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La pubblicità italiana è sessista? (Again)

Zabov

Due giorni fa è uscito su D di Repubblica un articolo di Brunella Gasperini, a commento della ricerca condotta dall’Art Directors Club Italiano (Adci), da Nielsen Italia e da un gruppo di lavoro da me coordinato presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna (la trovi qui: Come la pubblicità racconta le donne e gli uomini in Italia: la ricerca). Lo riporto anche qui: Continua a leggere

Come la pubblicità racconta le donne e gli uomini in Italia: la ricerca

Zabov

Rendo disponibile anche in questo spazio la ricerca che è stata presentata martedì 18 novembre alla Camera dei Deputati durante l’evento “Rosa Shocking” organizzato da Intervita, ricerca anticipata dall’articolo di Massimo Guastini che avevo pubblicato il giorno prima. Oltre a quanto già scritto da Guastini, voglio aggiungere una precisazione, perché in questi giorni alcuni hanno letto il nostro lavoro come se intendesse Continua a leggere

La pubblicità italiana è sessista?

Delacroix, La liberté guidant le peuple

Presenteremo domattina alla Camera dei Deputati i risultati di una ricerca condotta dall’Art Directors Club Italiano (Adci), da Nielsen Italia e da un gruppo di lavoro da me coordinato presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna. Massimo Guastini, Presidente dell’Adci, anticipa alcuni risultati della nostra ricerca, che sarà presto pubblicata integralmente. Ecco l’articolo di Guastini:

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Dove va, oggi, la pubblicità?

Nel 2011 la pubblicità italiana ha ripreso a guardare al futuro con un certo ottimismo. Dopo la frenata degli investimenti pubblicitari nel 2008 e il calo nel 2009, sembra infatti che nel 2010 le aziende abbiano ricominciato a spendere.

Secondo il rapporto pubblicato a febbraio da Nielsen Italia, gli investimenti nazionali in pubblicità commerciale sono infatti aumentati del 4,7%. Il mezzo più brillante è internet, ma fanno buoni risultati anche la radio, la tv, il cinema e il direct mailing. Ancora negativa è la stampa, anche se i quotidiani fanno piccoli passi in avanti.

Insomma, il 2011 è cominciato con dati che inducono all’ottimismo, ma anche alla cautela: un’inversione di tendenza c’è, ma non siamo ancora tornati alla situazione che precedeva la crisi. Inoltre, in Italia c’è un’aggravante qualitativa: è da anni infatti che la pubblicità italiana è ripetitiva, noiosa, poco creativa.

Sulla ripetitività e scarsa creatività della pubblicità italiana – troppo basata sulla bellezza del corpo umano (femminile ma anche maschile) e su rigidi stereotipi di gender – ho scritto un articolo sul numero di gennaio 2011 della Rivista Il Mulino, uscito da poco col titolo «Batti e ribatti, la stessa pubblicità». (I dati su cui mi basavo nell’articolo – consegnato a dicembre – erano aggiornati a novembre 2010, ma non sono cambiati molto.)

Ecco il pdf, in una versione lievemente diversa da quella uscita sulla rivista: Dove va, oggi, la pubblicità?

In questi giorni il neopresidente dell’Art Directors Club Italiano (Adci) Massimo Guastini – anche in seguito alle polemiche su «Il corpo delle donne 2» – ha ribadito sul suo blog e in un’intervista a Vita da streghe ciò che dice di sostenere da anni:

«Innanzitutto, nessun creativo di razza vede favorevolmente l’utilizzo del corpo femminile come strumento per attirare l’attenzione. Anzi, lo consideriamo il “refugium peccatorum” degli incapaci. La ragione è semplice.

Crediamo che il nostro compito sia avere grandi idee per dare valore alle marche. Ma non c’è nulla di grande, nulla di particolarmente creativo nel piazzare un corpo mezzo nudo su un poster o in un commercial se non ha nessuna pertinenza con il prodotto. Così sono capaci tutti. I soci Adci sono allergici a scorciatoie e banalità.»

Spero che non sia la solita distinzione fra pubblicitari buoni (chi parla) e cattivi (gli altri, sempre gli altri), che molte volte ho già sentito. E che sia l’inizio di una ripresa qualitativa, oltre che quantitativa. Come auspica Annamaria Testa: «Donne e media: trasformare il caos in un progetto creativo».

800 milioni per la banda larga? Magari il problema fosse solo quello

Ho apprezzato molto il commento che ieri Massimo Mantellini ha scritto sul balletto dei giorni scorsi attorno agli 800 milioni di euro che il governo dovrebbe stanziare per portare la banda larga in una parte delle aree italiane in cui ancora non c’è.

Prima il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianni Letta dice che quei soldi sono congelati: «Banda larga, nuovo stop. “I soldi alla fine della crisi”» (Repubblica, 5 novembre 2009).

Poi il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, durante l’ultimo Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) chiede a Berlusconi che siano sbloccati e, a quanto dichiara Renato Brunetta, la richiesta viene accolta: «Scajola e l’appunto a Berlusconi: “Con banda larga 50.000 posti”» (Repubblica, 8 novembre 2009).

In realtà, agli atti del Cipe del 6 novembre gli 800 milioni per la banda larga non ci sono, come nota Guido Scorza: «Banda larga? Ma che Cipe dice?»

Problema n° 1: per portare la banda larga in tutta Italia 800 milioni non bastano. Ce ne vogliono almeno 1300.

Problema n° 2, il peggiore: le infrastrutture non risolvono l’arretratezza culturale italiana su Internet, che comporta un uso superficiale e cioè automatico, acritico, passivo della rete anche da parte di chi l’accesso ce l’ha.

Secondo una ricerca commissionata alla Nielsen dall’Osservatorio permanente sui contenuti digitali e presentata a Milano il 18 settembre, quest’uso povero della rete riguarda il 27% della popolazione italiana, all’interno del già magro 55% delle persone che usano Internet.

Per capire meglio cosa vuol dire «uso povero» scarica QUI la presentazione della ricerca.

Per questo sono d’accordo con Mantellini quando dice (grassetti miei):

«Esiste, ed è molto diffusa a tutti i livelli, questa grande semplificazione secondo la quale nel giorno in cui il 100 per cento dei cittadini sarà raggiunto dalla banda larga il problema, ogni problema, sarà definitivamente risolto. Ci crogioliamo dentro le analisi sociologiche sui cosiddetti “nativi digitali”, come a dire, guardate, oggi forse il panorama è cupo ma gli adulti di domani, cresciuti nell’epoca di Internet, avranno altre esigenze ed altre aspettative. Siamo davvero sicuri che sarà così?

Ai tanti entusiasti sostenitori della natività digitale consiglio di entrare qualche volta dentro una università, dove oggi, almeno nei primi anni di corso, abitano ragazzi cresciuti fra posta elettronica e Youtube, a farsi una idea di quale sia il livello di “cultura tecnologica” di questo paese. Ne torneranno a casa con qualche certezza in meno.

I famosi 800 milioni per la larga banda sono soldi importanti e quella del governo Berlusconi è la solita miopia a cui la politica italiana ci ha abituati nell’ultimo decennio. Nulla che non abbiamo già visto, nulla che non fosse lecito aspettarsi. Ma la scelta attendista e polverosa di Gianni Letta sposta in minima parte il gigantesco problema di una nazione che ha per la tecnologia lo stesso amore del gatto per l’acqua.

Abbiamo bisogno di politiche di lungo periodo centrate sulla scuola, sulla alfabetizzazione telematica, abbiamo bisogno di informazioni autentiche sulla utilità di Internet, abbiamo bisogno di incentivi economici che riguardino le famiglie, per spostare l’impasse culturale di quel 50 per cento degli italiani che continua ad acquistare costosi smartphone e non possiede un computer in casa.

Abbiamo bisogno di raccontare la Rete, anche in TV, come la grande opportunità che è. Poi certo abbiamo bisogno anche di una infrastruttura migliore: ma non raccontiamoci che il problema sia tutto lì

Massimo Mantellini, «Contrappunti/Un paese meraviglioso», Punto informatico, 9 novembre 2009.