziamenti) e poi (mi pare) completamente oscurati dalla conquista della maternità, che tuttavia non è una soluzione, perché non è guarigione, né cura. Anche ammesso che si possa portare a termine felicemente una gravidanza, la malattia resta, con tutto quello che ne consegue.
  2. Implica una valorizzazione della donna-madre, penalizzante per chi non vuole o non può avere figli: e vissero tutte felici e contente, avendo procreato? È così difficile ipotizzare che una donna malata possa avere come priorità quella di non soffrire di dolori cronici, o di non doversi sottoporre a interventi chirurgici periodici, o di non essere discriminata sul lavoro, o di avere una vita sessuale appagante con il proprio partner, prima che fare un bambino? Non posso evitare di chiedermi: se si fosse trattato di una malattia “maschile”, il finale sarebbe stato lo stesso? O ci avrebbe mostrato un uomo che può finalmente affrontare il mondo senza paura, senza sentirsi inferiore o incompreso, senza essere più piegato in due per il dolore davanti alla scrivania del proprio ufficio?
  3. È, temo, fuorviante: l’endometriosi è spesso causa di sterilità. Il che non significa che sia impossibile, per una donna che ne soffre, avere un bambino; ma può essere, e spesso è, molto difficile. La mia impressione è che lo spot tenda a nascondere questo aspetto della malattia, concentrando l’attenzione su un finale rassicurante che può però non essere quello della storia di tutte (e neanche di molte). Dato il messaggio sotteso che si potrebbe riassumere in “non siete sole, noi possiamo capirvi e aiutarvi”, mi chiedo: che effetto farebbe questo spot a una donna effettivamente sterile a causa della malattia? Non aumenterebbe la sua frustrazione e il suo isolamento?

Questa è la mia opinione, che naturalmente riguarda solo l’efficacia comunicativa dello spot e non (ci mancherebbe) il prezioso lavoro di ricerca della Fie e il suo impegno nella campagna di sensibilizzazione nei confronti di questa malattia ancora poco conosciuta eppure molto diffusa.»

Condivido la tua opinione. Grazie, Monica.

Quando il Giurì della pubblicità sbaglia

Il Ministro per le Pari Opportunità ha appena firmato un protocollo d’intesa con l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) «per rendere più efficace la collaborazione nel controllo e nel ritiro di pubblicità offensive e volgari». Ben venga, perché un bollino ministeriale aiuta sempre, ma in concreto sono perplessa: servirà, come dicono, per accelerare le procedure di sospensione delle campagne offensive nei confronti di donne, bambini, etnie, persone? O è solo una mossa di facciata? Se ne discuteva qualche giorno fa su Nuovo e utile di Annamaria Testa.

Da quando ho scoperto che denunciare allo IAP funziona, non faccio che farlo e invitare a farlo: è utile, bisogna insistere e più siamo meglio è (la procedura è questa). Ma a volte lo IAP non coglie il punto (o finge di non coglierlo). Cioè interviene abbastanza puntualmente sulle esposizioni più ridicolmente e gratuitamente volgari del corpo femminile. Ma si ferma nei casi appena un po’ più sottili.

Detto brutalmente: se le tette e il culo sono proprio molto esibiti, censura. Ma se sono appena più nascosti, lascia perdere.

Mi spiego coi casi concreti. Lo IAP aveva ritirato una pubblicità come questa (trovi i dettagli QUI):

Pubblicità Gruppo Torre denunciata allo IAP

Ma aveva ritenuto che «non contenesse elementi, visivi o verbali, tali da veicolare una carica svilente dell’immagine della donna» questa pubblicità di 3, nonostante i corpi fossero persino accompagnati da un prezzario (i dettagli della denuncia QUI):

Annuncio stampa Abbonamenti Power 3

Ora IAP mi dà un’altra delusione. Il 27 dicembre avevo denunciato la donna banner delle assicurazioni Linear. E ieri mi è arrivata questa risposta:

Segnalazione telecomunicato “Linear Assicurazioni” soggetto ‘Banner’ rilevato sul sito internet www.assicurazionelinear.it nel mese di gennaio 2011.

Facciamo seguito alla Sua segnalazione, per informarLa che il Comitato di Controllo, esaminato il messaggio in oggetto, non ha ravvisato profili di contrasto con le norme del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

In particolare, l’organo di controllo ha ritenuto immediatamente percepibile il carattere ironico della comunicazione, che nella “personificazione del banner” non indulge ad aspetti volgari od offensivi della dignità della persona.

Il caso pertanto è stato archiviato. RingraziandoLa per la considerazione, porgiamo i nostri migliori saluti. I.A.P. La Segreteria.

Insomma, lo IAP rispecchia la cultura italiana che, dalle ragazze di Drive In negli anni ottanta a Flavia Vento imprigionata da Teo Mammuccari nella scatola di plexiglass, fino alle veline-letterine di oggi, giustificano con l’«ironia» la riduzione del corpo femminile a oggetto-strumento privo di parola e cervello.

Ma non c’è niente di ironico in questo trattemento delle donne: l’ironia è ben altra cosa, come ho spiegato nel post L’ironia abusata.

E non c’è niente da scherzare, sulla donna-oggetto. Non in Italia, almeno. Non finché siamo vergognosamente al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale del World Economic Forum (i dettagli QUI).