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Per oggi solo un link

A uno degli ultimi post di Luisa Carrada.

Imperdibile.

E con un titolo promettente: Obamania.

PS. Idea per una tesi specialistica o di dottorato: un’analisi linguistico-semiotica dei discorsi inaugurali dei 44 presidenti degli Stati Uniti, a partire dal sito linkato da Luisa (tesi difficile, per giovani tosti che conoscano bene l’American English e la storia degli USA).

Il cappellino di Aretha

È stato il momento per me più emozionante della cerimonia di ieri, poco prima del giuramento di Obama: Aretha Franklin che – con voce a tratti esitante per la sua stessa emozione – cantava «My Country “Tis of Thee”», celebre canzone patriottica statunitense, meglio nota come «America».

Un’emozione per nulla intralciata – come alcuni hanno malignato – ma anzi rinforzata dalla vistosità del cappellino grigio che Aretha indossava, sovrastato da un enorme fiocco.

Cattivo gusto americano? Ma per favore.

Aretha Franklin ha vinto 21 Grammy awards, è stata nominata da Rolling Stone la miglior cantante di tutta l’era rock, e nel 1987 è stata la prima donna a entrare nella Rock and Roll Hall of Fame. La sua carriera si è svolta in parallelo con il movimento per i diritti civili dei neri e la sua canzone «Respect» è un inno all’eguaglianza.

Con quella voce e quel carisma, Aretha può. Alla faccia di tutti gli snob del mondo.


Questo è il testo di «My country “Tis of Thee”»: Aretha ne ha cantato, con qualche variazione, solo la prima e l’ultima strofa.

My country, ‘tis of thee’,
Sweet land of liberty,
Of thee I sing;
Land where my fathers died,
Land of the pilgrims’ pride,
From every mountainside
Let freedom ring!
My native country, thee,
Land of the noble free,
Thy name I love;
I love thy rocks and rills,
Thy woods and templed hills;
My heart with rapture thrills,
Like that above.
Let music swell the breeze,
And ring from all the trees
Sweet freedom’s song;
Let mortal tongues awake;
Let all that breathe partake;
Let rocks their silence break,
The sound prolong.
Our father’s God to Thee,
Author of liberty,
To Thee we sing.
Long may our land be bright,
With freedom’s holy light,
Protect us by Thy might,
Great God our King.

Anything is possible in America

Oggi è il grande giorno: Barack Obama sta per entrare alla Casa Bianca. In attesa del discorso di insediamento, prenditi 7’26” di pausa per goderti – se non lo hai ancora fatto – il discorso che Obama ha tenuto due giorni fa sul palco del Lincoln Memorial.

Ricordo che i migliori discorsi di Obama nascono da una collaborazione fra lo stesso Obama, il consulente politico David Axelrod e Jon Favreau che, a soli 27 anni, è il più giovane speechwriter che sia mai entrato alla Casa Bianca.

«Anything is possible in America», dice a un certo punto Obama. Anche la collaborazione fra generazioni, per esempio.

 

La colazione di Obama

Nei giorni scorsi mi ha colpita un flash del TG2: Obama che – in vacanza alla Hawaii per la pausa natalizia – fa colazione con le figlie Malia e Sasha (più tre loro amichetti) in un grocery store.

Così, come una persona comune. Fra la gente comune. Sorprendendo i paparazzi e mettendo in agitazione le guardie del corpo, commenta il tiggì italiano.

Mi è parsa una mossa fantastica, come al solito: vuol dire «Sono come voi nei più infimi dettagli, fin dalla mattina appena sveglio». (Per inciso: non credo affatto che le body guards fossero turbate più di tanto, perché non credo che Obama faccia nulla i cui rischi non siano calcolati.)

Allora ho cercato il video su diversi canali YouTube statunitensi: da quelli ufficiali di Obama alle testate di gossip, passando per la CNN. Niente. In compenso, ho trovato lunghi spezzoni dedicati ad altri dettagli della vacanza del President-elect: il lussuoso appartamento in cui la famiglia Obama risiede, il torace muscoloso e il ventre piatto che Barack sfoggia (invariabilmente definito sexy! dai commentatori), il blackout elettrico che per oltre 4 ore ha oscurato l’intera isola di Oahu il 27 dicembre, mettendo in agitazione (questo sì) il sistema di sicurezza del President-elect.

Ma sulla colazione al centro commerciale, nessuna enfasi da parte dello staff di Obama. Nessuna attenzione dei media americani. Allora mi chiedo: ho fatto male io le ricerche o vuol dire qualcosa?

La mancata attenzione da parte dello staff di Obama può voler dire: «Sono come voi in modo spontaneo, naturale. Non c’è nulla da rilevare».

Ma la mancata attenzione dei media statunitensi cosa vuol dire? Che in America questi comportamenti presidenziali sono già dati per scontati? O che – per una volta – il loro spirito di osservazione è meno fine del nostro? 😮

PS: oggi il blog compie un anno. In questo momento il contatore dice 148.120 visite. Mi dicono che, per un blog così giovane, non è male. Soprattutto se tieni conto che WordPress, nell’arco di 24 ore, conta una volta sola ogni numero IP che si collega.

Che dire? Grazie! 🙂


Facce di supporto

Da un paio d’anni va di moda la faccia. Quella della gente comune, intendo.

I precedenti sono molti (e qualcuno mi aiuterà a fare un elenco), ma è più o meno dalla fine del 2006 che nella comunicazione l’uso delle facce sta impazzando: nella pubblicità commerciale e sociale, in politica, nei social network (vedi Facebook, il “libro delle facce”, appunto).

A Madrid, nel giugno 2007, una banca rivestiva i palazzi così (clicca per ingrandire):

caixa-per-web

Voleva dire che la banca è coinvolgente, avvolgente, fatta di tanti come te. (E quale banca ormai dice di non esserlo?)

Nello stesso periodo, i distributori di benzina Erg hanno cominciato a ornarsi delle facce dei loro gestori, accompagnate dalla headline «Noi di Erg ci mettiamo la faccia». Così:

erg-la-faccia-di-aldo1

Vuol dire che se entri in un distributore Erg, trovi una persona in carne e ossa, la stessa della gigantografia. E se la persona ci ha messo il faccione sorridente, sarà perché è contenta di vederti e non ha niente da nascondere, e allora di lei, come di Erg, ti puoi fidare.

Dopo le pubblicità, sono piovute le iniziative sociali e politiche. A tempesta. Fra le tante mi piace solo quella – come ho già detto qui – dei ragazzi del Mattei di Caserta, che hanno composto la faccia di Roberto Saviano con i volti di cittadini qualunque:

manifesto-saviano-provincia-di-caserta

Perché mi piace? Perché per persone che sono nate, vivono e resistono in quei luoghi, mettere la propria faccia a sostegno di Saviano comporta rischi, significati e valori che non hanno equivalenti in altre parti d’Italia (e forse del mondo).

Significati che non trovo nell’iniziativa «Saviano continua», appena nata a Milano, a cui tutti mandano la propria foto dicendo di chiamarsi Maria Saviano, Luigi Saviano e così via, con la speranza che sia ingigantita e affissa sui muri della città. Fra le tante facce, c’è pure quella di qualche vip (per il momento ho riconosciuto Lella Costa) (sempre clic per ingrandire):

saviano-continua

Come non bastasse, ieri Falcon82 (ambasciator non porta pena) mi segnala Not Speaking in My Name, in cui i vari Mario Rossi che lo desiderano possono mandare una foto, che li ritrae con la scritta «I’m Italian and Mr. Berlusconi is Not Speaking in My Name!», per dissociarsi dalla battuta di Berlusconi su Obama abbronzato.

Perché le ultime non mi convincono? Innanzi tutto, che noia. Inoltre, non c’è niente di coraggioso nel mettere la propria faccia su quei siti web o sui muri di Milano. Infine, mi pare una faccenda di piccolo esibizionismo. Il vecchio gioco di farsi fotografare con i vip, tradotto in impegno politico o sociale (guarda come sono impegnato!) per farsi vedere dalla mamma e dagli amici.

Idea per una tesi di fine triennio: un’analisi semiotica dei vari significati, valori e obiettivi di queste campagne e analoghe.

Le battute di Berlusconi

Dal 1994 Berlusconi è il leader politico che comunica meglio in Italia.

Vale la pena ricordarlo, a poche ore di distanza dalla sua uscita di ieri, quando in conferenza stampa da Mosca ha detto che Obama ha tutto per andare d’accordo col presidente Medvedev, perché «è giovane, bello e anche abbronzato».

Non è la prima volta che Berlusconi fa gesti sconvenienti o cosiddette «gaffe»: nel 2002 fece le corna dietro il ministro degli esteri spagnolo; nel 2003 diede del kapò all’eurodeputato della SPD Martin Schulz, che lo aveva criticato; lo stesso vale per le barzellette, la bandana esibita, le revisioni storiografiche all’acqua di rose.

Malgrado la sistematicità di questi episodi, molti si ostinano a considerarli sviste, errori più o meno gravi. La domanda che viene spontanea (se non ti fermi a riflettere) è questa: come si fa a dire che comunica bene uno che infila una gaffe dietro l’altra?

Ma Berlusconi non fa gaffe. Berlusconi dice e fa solo cose che alla maggioranza degli italiani piacciono. In questo senso, la sua comunicazione è efficace: è sempre magnificamente adatta alla maggioranza degli italiani.

Alcuni si vergognano? Altri si indignano? Sono la minoranza. Il resto degli italiani – e sono di più – ridono, ammiccano, si danno di gomito. La solita sinistra barbosa e moralista, pensano.

Ricordo che già nel 2002 Michele Serra commentava le corna al ministro spagnolo con queste parole:

«Un mucchio di gente, in Italia, troverà geniale questa informalità, questa franchezza, questa spontaneità. E si dirà: già, perché fin qui tutti quei noiosi barbogi incravattati hanno perso tempo con quei ridicoli cerimoniali? Non sarebbe meglio, molto meglio, una sana pacca sulle spalle, una barzelletta sui negri o sui finocchi, un lancio di molliche di pane a tavola, proprio come tutti noi (ipocriti) facciamo normalmente, quando non siamo imbalsamati dall’etichetta? E la buona vecchia gara di peti, da quanti anni, da quale caserma, da quale rifugio alpino non abbiamo più lo spirito per farla, la buona vecchia gara di peti?» (Michele Serra, La Repubblica, 2 febbraio 2002).

E all’estero? Trafiletti sui giornali, due minuti su qualche notiziario (vedi questa carrellata): la consueta fugace compassione per il folclore italiota. Come sempre, da 14 anni, perfettamente rappresentato da battute grossolane.

Ecco l’ultima.

Mentre Obama vince, Greenpeace risuscita JFK

Le tecniche digitali nella produzione video permettono di simulare che personaggi del passato parlino e si muovano come fossero vivi oggi. In pubblicità è stato fatto con Fred Astaire e Steve McQueen, tanto per fare due esempi.

Qualche giorno prima delle elezioni americane, Greenpeace, scommettendo sulla vittoria di Obama (spesso associato a JFK), ha distribuito un video per promuovere la seconda edizione del rapporto Energy [R]evolution, dopo la prima pubblicata nel 2007. Il rapporto (che puoi scaricare, anche in italiano, qui) mostra che fronteggiare i cambiamenti climatici investendo in efficienza energetica e fonti rinnovabili aiuterà anche a stabilizzare l’economia globale.

Il video si apre con la simulazione di un discorso del presidente John Fitzgerald Kennedy (le immagini sono di repertorio, anche se ritoccate, l’audio è artefatto), che pronuncia queste parole:

When man first walked, upon the moon
It defined a generation

As this new millennium dawns, we face a greater challenge
Climate change threatens our very existence

What further disasters will convince world leaders
That the existing technology
In renewable energy
Offers the last remaining hope, for a sustainable future?

Hollow words and spineless resolution have failed us
Now is the time for an energy revolution

Will we look into the eyes of our children and tell them
That we had the opportunity, but lacked the courage?
Will we look into the eyes of our children and tell them
That we had the technology, but lacked the vision?

Or will we look into the eyes of our children and tell them
That we faced our challenge

Like our fathers, before us

And fought,

For the Energy [R]evolution!

Le polemiche sulla verosimiglianza storica di questa simulazione sono già scoppiate, con considerazioni di vario tipo e livello sulla reale attenzione che JFK aveva per le questioni ecologiche (leggi questo articolo, per esempio).

Ma lo spot, pur non particolarmente innovativo, è molto azzeccato in questi giorni e fa centro nell’attuale immaginario di massa.