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Steve Jobs agli studenti: «Nessuno vuole morire. Ma la morte è la più bella invenzione della vita»

5 ottobre 2011: dopo aver lottato per sette anni contro il cancro, Steve Jobs muore.

Dice di lui Barack Obama: «He changed the way each of us sees the world. The world has lost a visionary. And there may be no greater tribute to Steve’s success than the fact that much of the world learned of his passing on a device he invented.» Nel mio piccolo, sono fra questi.

Nel discorso che fece agli studenti dell’Università di Stanford, per il Commencement del 12 giugno 2005, Jobs raccontò tre storie tratte dalla sua vita.

La prima riguarda la capacità di «collegare i puntini»: qualcosa di cui non ti accorgi subito, ma che puoi fare solo guardando indietro.

La seconda è una storia d’amore e di perdita: «A volte la vita ti sbatte un mattone in testa. Non perdere mai la fiducia».

La terza storia riguarda la morte. A Steve Jobs era sempre rimasta impressa questa frase: «Se vivi ogni giorno come fosse l’ultimo, prima o poi ci prendi: quel giorno arriva». Perciò tutte le mattine si chiedeva: «Se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, farei proprio quello che sto per fare oggi?». Se la risposta era «no» per troppi giorni consecutivi, cambiava tutto.

Infine Jobs parla della sua malattia e della morte: «Nessuno vuole morire. Ma la morte è la più bella invenzione della vita. È un agente di cambiamento. Oggi tu sei il nuovo, ma un giorno non troppo lontano diventerai il vecchio e sarai cancellato. Il tuo tempo è limitato, perciò non sprecarlo vivendo la vita di un altro».

E chiude con il celebre: «Stay Hungry, Stay Foolish». Ciao Steve.