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Beautiful Lab

Mi segnala Nicola un esperimento avviato da Sky.it, in collaborazione con due piccole imprese nate da poco, effecinque di Genova e Tiwi di Reggio Emilia: una serie per il web intitolata Beautiful Lab (come laboratorio, ma anche labirinto).

Il primo episodio racconta vent’anni di Beautiful, la celebre soap opera, in circa 6 minuti.

Ieri hanno lanciato la seconda puntata, focalizzata invece sull’attualità politica: diciassette anni di relazione, ora felice ora tormentata, fino alla separazione degli ultimi mesi, tra Fini e Berlusconi. Tutto in 4 minuti.

Trovo i due episodi deliziosi. Non a caso sono il risultato di competenze interdisciplinari – giornalistiche, mediatiche, narratologico-semiotiche – e includono anche una buona consapevolezza di come ci si muove e si fa buzzing sul web. È solo così che il cosiddetto «storytelling» – di cui tutti oggi si riempiono la bocca spesso a vuoto – prende sostanza.

Aggiungo, pro domo mea, che fra gli autori ci sono giovani che hanno studiato semiotica a Bologna, come – oltre al primo Nicola anche un secondo Nicola che sta fra i fondatori di Tiwi.

🙂

Tutto Beautiful in 6 minuti

Fini vs. Berlusconi

 

Di nuovo su Chatroulette

Dopo il post di lunedì 8 febbraio su Chatroulette, Nicola Bruno del Manifesto mi ha chiesto un articolo per la rubrica Chips&Salsa (fondata dal grande Franco Carlini), sul supplemento settimanale «Alias». Il pezzo è uscito sabato 20.

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LA TRISTEZZA DEL MONDO VISTA DA UNA CHAT

Chatroulette è nata da poco, e in Italia si comincia a parlarne. Bene, mi sono detta, vediamo subito di evitare che il chiacchiericcio mediatico ne tragga un pretesto per infilarsi nella solita demonizzazione della rete.

Chiunque abbia trascorso almeno mezz’ora in questa video chat, ne esce raccontando tristezza, noia, solitudine: facce cupe, stanze squallide, uomini che si masturbano, ragazze che esibiscono seni o altro, qualche inquietante perversione. Tutto vero, naturalmente.

E tuttavia, racconti del genere possono fomentare visioni apocalittiche della rete che non mi pare il caso di alimentare, specie se consideriamo che, secondo l’ultima ricerca Nielsen (settembre 2009), in Italia usano Internet solo il 45% delle persone sopra i 14 anni, e ne fanno un uso frequente, attivo e colto solo il 34% (vedi anche 800 milioni per la banda larga? Magari il problema fosse solo quello).

In altre parole, nel nostro paese racconti del genere vanno fatti e letti con grande cautela, perché tendono a trasformarsi, sui media e nelle chiacchiere da bar, in generalizzazioni su quanto alienante, insensata e “cattiva” sia internet (tutta, non solo Chatroulette).

Il che non favorisce la diffusione della cultura di rete da cui oggi nessun paese civile può prescindere.

Per questo, pur accogliendo lo sconcerto che Chatroulette desta – almeno per come è usata al momento – è doveroso puntualizzare alcune cose.

Innanzi tutto, come ogni altro ambente in rete, non fa che rispecchiare il mondo. Se qualcosa di ciò che vi accade non ci piace, vuol dire che non ci piacciono certe cose del mondo: la chat è “colpevole” di farcele vedere, non di determinarle.

In secondo luogo, se Chatroulette è fatta così, non implica che tutte le chat lo siano, né che lo siano tutti i siti di dating on line (Meetic e altri) o tutti i social network (da My Space a Facebook). Detta così, pare un’ovvietà, ma non lo è se pensiamo che è proprio sulla base di generalizzazioni come questa che oggi molti invocano leggi che censurino questo o quel pezzo di rete: se su Facebook ci sono gruppi che inneggiano al crimine, allora tutto Facebook può essere pericoloso e va censurato. E sciocchezze simili.

Tutto ciò equivale a dire che nessun mezzo – nemmeno Chatroulette – determina i suoi usi in modo lineare e univoco. Ma resta pur vero che certe caratteristiche del mezzo possono incentivare alcuni usi. Nel caso di Chatroulette, ad esempio, la facilità e l’anonimato con cui vi si accede possono (ho detto possono) favorire il fatto che sia usata da minori (ho visto facce che non avranno avuto più di dodici anni) e da malintenzionati in cerca di minori. Temo che in questo senso ne sentiremo ancora parlare. Ma la difesa dei minori da questi mezzi va fatta con l’educazione in famiglia, a scuola, sui media.

E non occorre per questo demonizzare la rete: coloro che compiono reati su internet vanno puniti a norma di legge, esattamente come fuori da internet. Col vantaggio che spesso in rete è più facile rintracciarli.