Archivi tag: Partito Democratico

Il vento del Pd, le gambe delle donne e la mancanza di idee

Come ormai tutti sanno, in questi giorni il Pd romano sta pubblicizzando la Festa Democratica con questi manifesti (clic per ingrandire):

Cambia il vento Pd donna e uomo

Il problema, naturalmente, sono le gambe della ragazza, non la cravatta svolazzante: che senso ha pubblicizzare il Pd con un’immagine che ricorda Marilyn sulla presa d’aria della metro in Quando la moglie è in vacanza e/o Kelly LeBrock che la cita nel film del 1984 La signora in rosso?

Nessun senso, solo mancanza di idee, sopperita da una foto intitolata «Female Legs» e pagata pochi euro sul sito Istockphoto.com, che dimostra che nemmeno la pur banale citazione è farina del sacco di coloro che hanno fatto il manifesto.

Piattezza e scarsa cultura della comunicazione: come sempre nella politica italiana, locale e nazionale.

Eppure, poiché la scarsa cultura della comunicazione non riguarda solo la politica, ma l’Italia intera, nel giro di due ore mi arrivano una trentina di segnalazioni personali, esce una dichiarazione di «sconcerto» del comitato «Se non ora quando», le donne democratiche romane prendono le distanze dal manifesto, l’associazione Corrente Rosa scrive una lettera indignata a Rosy Bindi, le proteste sui blog e su Facebook gonfiano, premono, gareggiano fra loro a chi la spara più grossa, più veloce o più fine, a seconda dei gusti, o si rimandano l’un l’altra, dichiarandosi solidarietà reciproca, a seconda dell’indole (competitiva o meno).

Puntuali come sempre, da quando in Italia s’è risvegliato il femminismo (come lo chiamiamo: post-femminismo? neo-femminismo?), arrivano pure coloro che s’indignano contro le/gli indignate/i, con argomentazioni del tipo:

  • «le gambe della ragazza non sono affatto volgari, con quelle deliziose ballerine fucsia»;
  • «c’è pure il manifesto con l’uomo, dunque la campagna è paritaria» (a cui è stato risposto: «se fosse parità vera, il vento avrebbe dovuto aprirgli la patta dei pantaloni»);
  • «tutte scuse per prendersela col Pd, povero piccolo Pd»;
  • «ci sono campagne ben più volgari e offensive»;
  • «cosa stiamo a parlare di queste sciocchezze, ci sono problemi ben peggiori (si chiama «benaltrismo»);
  • «le solite babbione femministe: frustrate, moraliste e bacchettone», e via dicendo.

E io? Mi annoio, ecco cosa faccio. Il Pd gira a vuoto come la sua comunicazione, la politica e l’Italia girano a vuoto: l’abbiamo discusso più volte in questo spazio, analizzando casi ben più interessanti di questo. Non sarebbe ora di parlar d’altro?

Perciò non avrei mai scritto un post sulla minigonna al vento, se non fosse che finalmente mi segnalano ben tre guizzi di originalità da parte del Pd:

  1. il movimento LGBT romano di area Pd difende il manifesto sostenendo che non abbiamo capito nulla: quelle sono le gambe di un uomo, non di una donna, ed è in questo senso che «cambia il vento». 😮
  2. la segreteria del Pd di Roma ha inviato una lettera aperta al comitato «Se non ora quando», in cui propone «una discussione pubblica alla festa» (il dibattito, il dibattito!) affinché possano «confrontarsi in modo libero diversi punti di vista, senza rappresentazioni caricaturali frutto di pregiudizi che banalizzano una discussione seria, dove nessuno pensi che un giudizio critico corrisponda a un moralismo bacchettone e un giudizio positivo ad un’assenza di posizione etica» (fonte: Mainfatti). 😮
  3. pare che alcuni del Pd stiano azzardando un’altra interpretazione del manifesto: «il vento sta cambiando» perché la ragazza cerca di coprire, non di scoprire, le gambe (fonte: Mainfatti). 😮

Questa sì, che è originalità. 😀

 

Brunetta insulta i precari. E il Pd ci fa uno spot

Da mesi il centrodestra accumula errori di comunicazione (e di strategia politica, ovviamente, ma qui parliamo di comunicazione). Talmente gravi e/o sciocchi che al Pd basterebbe lasciarli fare, costruendo dal canto suo alleanze solide (da solo certo non vince) e proposte concrete, col relativo piano di comunicazione.

L’ultima uscita del ministro Brunetta, che martedì si è rifiutato di rispondere a una precaria e se n’è andato apostrofandola con un «Siete l’Italia peggiore», ricorda – per snobismo e disprezzo della gente – il peggiore D’Alema.

Ma non basta trasformare la scena in uno spot che dice «Lui non ascolta, noi sì» per dimostrare di essere davvero migliori di lui. Perché attenzione: in questo momento l’errore di Brunetta è così pesante – e insultante per chi non arriva a fine mese – da illuminare chiunque ne prenda le distanze.

Ma è la solita strategia contro: ieri contro Berlusconi, oggi contro Brunetta, domani contro Alfano, La Russa o chissà chi.

Una strategia che, nel giro di pochi mesi o addirittura giorni, suonerà vuota e poco credibile se la sinistra non riuscirà – una buona volta – a mettere a punto un modo nuovo, positivo e propositivo, di comunicare come pensa di risolvere i problemi di disoccupazione e precariato in Italia.

Ma lo sanno, come risolverli? Perché se lo sanno, finora proprio non ce l’hanno detto.

 

Che senso ha l’appello del Pd?

Dal 1 febbraio il Pd ha promesso di invadere l’Italia con 10.000 gazebo: vogliono raccogliere 10 milioni di firme per «mandare a casa Berlusconi».

L’appello si intitola «Berlusconi dimettiti» e continua così:

«Presidente Berlusconi, lei ha disonorato l’Italia agli occhi del mondo, non ha più la credibilità per chiedere agli italiani un impegno per il cambiamento e con la sua incapacità a governare sta facendo fare al paese solo passi indietro.

Lei dunque se ne deve andare via. L’Italia ha bisogno di guardare oltre, per affrontare finalmente i suoi problemi: la crescita, il lavoro, un fisco giusto, una scuola che funzioni, una democrazia sana.

Noi dobbiamo dare una prospettiva di futuro ai giovani. Con la sua incapacità a governare e con l’impaccio dei suoi interessi personali lei è diventato un ostacolo alla riscossa dell’Italia. Per questo presidente Berlusconi lei si deve dimettere.

L’Italia ce la può fare, dispone di energie e di risorse positive. È ora di unire tutti coloro che vogliono cambiare. È ora di lavorare tutti insieme per un futuro migliore. Firma per cambiare l’Italia».

Ora, un testo che si vuole rivolto a 10 milioni di persone con «energie e risorse positive» dovebbe essere un gioiello di scrittura e persuasione. Questo invece fa acqua da tutte le parti. Lascio a Maurizio Crozza il lavoro di fino, e dico solo che:

  1. come al solito (per il Pd) è generico: parla di cambiamenti, ma non dice né come né quali;
  2. la crescita, il lavoro, il fisco giusto, la democrazia sana non sono «problemi» per il paese: è la loro mancanza a esserlo;
  3. non si dice «incapacità a», ma «incapacità di» («incapacità a» si trova solo in certi testi burocratici e giuridici).

Ma lasciamo da parte il lavoro linguistico. E tralasciamo pure il fatto che il Pd, pur predicando di voler passare dal «contro» Berlusconi all’«oltre», con l’appello sta facendo l’ennesimo «contro». Lasciamo da parte ogni pedanteria – mi sono detta – e consideriamo l’operazione complessiva: è troppo grossa per pensare che non segua nessuna strategia.

Mi sono a lungo interrogata sul senso di questa mossa, ma finora non l’ho trovato. Perché:

  1. Posto che circa 50 milioni – se conto male, qualcuno mi corregga – sono gli aventi diritto al voto in questo paese, 10 milioni di firme sono il 20%. Più o meno l’elettorato di un Pd in calo. Cosa si vuol fare, allora, con questo appello? Un anticipo di campagna elettorale, ma giocata al ribasso, per verificare che almeno uno zoccolo duro di 10 milioni ci sia e sia pronto a superare la genericità della proposta?
  1. Posto che Berlusconi non si dimetterà certo per questo appello, perché dirà, come al solito, che 10 milioni non sono la maggioranza – e già dire questa cifra significa anticipare la sua risposta – non sarebbe meglio che il Pd impiegasse soldi, energie e persone per fare proposte concrete di riforme e tessere relazioni per realizzarle?

Insomma non capisco. Davvero. E credo sia un mio limite. Qualcuno mi aiuta? (clic per ingrandire)

L'appello del Pd

 

La delusione di una Giovane Democratica

Francesca è laureanda magistrale in Semiotica. Ma è anche delegata all’Assemblea Nazionale dei Giovani Democratici (è stata eletta durante le primarie del 2008). Voleva fare una certa tesi, che combinasse due delle sue attuali passioni: per gli studi e la politica.

Ha dovuto cambiare idea. Sul Pd, non sugli studi.

Per «togliersi un peso» – come ha detto – Francesca mi ha scritto la sua esperienza. Per condividere la rabbia e la tristezza che provo assieme a lei, le ho chiesto l’autorizzazione a pubblicarla.

Fra l’altro, il backstage che emerge dalle sue parole spiega molto bene da dove vengono i continui errori di comunicazione del Pd, che su questo blog abbiamo spesso rilevato:

«Era il gennaio 2010. Uscita dal ricevimento della prof.ssa Cosenza, ero raggiante perché avevo un argomento per la mia tesi magistrale: “La comunicazione del Pd dalla sua nascita a oggi. Un’analisi retorico-semiotica dei dispositivi visivi, verbali e audiovisivi”.

Non vedevo l’ora di mettermi al lavoro. Mi precipitai in biblioteca a prendere quanti più libri della bibliografia indicatami potevo e, tornando a casa, fantasticavo sull’occasione di cimentarmi in un lavoro che fondeva le mie due grandi passioni: la comunicazione e la politica.

Mi restava ancora qualche esame da dare, ma mi sarei messa subito al lavoro per trovare il materiale. Avevo bisogno di un archivio, cartaceo o multimediale, che raccogliesse tutte le produzioni del Pd.

Lavorai su due fronti: trascorsi giornate intere al pc scandagliando tutti i siti del Pd (non voglio entrare nel merito della loro usabilità…), i canali YouTube di tutti i circoli territoriali, le pagine del partito sui social network, ecc.; e nell stesso tempo contattai i circoli del mio territorio, due segretari provinciali, il responsabile regionale della comunicazione della sezione giovani, il responsabile nazionale della comunicazione della medesima sezione, vari “responsabili” nazionali della comunicazione della sezione senior, e molti molti altri ancora.

Purtroppo tutto si rivelò un buco nell’acqua. In un gioco di rimbalzi del tipo “prova a chiedere a Tizio”, “magari è meglio se senti Caio”, “ti conviene mandare una mail a Sempronio”, mi sono ritrovata a settembre senza niente in mano.

La triste verità è quello che cercavo non esiste.

Per capire la gravità della situazione comunicativa del Pd basti pensare che, alla mia richiesta di un archivio che raccogliesse tutte le produzioni del partito, uno dei responsabili nazionali (!) della comunicazione ha risposto, disarmandomi: “Be’, ci stiamo lavorando, ma un archivio simile non esiste… prova a guardare sulla mia pagina Facebook: tra le foto in cui sono taggato sicuramente c’è anche qualche manifesto del Pd”.

Parole che si commentano da sole.

Cosa ancor più grave è che non solo non esiste un archivio, ma non esiste nemmeno un’unica struttura che si occupi stabilmente di tutta la comunicazione del Pd, sia su scala locale che nazionale. La tendenza generale è quella di affidare la stesura di documenti informativi e il concepimento delle campagne ai militanti che sappiano usare un programmino di grafica. Molto raramente ci si affida a professionisti e, anche quando si fa, si incarica l’agenzia x per una campagna e l’agenzia y per quella successiva.

Il tentativo è forse democraticamente apprezzabile, ma con evidenti scarsi risultati sul piano della coerenza e, di conseguenza, dell’efficacia della comunicazione stessa.

Mi chiedo: possibile che l’attenzione del Pd alla comunicazione sia questa? Possibile che nessun suo esponente si (pre)occupi della gravità della situazione?

Infinitamente delusa dal partito a cui mi ero iscritta credendolo portatore di nuove logiche e grandi ideali, a settembre ho deciso di dare un taglio netto: cambio tesi. A volte si deve avere il coraggio di dichiarare il fallimento. Forse dovrebbe farlo anche il Pd.»

Perché la campagna «Rimbocchiamoci le maniche» non funziona

Da quando la campagna del Partito Democratico «Rimbocchiamoci le maniche» è uscita (a quanto pare è di Aldo Biasi Comunicazione), le battute si sprecano.

Alla Festa Democratica Nazionale (Torino, 28 agosto – 12 settembre 2010) lo slogan era completato dalla frase «Cominciamo a sognare». E tutti a domandarsi quando mai la gente si rimbocca la maniche per sognare (clic per ingrandire).

Rimbocchiamoci le maniche. Cominciamo a sognare

Allora hanno messo «Per giorni migliori», ottenendo qualche settimana di decoroso silenzio.

Ora però sono apparse in tutta Italia queste affissioni, e tutti sono di nuovo scatenati: «che c’entrano i giorni migliori con quella faccia incazzata?», «che fa Bersani in quella posa da cowboy?», «e dopo che te le sei rimboccate, che fai?» (clic per ingrandire):

Per giorni migliori. Rimbocchiamoci le maniche Le Tasse sono aumentate e la pazienza è finita

I soldi per l'istruzione sono diminuiti e la pazienza è finita La disoccupazione è aumentata e la pazienza è finita

A parte la lunghezza e l’insensata organizzazione visiva della headline (sono in corpo maggiore e balzano all’occhio parole a caso come «Le maniche», «E la pazienza è finita», «Sono diminuiti», «È aumentata»), il problema fondamentale è l’immagine di Bersani.

È stata scelta, infatti, quella che io chiamo «estetica del corpo isolato su sfondo bianco» per rappresentare un leader politico che – date le maniche rimboccate – si vorrebbe proporre come un leader del fare, competente e combattivo.

Che cos’è l’estetica del corpo isolato su sfondo bianco? Quella che per esempio i marchi di moda usano per pubblicizzare profumi o intimo. Vedi D&G (clic per ingrandire):

D&G David Gandy per D&G

Chiaro che un’organizzazione visiva del genere serve a concentrare l’attenzione sul corpo – inevitabilmente bello – del soggetto umano fotografato, non certo a magnificarne le doti di pragmatismo. Ma concentrare l’attenzione sul corpo di Bersani finisce per sottoporlo a battutacce sulla pelata e le sopracciglia aggrottate.

Inoltre, imitare lo stile visivo dei marchi di moda per pubblicizzare un partito conferisce alla campagna un che di patinato, artificioso, e trasforma il partito in una confezione vuota.

Come non bastasse, è uscito anche lo spot. Che dall’estetica del corpo isolato è passato all’estetica del gesto: quello di rimboccarsi le maniche, appunto. Senza (neanche stavolta) proporre contenuti, perché Bersani non dice nulla e alla fine se ne va. Col risultato che in questi giorni molti blogger si sono effettivamente concentrati sul gesto – come lo spot induceva a fare – ma l’hanno associato a ben altra pratica: quella di iniettarsi eroina in vena. Vedi cosa ne hanno detto Mattina, Gilioli, Sofri.

Bersani, il turpiloquio e la Gelmini

Sabato 22 maggio Pier Luigi Bersani ha chiuso l’Assemblea Nazionale del Pd proponendo una «figura eroica»: quella degli insegnanti di scuola, che inseguono i disagi sociali e i bisogni di tutti i ragazzi a costo di enormi sacrifici.

Bella chiusura, molti elettori del Pd avranno pensato: finalmente una «cosa di sinistra». Retorica, certo, perché non corredata da proposte concrete a favore della scuola. Ma le chiusure sono tutte retoriche, no? Già.

Peccato che Bersani abbia aggiunto: «mentre la Gelmini gli rompe i coglioni». Agli insegnanti eroi.

Ma come? mi lamento che Bersani parla burocratese e poi m’indigno se per una volta usa un’espressione colloquiale?

Il problema non è il turpiloquio, né tanto meno il linguaggio colloquiale: le parole vanno usate tutte, incluse le parolacce, se hanno una funzione e una pregnanza nel contesto in cui sono usate. Se aggiungono impatto emotivo senza offendere nessuno.

Ma la parolaccia di Bersani menziona metaforicamente un attributo maschile e lo riferisce a una donna. Risultato: volgarità gratuita, di sapore vagamente maschilista, in un periodo in cui la disparità di genere è sulla bocca di tutti. E per giunta offre al ministro Gelmini l’occasione di rispondere con stile.

Prendi infatti, da un lato, la risposta che ieri ha dato Mariastella Gelmini, a Palermo per la manifestazione in memoria della strage di Capaci: «Non commento, siamo qua per discutere di cultura della legalità e non di altro» e confrontala, dall’altro lato, con la controreplica che il Pd ha affidato a Giovanni Bachelet:

«Il numero di entusiastici messaggini spediti da amici e parenti insegnanti subito dopo le parole di Bersani sulla scuola suggerisce che la scelta di definirli eroi del nostro tempo, malgrado l’espressione birichina che sintetizzava il più volte dichiarato disprezzo del ministro verso il loro lavoro considerato un ammortizzatore sociale, rallegra molte persone per bene».

Morale della favola: mentre gli «amici e parenti» di Bachelet lodano e imbrodano il «birichino», Gelmini svetta su tutti i media per signorilità.

Sapeva, Bersani, di fare un regalo del genere alla sua avversaria?


Il team di Obama fa lezione al PD

Leggi cosa ci racconta oggi Loredana Lipperini:

«Ieri pomeriggio ho conosciuto Ben Self e Dan Thain. In altre parole: Blue State Digital. In altre parole ancora: coloro che hanno predisposto e realizzato la strategia on line per la campagna elettorale di Barak Obama.

L’occasione era un incontro fra alcune persone che si occupano di/vivono su/scrivono per il web in Italia e chi, nel Partito Democratico, si occupa di/ragiona su/lavora per il web medesimo. È, per la cronaca, il secondo incontro a cui ho preso parte in quel del Nazareno, insieme a un piccolo gruppo di blogger, imprenditori, giornalisti, operatori della rete.

Ed è stata un’occasione molto, molto interessante.

Self e Thain hanno parlato di cose note e no. Hanno precisato…».

Continua a leggere QUI.

Sapranno, quelli del PD, imparare la lezione dal team di Obama?

Io sono pessimista, purtroppo. C’è troppa strada da fare. Ci vogliono persone nuove, competenti, intelligenti. Ma da troppi anni i bravi e intelligenti sono stati sacrificati dal PD, mai accolti, incoraggiati, promossi.

Con quel gruppo dirigente, come fanno a cambiare strada? Possono al massimo fingere di farlo, radunando esperti, organizzando conferenze e cose analoghe. E strombazzando un po’ in giro di averlo fatto. (Poco però, perché fuori Roma neppure si sa).

Per poi continuare di testa (testa?) loro.