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Lingue, ambiguità, migrazioni e contaminazioni

È appena uscita sul mensile Piazza Grande un’intervista che mi ha fatto Leonardo Tancredi. Eccola:

Quali ambiguità nasconde una lingua?

Le lingue hanno margini di ambiguità ai quali occorre continuamente fare attenzione. Questo riguarda la comunicazione fra nativi, ma a maggior ragione è cruciale per chi parla lingue diverse e deve trovare una lingua comune per capirsi. E non è solo un problema di lingua, ma anche di cultura. Ogni lingua infatti porta con sé un mondo di esperienze, storie personali e collettive. Perciò il tema della chiarezza è anche un tema etico: pensiamo anche alle religioni diverse, pensiamo alle parole che, tradotte in un’altra lingua, possono evocare emozioni diverse.

Crede che l’italiano di oggi rispecchi la complessità della società che viviamo?

L’italiano non è una sola lingua, ci sono i dialetti, i gerghi, i vari livelli di istruzione. Perciò potremmo dire che non esiste “la” lingua italiana, come non esiste “la” lingua inglese o francese: ogni lingua ne contiene molte altre. Da un lato la contaminazione con persone di altri Paesi è un arricchimento, dall’altro c’è una lingua “media”, molto legata anche all’uso dei mass media, una specie di moneta comune che permette di comunicare a persone di diverse professioni, diverse estrazioni sociali, diverse regioni d’Italia: solo 50 anni fa un veneto davvero non capiva cosa diceva un napoletano. In questo la tv ha svolto un ruolo molto importante per l’alfabetizzazione di massa. Oggi non abbiamo più quell’analfabetismo radicale che negli anni ’50 riguardava il 50% della popolazione; oggi per fortuna gli analfabeti radicali sono sotto il 5% e sono spesso molto anziani.

La tv ma soprattutto i nuovi media influenzano anche i contenuti della comunicazione?

Chi parla male pensa male vive male

La lingua influisce sul contenuto e viceversa, perché le parole, le frasi sono – potremmo dire – i mattoncini del pensiero. Una lingua ricca implica un pensiero più ricco, però bisogna stare attenti a certe implicazioni snobistiche. Penso alla frase del film di Nanni Moretti, “le parole sono importanti”: sono d’accordo, ma attenzione agli atteggiamenti snobistici. In Palombella rossa il protagonista urlava quella frase a una giornalista che parlava male, se la prendeva col suo gergo semplificato e cacofonico. Diceva “chi parla male, pensa male, vive male”, ma attenzione: conosco un sacco di gente che parla anche bene, forbito, eppure pensa malissimo, nel senso che un livello alto di cultura non è sempre sinonimo di intelligenza o di responsabilità etica.

Cosa pensa della conoscenza dell’italiano come requisito per la carta di soggiorno? La lingua può essere uno strumento di selezione in un momento in cui è sempre più fluida e contaminata?

Capisco che sia necessario conoscere la lingua del Paese in cui si va a vivere, anche se spesso non ci si va per scelta ma per costrizione, ma facciamo attenzione a non fare diventare questa cosa della lingua una discriminazione. Nel senso che può essere più o meno facile acquisire l’italiano a seconda della lingua madre di provenienza, ma anche a seconda delle condizioni di istruzione da cui si parte. E ricordiamo che le differenze di istruzione spesso derivano da differenze economiche: è più facile studiare in una famiglia più ricca. Detto questo, sarebbe bello, da parte del Paese che accoglie, dimostrare interesse per le lingue e le culture delle persone che arrivano. La nostra lingua non deve diventare un totem che tutti veneriamo, ma deve aprirsi alle contaminazioni.

Misurare le parole

Che il linguaggio contribuisca a forgiare ciò che pensiamo, sentiamo e addirittura percepiamo è qualcosa che la ricerca scientifica sa da tempo: schiere di psicologi, filosofi, sociologi e semiologi hanno ripetuto per tutto il Novecento che gli esseri umani sono fatti di parole e segni, oltre che di carne e ossa. È con le parole che costruiamo la nostra capacità di pensare, è di parole che sono fatti gran parte dei nostri pensieri, ed è dalle parole che dipende pure il mondo esterno, o almeno quella fetta che rientra nei limiti della nostra comprensione.

Questa consapevolezza è ormai talmente diffusa da essere entrata nel senso comune: capita a tutti di sentir ripetere nei contesti più disparati, dai talk show ai supermercati, frasi come «Le parole sono pietre», che era il titolo di un libro di Carlo Levi, o «Le parole sono importanti», che fu urlata da Nanni Moretti nel film Palombella Rossa, per dar voce alla rabbia che il personaggio Michele Apicella provava contro i luoghi comuni sciorinati dalla giornalista che lo stava intervistando.

Le parole sono pietre

Le parole siamo noi insomma, e lo sappiamo. Inoltre sono pietre, nel senso che possono fare male, e molto. Se non si scelgono con ponderazione e non si usano con tatto. Anche di questa ponderazione ci riempiamo la bocca da anni, con il linguaggio politically correct: non diciamo più «handicappati» ma «disabili», non più «spazzini» ma «operatori ecologici», non più «negri» ma «neri» o «persone di colore». Per non parlare delle acrobazie linguistico-simboliche con cui cerchiamo di consolare le donne della loro discriminazione sociale ed economica, particolarmente più grave in Italia che in altri paesi sviluppati: «care colleghe e cari colleghi», «care/i colleghe/i», «car* collegh*» e via dicendo.

Ma se da un lato ci esercitiamo in circonlocuzioni «politicamente corrette», dall’altro siamo pronti, oggi più di ieri, a usare la lingua in modo sbracato: turpiloquio, espressioni colorite, colloquiali e gergali hanno ormai invaso anche gli ambienti più colti ed elitari – dall’università all’azienda, dalla politica alle istituzioni – nell’idea che «parlare come si mangia» implichi maggiore autenticità ed efficacia del parlar forbito. Un’idea confermata tutti i giorni dai media, specie dalla televisione, dove l’aggressività linguistica è diventata per molti (giornalisti, star, ospiti) un vezzo, un fatto di stile. E in quanto tale fa tendenza e si riproduce ovunque, dai salotti chic ai flaming su internet.

Non è facile trovare un equilibrio fra questi due poli: da una parte, infatti, le formule politicamente corrette non bastano a costruire il rispetto che pretenderebbero di esprimere, ma restano spesso una semplice facciata, dietro alla quale si possono camuffare le peggiori tendenze razziste, omofobe e sessiste; d’altra parte è vero anche che la sciatteria linguistica può implicare sciatteria esistenziale e relazionale: «Chi parla male pensa male e vive male», diceva ancora Nanni Moretti/Michele Apicella.

Ma se gli eccessi eufemistici possono cadere nell’ipocrisia, pure la posizione di Moretti corre i suoi rischi, che sono quelli dello snobismo: il mondo è pieno di persone che non hanno potuto dotarsi degli strumenti culturali necessari a raffinare il modo in cui parlano, ma sono ugualmente capaci di pensare e vivere benissimo, vale a dire con autenticità e rispetto per gli altri. Molto più di quanto non facciano certi sapientoni, la cui arroganza – verbale e non – vediamo all’opera tutti i giorni.

E allora, come se ne esce? Come si trova la misura giusta? Purtroppo non c’è una soluzione generale, perché l’attenzione, il senso di opportunità, il rispetto sono sempre relativi al contesto e al momento in cui si esercitano, ma soprattutto alla persona (o persone) a cui sono indirizzati. E oltre che con le parole possono essere trasmessi con l’espressione del volto, il tono della voce e gli atteggiamenti del corpo, con i quali si può confermare ciò che abbiamo detto, ma anche sconfessarlo. Perciò bisogna cercare la misura caso per caso, sempre ricordando che siamo ciò che diciamo e diciamo quel che siamo, ma lo diciamo con un mare di segni, sintomi e indizi ben più vasto delle parole, e lo diciamo anche con l’insieme dei nostri comportamenti e il tessuto delle nostre relazioni. Lo diciamo con tutta la nostra vita.

PS: Questo articolo è appena uscito in cartaceo su Multiverso, 11, 2012 e stamattina online anche sul Fatto quotidiano.