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Emozioni in chiaroscuro dopo la morte di Bin Laden

Il 2 maggio il New York Times ha fatto ai suoi lettori due domande:

How much of a turning point in the war on terror will Bin Laden’s death represent?

What is you emotional response?

Ha quindi ottenuto 10.510 commenti e li ha organizzati in un grafico che rende subito percepibile quanti considerano «rilevante» (significant) la morte di Bin Laden nella guerra contro il terrorismo, quanti provano emozioni positive e quanti negative.

Dall’immagine (QUI in versione interattiva) emerge che la maggioranza dei 10.510 lettori del NYT che hanno risposto considerano la morte di Bin Laden un «punto di svolta rilevante» e provano «emozioni positive» al riguardo. Il che era prevedibile, dopo che a Washington DC e New York abbiamo visto immagini come queste – a cui gli italiani sono abituati solo per il calcio (clic per ingrandire):

Americani che festeggiano 1

Americani che festeggiano 2

Notevole, comunque, che anche gli angoli estremi del rettangolo, nelle sezioni negative, rivelino punte di pessimismo. E che i quadratini più scuri (che rappresentano commenti multipli), per quanto concentrati nel quadrante positivo, fossero tutto sommato ben distribuiti già 24 ore dopo la notte dei festeggiamenti (clic per ingrandire):

The death of a terrorist: a turning point?

Al di là dei lettori del NYT, i sondaggi mostrano che gli americani erano già subito abbastanza divisi sul tema: solo il 54% degli adulti interrogati il 2 maggio da Gallup, per esempio, sosteneva che la morte di Bin Laden rendesse l’America più sicura, mentre il 62% riteneva che un atto di terrorismo diventasse nelle prossime settimane «molto» o «abbastanza probabile».

Gli scrittori e la morte

A completare la riflessione di una settimana fa sul Narcisismo lettarario, estraggo un altro brano da La pazza di casa di Rosa Montero, con cui mi trovo in sintonia:

«Sappiamo che si scrive contro la morte, ma in realtà mi ha sempre sorpreso e divertito l’ansia di eternità che manifestano tanti scrittori. […]

Ed è un’ambizione che non interessa soltanto gli imbecilli. Non sono soltanto gli scrittori più vanitosi, egocentrici e insopportabili che sognano di vedere il proprio nome nelle enciclopedie a diletto e giovamento di generazioni future.

Ho amici letterati stupendi, persone magari un po’ narcisiste ma simpaticissime, che sono accecate dal miraggio de posteri. Fanno subito donazioni della loro corrispondenza a qualche biblioteca, ordinano le loro carte con tanto di date e note a margine in previsione dei futuri biografi, strappano le fotografie in cui non si piacciono, scrivono appunti si diari privati che in realtà sembrano fatti apposta per essere letti in pubblico, un giorno…

Mi affascina questa ansia di permanenza, perché la trovo davvero assurda. Il tempo tutto sminuzza, tutto deforma e tutto cancella, e ci sono autori e autrici importantissimi che si sono perduti per sempre nella memoria del mondo.

Per esempio la meravigliosa George Eliot, per me una-uno dei romanzieri più grandi della storia, è praticamente sconosciuta nel mondo ispanico, e in quello anglosassone, dove è divenuta un classico scolastico, non la legge nessuno. E la Eliot può dirsi fortunata, perché in fin dei conti è entrata nel pantheon letterario ufficiale della lingua più potente del pianeta.

Più triste e molto più comune è il caso di quelle migliaia di scrittori e scrittrici di cui ignoriamo il nome perché le tracce della loro vita e opere sono svanite dalla faccia della Terra.

Questo è il destino che attende quasi tutti noi. Aspirare a qualcosa di diverso è semplicemente ridicolo.»

(Rosa Montero, La pazza di casa, trad. it. di Michela Finassi Parolo, Milano, Frassinelli, pp. 137-139.)