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Fabri Fibra fuori dal Concertone del Primo Maggio: giusto? sbagliato?

Fabri Fibra

Il rapper Fabri Fibra è stato escluso dal Concertone del Primo Maggio per accogliere la richiesta dell’associazione D.i.re (Donne in rete contro la violenza), la quale, in una lettera aperta, aveva messo in evidenza i contenuti sessisti, omofobi e violenti contro le donne che i testi di diverse sue canzoni esprimono. In poche ore ho ricevuto mail e messaggi da molti giovani che si sono indignati per l’espulsione, Continua a leggere

Quando le scuole riproducono stereotipi di genere senza volerlo

Il liceo Socrate di Roma ha realizzato uno spot per promuovere «Voice Out!», un «political game» – come lo chiamano – cioè un corso in cui «un team di esperti del settore» insegna ai ragazzi, suddivisi in squadre, come realizzare una campagna «con tanto di spot su YouTube e manifesto». Dopo di che, i ragazzi vengono messi in competizione, prima fra squadre della stessa scuola, poi fra scuole della provincia di Roma. Alla fine chi vince parte per una meta europea (info su Nisoproject.eu).

Tema di quest’anno: la lotta contro l’omofobia.

Pregevole l’iniziativa, lodevole il tema, fresco e dinamico lo spot, che è finito pure su Repubblica tv col titolo «Spot contro l’omofobia nelle scuole» e dunque sta girando molto in rete.

Però mi sono intristita lo stesso: a guardare lo spot, pare che nelle scuole di Roma ci siano solo maschi.

A parte la ragazzina iniziale che grida col megafono «Voice out!», a parte alcune comparse in aula che fanno da spettatrici votanti e qualche sagoma femminile di cartone, i protagonisti nel vero senso della parola sono solo maschi: i desideri di fare «il politico», «il pubblicitario», o di «recitare, fotografare o semplicemente dire la tua» riguardano solo loro. E pure i supposti creatori della campagna sono loro.

Com’è possibile che a nessuna insegnante, a nessuno studente, a nessuna studentessa del liceo Socrateuna scuola che non conosco ma che, dal sito web e dallo spot, immagino vivace, attiva, all’avanguardia – non sia venuto in mente che i protagonisti dello spot sono solo maschi?

Non solo è possibile, ma è accaduto. Per un motivo molto semplice: in Italia il protagonismo maschile è talmente scontato e normale, che cancellare il genere femminile è una scelta involontaria che viene spontanea anche nelle migliori famiglie (e scuole). Nonostante le migliori intenzioni.

Grazia ad Antonella per la segnalazione.

Lo spot contro l’omofobia della Presidenza del consiglio

Il 9 novembre è stata presentata a Roma la campagna contro l’omofobia promossa dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del consiglio, e curata dall’agenzia Young & Rubicam Italia.

L’iniziativa – sulla quale sono stati investiti 2 milioni di euro – comprende per ora uno spot (che ho visto) e migliaia di opuscoli informativi (che non ho visto) da inviare alle scuole, ed è stata condivisa anche dalla deputata del Pd Paola Concia e da diverse associazioni LGBT (fra cui Arcigay, Agedo e altre).

In rete però infuria la polemica.

Fra le tante cose che ho letto, condivido buona parte dell’analisi dello spot che Gatto Nero ha fatto su www.gaycampitalia.org (segnalatami da Andrea). La riporto quasi per intero, salvo piccolissimi interventi di editing (i grassetti sono miei):

«Questo spot è mal concepito. Per molte ragioni, che si intrecciano fra loro in un pericoloso effetto domino:

  1. L’ambientazione – La prima cosa che viene da pensare, guardando il video, è: “Che lugubre!”. L’ambulanza, la notte, il suono della sirena all’inizio dello spot; i corridoi (vuoti) dell’ospedale e il rumore della barella, poi; e, per finire, la sala operatoria: buia, buissima. Tutto dà una sensazione di urgenza, claustrofobia, mancanza di alternative.
  2. Gli attori – Ci sono due gruppi distinti di personaggi: i potenziali omofobi (la ragazza malata e il suo partner, a cui potrebbe o non potrebbe “importare” la sessualità di chi la cura) e i potenziali omosessuali. Il casting, in questo caso, mi pare quanto meno bizzarro: i primi sono di bell’aspetto, sia il ragazzo (di cui si coglie solo il profilo) che – soprattutto – la ragazza che ha un bel viso sereno, luminoso; i secondi, invece, sono cupi, nervosi, tesi. In un’escalation: se l’autista ha ancora bei lineamenti, pur nella tensione del ruolo, i personaggi successivi diventano più maturi d’età e dai lineamenti più duri. A questo aspetto si unisce la prossemica: l’infermiera si gira e indossa i guanti; il dottore si gira e fa altrettanto. L’impressione generale, anziché di fiducia, è paradossale: sembrano minacciosi.
  3. Le immagini – Una cosa balza all’occhio: l’omosessualità non viene mai mostrata. È una scelta coerente col messaggio complessivo dello spot, ovvio, che ruota attorno al concetto di “dubbio”. Ma in uno spot che vuole lottare contro l’omofobia si rischia l’incoerenza, trasmettendo indirettamente un messaggio pericoloso: l’omosessualità è qualcosa da nascondere.
  4. Il messaggio che si vuole trasmettere – Che, per inciso, è diverso dal messaggio che lo spettatore percepisce: “Non importa che una persona sia omosessuale o eterosessuale”. Che è diverso dal dire “È sbagliato discriminare gli omosessuali”. Non c’è un giudizio etico che condanni l’omofobia: viene detto, semplicemente, che non importa/è superfluo conoscere la sessualità di una persona quando usufruisci delle sue capacità o funzioni. È un messaggio che si ricollega all’ambientazione ospedaliera, all’urgenza.
  5. Le parole usate per trasmettere il messaggio – La scelta delle parole pronunciate nello spot è  quanto meno superficiale. Del “Non importa”, e della sua mancanza di valutazioni etiche positive/negative, abbiamo già detto. Lo stesso slogan, “Nella vita certe differenze non possono contare”, soffre dello stesso bias. Aggiungendo un altro aspetto, quello del buon viso a cattivo gioco: “nella vita” certe differenze non contano: “puoi anche non pensarla così ma non ti conviene” ricorda, come frase, certe massime disincantate dei vecchi del paese, che consigliano di abbandonare i bei sogni dell’infanzia perché “nella vita non funziona così”. Paradossalmente, di nuovo, sembra che si strizzi l’occhio all’omofobo: hai ragione, per carità, ma nella vita non puoi permetterti di rendere esplicite le tue idee. Un significato rinforzato dalla ripetizione ossessiva della frase “Ti interessa”, durante lo spot.
  6. Il claim – L’errore più grosso, nella scelta delle parole, sta nello slogan “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”. Il tentativo del pubblicitario è quello di prendere un concetto tipico dell’omofobia (“il diverso”) e rivoltarlo contro l’omofobo. Tentativo non riuscito, perché – e qui si sfiora l’assurdo – usando la frase “non essere tu quello diverso” si conferma la diversità dell’altro. “Non essere TU quello diverso” implica: TU sei quello NORMALE. Anziché neutralizzare il messaggio della diversità, lo si è rafforzato

(«Gli errori comunicativi dello spot governativo contro l’omofobia», di Gatto Nero, 10 novembre 2009)