Archivi tag: omosessualità

Bello e impossibile (2)

In Bello e impossibile ho già notato come i corpi maschili muscolosi e plastificati di molta estetica pubblicitaria non siano in realtà destinati alle donne, ma ai gay. In certi casi il target è duplice (donne + omosessuali), ma in altri le componenti omosessuali (gesti, posture, ruoli, prossemica dei corpi) sono talmente marcate, che le donne davvero non c’entrano.

La tendenza è talmente pervasiva che mi pare ovvia. Eppure (non ho ancora ben capito perché) molte donne si ostinano a illudersi che non sia così. E ogni volta che mi capita di condividere questa ovvietà con amiche, studentesse, conoscenti, immancabilmente registro reazioni di incredulità: volti attoniti e risolini nervosi, come fossi io – troppo incline all’analisi per deformazione professionale – a non volermi abbandonare alle fantasie sul principe azzurro.

Dai primi di novembre il portale danese di e-commerce Fleggaard sbeffeggia questa tendenza (e un po’ anche le donne che ci cascano), con uno spot che mette in scena una manciata di belloni unti e palestrati, e li combina con ruoli e simboli tipici dell’immaginario gay (dal pompiere all’ufficiale in divisa, dall’uccello rapace al dirigibile), in un crescendo trash che culmina con il prodotto pubblicizzato, il detersivo OMO, e il payoff «Lige over graensen», che significa «Appena oltre il confine».

Mi auguro che, vedendo lo spot, anche le più scettiche si convincano. 🙂

Abbiamo già discusso della rappresentazione del corpo maschile in pubblicità:

L’uomo in ammollo

Bello e impossibile

L’uomo instancabile

L’uomo normale

L’uomo che fa ridere

L’uomo senza paura (o quasi)

 

Ancora Obama, fra politica, business e cause sociali

Attentats è un marchio francese fondato da Jody Bouthillier (QUI una breve videopresentazione). L’azienda vende su Internet magliette e cappellini, con l’intento di diffondere consapevolezza sull’emergenza terrorismo in cui versa il pianeta e di manifestare solidarietà per le vittime di attentati nel mondo.

Il messaggio principale è condensato nel payoff: «Still Alive and Having Fun».

Così Jody Bouthillier spiega, sul sito, la sua filosofia:

«The Attentats (terrorist attacks) brand is not trying to justify terrorist attacks.
Wearing Attentats means breaking with a society that lives in fear and apprehension.
Wearing Attentats means asserting solidarity with all victims of terrorism.
Attentats  passes on part of the proceeds of sales to organisations WAR CHILD that assist the victims of terrorist attacks.
Nothing is stronger than an army of 6,500,000,000 survivors.
Peace.
Jody.»

Una comunicazione intelligente e spregiudicata, che punta sull’ennesima commistione fra business e temi politico-sociali e anticipa eventuali polemiche e dubbi etici dichiarando donazioni a War Child. Come fanno da anni le rockstar più “impegnate”, da Bono a Madonna.

Naturalmente, Attentats non si è lasciato sfuggire l’insediamento di Obama: il 20 gennaio ha distribuito un video su Internet, accompagnato da queste parole:

«Dear Obama,

CHANGE CAN HAPPEN. It is the slogan chosen with your team to celebrate the victory of the last elections in front of Mc Cain. And what a beautiful victory.

CHANGE CAN HAPPEN. A man of color leading the most powerful country in the world, which, helped who hardened councillors(advisers) gets ready to bring to a successful conclusion a lot of difficult task and fights .

CHANGE CAN HAPPEN. Your troops are going to withdraw according to Iraq (in spite of the new embassy which cost 565 million dollars) to go to inflate a little more the number of those already in place in Afghanistan.

CHANGE CAN HAPPEN. Then I would indeed be careful not to give you advices, however just one wish concerning your fight against the terrorism. Do not reproduce the same errors as your predecessor to avoid tens of thousand Afghan citizens to bear the same fate as tens of thousand Iraqi citizens. CHANGE HAS TO HAPPEN.

Jody Bouthillier.»

Il video è molto bello, l’uso dei media impeccabile. Come vedrai, tocca pure questioni di genere.

Scommettiamo che ti verrà voglia di comprare una maglietta?


Un’etero al Gay Pride

Io purtroppo al Gay Pride non c’ero, perché fuori Bologna per un impegno preso da tempo. Allora ho cercato (e sto cercando) in rete un po’ di racconti.

Fra i tanti, la mia amica Rowena ha guardato le cose con occhi che potevano essere i miei. Copio e incollo dal suo blog:

«I miei complimenti più sentiti ai giornalisti di Repubblica Bologna, che all’indomani del Gay Pride sono riusciti solo a inserire nel titolo della prima pagina “Gravi insulti alla Chiesa”.

Io c’ero, e di insulti alla chiesa non ne ho sentiti, né ho visto cartelli blasfemi. Forse ho bisogno di una visita dall’oculista e di un giro dall’otorino, ma giuro che ho tenuto orecchie e occhi aperti al mio primo Gay Pride, perché non volevo davvero perdermi nulla.

Così oggi posso dire che ho visto un sacco di gente colorata e con la voglia di esserci. Ho visto giovani e meno giovani che pacificamente marciavano e ballavano al suono di vecchie hit della Carrà (che lo so che ad alcuni può sembrare un crimine ma, vi assicuro, non lo è).

Ho visto un cartello che diceva “Veltroni, di’ qualcosa di gay”, e mi sono sentita di condividerlo.

Ho visto i gruppi di gay cattolici, e quelli che un po’ ce l’avevano con la Carfagna. Ho visto le butch e le monelle e gli orsacchiotti e gli atei e gli agnostici razionalisti. Ho visto il gruppo di Amnesty international, qualche drag queen sfilare con grande nonchalance su stiletti tacco 12 e qualche altra drag queen sfilare con grande nonchalance a piedi nudi e col tacco 12 in mano, stremate dal caldo e dagli equilibrismi.

E poi ho visto un papà che dal carro dell’AGEDO ripeteva infaticabile “Lesbiche, trans o gay, son sempre figli miei” tra gli applausi della folla. Non lo nascondo, mi è venuto il magone in gola e ho pensato che valeva la pena essere lì.

Peccato però che non ci fosse nemmeno un giornalista serio in giro…
Rowena (gay for a day)»

I generi nell’orto

Che tristezza, sono stufa. Siamo nel 2008 e ancora mi tocca vedere che dei problemi femminili e/o femministi e/o vetero/post/para-femministi sono sempre e solo le donne a occuparsi e preoccuparsi. Cose di donne, si dice. Mentre gli uomini, dal canto loro, parlano solo di cose maschili e/o maschiliste. Cose di uomini, appunto.

E poi ci sono gay che pensano solo ai gay, lesbiche concentrate sulle lesbiche, e via dicendo. Ognuno nel suo orto, insomma. Se va bene, troviamo gay e lesbiche che mettono il naso dentro a orientamenti sessuali che non sono strettamente il loro, e allora parlano – per massima apertura – di LGBT, acronimo che sta per Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender. Col che dimenticano, fatalmente, che esistono pure gli eterosessuali.

Spiega Wikipedia che della sigla LGBT “esistono molte varianti […], ma LGBT è l’acronimo più comune ed è uno dei più accettati nell’uso corrente. Quando i transgender non sono inclusi nel riferimento, il termine viene abbreviato in LGB. Si potrebbero, inoltre, aggiungere due Q per Queer e Questioning (qualche volta abbreviato con un punto interrogativo) (LGBTQ, LGBTQQ); altre varianti sono diventate LGBU, dove U sta per Unsure (insicuro), e LGBTI dove I sta per Intersex; un’altra variante è T per Transessuale (LGBTT), un’altra è T (o TS o il numero 2) per persone con Two-Spirit (due spiriti), e una A per straight Allies (LGBTA). Una sua forma completa è LGBTTTIQQA, sebbene sia molto raro. La rivista Anything That Moves ha coniato l’acronimo FABGLITTER (da Fetish, Allies, Bisessuale, Gay, Lesbica, Intersex, Transgender, Transexual Engendering Revolution). Il termine non è entrato, comunque, nell’uso comune. I termini transessuale e intersex sono considerati da un certo numero di persone unificabili con l’espressione transgender, anche se molti transessuali e intersex obbiettano (entrambi per diverse ragioni)”.

A quanto pare, anche in questo variegato mondo i confini fra gli orti sono contesi.

Eppure, come dicevo qualche settimana fa, mi piacerebbe che gli uomini (leggi: maschi eterosessuali) scendessero in piazza per risolvere i problemi della donne (leggi: femmine eterosessuali); ma anche i gay (maschi omosessuali) e i trans dovrebbero lottare per i diritti delle donne; mentre queste potrebbero ricambiare occupandosi di LGBT e – perché no? – di andropausa e ansia da prestazione maschile.

Lo so, la faccenda è più complicata e non si possono mettere sullo stesso piano andropausa e diritti delle donne. Né si può dimenticare l’arroganza media con cui la presunta normalità eterosessuale guarda il resto del mondo. Ma era per dire: non è che tutte queste distinzioni ci stanno facendo trascurare il vecchio e caro concetto di persona?

E va bene così

I manifesti di AGeDO (Associazione di genitori, parenti e amici di omosessuali) della campagna “Va bene così” cercano di valorizzare la normalità dell’essere omosessuali. “Mia figlia (figlio, fratello, sorella) è omosessuale e va bene così“, dice la headline.

Guarda le immagini.

mia-figlia-e-lesbica.jpg mia-sorella-e-lesbica.jpg mio-figlio-e-omosessuale.jpg mio-fratello-e-gay.jpg

Mi pare sia questa la direzione in cui le organizzazioni gay e le agenzie dovrebbero lavorare.

L’unico problema di questa campagna è che è smaccatamente sottotono: in un mondo di comunicazioni scintillanti, quelle facce e quei corpi sono troppo normali. La gente è ormai talmente abituata ai corpi ritoccati e idealizzati della pubblicità commerciale, da non riuscire ad apprezzare che la quotidianità entri in un manifesto. Non se l’aspetta, e neppure la vuole. Insomma, quando una campagna non è patinata, ci sembra irrimediabilmente un po’ triste e spenta. E d’istinto guardiamo altrove.

Col risultato che finiamo per distogliere lo sguardo dal tema che la campagna propone. Un vero peccato.

(Non ti pare che sia così? Non distogli lo sguardo, ma continui a guardare con curiosità e simpatia? Pensaci bene: è solo perché sei già d’accordo con i contenuti di AGeDO. Ma una campagna come questa non deve rivolgersi solo a chi è già convinto, no?)

Diverso sarebbe se lo stesso slogan accompagnasse immagini smaglianti e perfette. Ma farlo senza ricalcare stereotipi visivi e senza riprodurre involontariamente i pregiudizi sull’omosessualità che si vorrebbero abbattere è molto difficile. Per farlo bene, ci vogliono pubblicitari d’alto bordo, professionisti che sappiano adattare linguaggi e tecniche della comunicazione commerciale a temi sociali. E che per giunta si consultino con psicologi, sociologi, semiologi. Non solo pubblicitari, dunque.

Insomma, servono menti illuminate. Talmente illuminate da essere disposte a lavorare, per cause sociali, anche gratis. Troppa luce?

La zappa sui piedi

La polemica divampò fra ottobre e novembre 2007. (Troppo vecchia, dici? Ma l’ho detto all’inizio che un blog serve a ricordare…)

Il 23 ottobre 2007 la Regione Toscana presentò, con il patrocinio del ministero delle Pari opportunità, una campagna contro l’omofobia, fatta di affissioni, cartoline, brochure, più alcuni incontri e conferenze sul tema delle discriminazioni, inseriti nel Festival della Creatività, a Fortezza da Basso.

L’immagine incriminata era questa (cliccaci sopra per vederne i dettagli).

neonato-homosexuel.jpg

Le critiche vennero soprattutto da destra, e sostenevano che: (1) l’innocenza di un neonato non deve essere contaminata da un marchio gay; (2) l’omosessualità non è innata, ma proviene da abitudini scorrette e viziose.

Dando per scontata l’omofobia pregiudiziale e ridicola di queste posizioni, non capisco tuttavia come la campagna possa essere stata promossa dalle organizzazioni gay italiane (e non solo, visto che fu la fondazione canadese Emergence, un organismo che si batte contro le discriminazioni di genere, a realizzarla e regalarla alla Toscana). «Con questa immagine lanciamo un messaggio forte e chiaro — spiegò Alessio De Giorgi, presidente dell’Arcygay toscana. — L’omosessualità non è una scelta ma un dato immutabile da rispettare» (Corriere della sera, 24 ottobre 2007).

Però, pensa agli impliciti.

Non dobbiamo prendercela con gli omosessuali perché non lo sono per scelta, ma nascono omosessuali e, in quanto tali, sono inermi come il poverello fotografato. Innocenti come un neonato e dunque non perseguibili, questa è la tesi. Innocenti sì, ma solo perché non scelgono (visto che è madre/matrigna natura a scegliere per loro).

Cosa dovremmo ricavarne? Che se l’omosessualità non fosse innata, dovremmo linciare gli omosessuali? Che se l’omosessualità fosse una scelta adulta, allora sarebbe una colpa?

In realtà l’innatezza dell’omosessualità è tutta da dimostrare.

E poi, quale omossessualità? Chi ha deciso che è di un tipo soltanto? Una persona può scegliere il suo orientamento sessuale in qualunque fase della sua vita: da bambino/a, da adolescente, da adulto/a.

Oppure no: ci nasce e basta.

Uno/a può decidere di cambiare orientamento sessuale più volte durante la sua vita. Tipo: fino a 30 anni sta con le donne (donna o uomo che sia), poi s’innamora di un uomo e ci va a vivere per sempre.

E allora? I casi sono svariati e indecidibili, né una scienza presuntamente obiettiva (la medicina? la genetica? la biologia?) si può arrogare il diritto di decidere al posto delle persone quale sia la “causa” della loro omosessualità. Posto che sia rilevante cercare la causa.

Un movimento gay che promuova decisioni di questo tipo non può che darsi la zappa sui piedi.