Archivi tag: Pasolini

Nella guerra fra generazioni siamo tutti dinosauri

Pd o non Pd, destra o sinistra, semplificare il conflitto fra Bersani e Renzi in «guerra fra generazioni» non fa bene a nessuno in Italia. Se contrapponi i «giovani che scalciano» agli «adulti», come fa Bersani, implicitamente li svaluti come «non ancora adulti», e cioè «immaturi», «inesperti», «incompetenti». Se chiami «dinosauri» i non più giovani, come fa Renzi, stai dicendo che sono mostruosi, brutti e talmente cattivi che andrebbero cancellati in un colpo.

 Dinosauro

Intendiamoci: non è per buonismo che dico che la guerra fra generazioni nuoce all’Italia. È perché non porta da nessuna parte. Il problema infatti è: chi sono i giovani in Italia?

Se sono solo quelli che l’Istat mette nella fascia di età 15-24, allora anche Renzi è un dinosauro da spazzare via. Se invece non sono loro (come si fa a catalogare fra i «dinosauri» un 25-26enne?), allora comincia il balletto: i venticinquenni contro i trentenni, contro i quarantenni, contro i cinquantenni, contro… Che senso ha? Lo osserva anche il trentenne (giovane? adulto? dinosauro?) Giampaolo Colletti oggi, nel suo blog sul Fatto quotidiano: La guerra generazionale fa male ai giovani.

Se invece i giovani sono solo quelli fra 15 e 24 anni, allora poveracci: sono solo il 10% della popolazione – dice l’Istat– e cioè circa 6 milioni. Quattro gatti, che per giunta sono destinati a diminuire se le nascite continuano a calare e non aumentano gli immigrati. Dove vanno quattro gatti da soli? Da nessuna parte, visto che hanno poco rilievo elettorale. Lo dimostrano, fra l’altro, gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione giovanile (quella dei 15-24 appunto): il 29,3% dei ragazzi fra 15 e 24 anni è senza impiego. È la percentuale più alta da quando l’Istat cominciò queste rilevazioni, nel gennaio 2004.

E allora? Allora aveva visto lungo Pasolini, nel 1973, quando individuava nel post-sessantotto l’inizio di un baratro: se manca la «dialettica» fra generazioni, come la chiamava Pasolini, nessuno cresce, non i «giovani» ma nemmeno gli «adulti». Tutto resta immobile, tutti facciamo la fine dei dinosauri.

Le generazioni dovrebbero confrontarsi, scambiarsi saperi e pratiche, anche litigare in modo acceso, ma non auspicare l’una la cancellazione dell’altra.

Ecco cosa scriveva Pier Paolo Pasolini il 7 gennaio 1973 sul Corriere della sera. L’articolo s’intitolava “Contro i capelli lunghi”:

«Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di un’ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti.

Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico.

Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, “superare” i padri.

Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente – un regresso.

Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre.» (P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975, p. 10)

La nuova tv di Santoro sul web: dove sta la differenza?

Ci siamo: da qualche giorno è on line Serviziopubblico.it, che lancia la nuova trasmissione di Michele Santoro «Comizi d’amore» (a proposito: cosa dice Vendola del fatto che gli ha soffiato il titolo? Immagino poi che Pasolini si rigiri nella tomba). Il programma andrà in onda dal 3 novembre fra siti internet, Sky e tv locali, ed è prodotto da una società che include anche Il Fatto Quotidiano.

In rete già infuriano le polemiche fra chi ama Santoro e chi lo detesta. Pochissimi i commenti razionali e ragionevoli: come sempre, quando si tratta di Santoro, purtroppo gli insulti e le invettive prevalgono. Mi piacerebbe invece che in questo spazio riuscissimo a ragionare in modo pacato. Di solito – per fortuna ma non per caso – ci riusciamo.

Due sono gli spunti che propongo. Che senso ha, per un uomo di televisione navigato come Santoro, uno che si muove da decenni nel mercato dei media e della politica, uno a cui il potere e i soldi non mancano, assimilare se stesso al giovane tunisino Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante che il 17 dicembre 2010 si è dato fuoco, dopo che la polizia gli ha confiscato le merci?

Io quando ho sentito ‘sta roba ci sono rimasta male. Molto:

«Mi sento come quel tunisino da cui è nata la rivolta nel Maghreb. Che andava a vendere la frutta e la verdura al mercato e che, visto che lo Stato metteva tasse e gabelle insostenibili, si è dato fuoco. Anche noi siamo con il carrettino a cercar di vendere la nostra frutta e la nostra verdura su Internet, sulle tv a diffusione regionale, su Sky e potrebbero esserci pressioni governative per limitarci o per impedirci di andare in onda. Solo che noi non ci daremo fuoco e faremo il nostro programma lo stesso.»

Ieri mattina ho fatto l’errore di postare frettolosamente su Facebook un pezzo scritto da ilNichilista, che chiudeva dicendo:

«Io non so se Santoro si renda conto dell’incredibile mancanza di rispetto del suo paragone verso chi è davvero oppresso, verso chi è disposto a rinunciare alla propria vita (e non a una trasmissione in prima serata) per denunciare la sua mancanza di libertà.»

Anch’io mi chiedo la stessa cosa. Ma ieri mattina sulla mia bacheca è scoppiato il finimondo. Proviamo a ragionarci con calma?

Ho anche un’altra domanda però. La prima (ehm) inchiesta di «Comizi d’amore» è un’intervista di Francesca Fagnani a Imane Fadil, testimone nel processo Ruby.

La ragazza difende Berlusconi: parla di Ruby come di «una ragazza che avrebbe potuto creare problemi», «in grado di ricattarlo», dice che erano le ragazze a voler stare con Berlusconi, non viceversa. Dice che lo voterebbe eccetera.

E allora mi chiedo: che differenza passa fra questa intervista e quella che fece Alfonso Signorini a Ruby su Mediaset, da tutti additata come un atto di cortigianeria?

Io da un programma che sbarca sul web per essere «libero» e da una tv che si propone come nuova e alternativa non mi aspetterei mai, per cominciare, l’ennesima intervista a una escort (penso anche a quella che «Annozero» fece a Patrizia D’Addario il 1 ottobre 2009).

Ma Santoro, che vuole sollevare subito un bel polverone, ovvio che lo fa. E allora?

Francesca Fagnani intervista Imane:

Signorini intervista Ruby (da un servizio del Tg1, perché non trovo più l’originale):

Prima parte dell’intervista a Patrizia D’Addario, «Annozero» 1 ottobre 2009:

Generazioni a confronto

Non ho mai sopportato gli steccati generazionali. Per intenderci: il fatto che i ventenni frequentino solo ventenni, i bambini delle elementari solo amichetti della stessa età, i settantenni altri settantenni. Per me un ragazzino di dieci anni dovrebbe divertirsi col nonno, oltre che coi ragazzini della sua età. E giocare a zompagalletto col cugino ventenne e la vicina di casa quarantenne. Più ci si mescola, più si cresce. Da zero a cent’anni.

Perciò, puoi immaginare come ci sono rimasta bene quando ho ripescato questo brano di Pasolini, da un articolo che scrisse il 7 gennaio 1973 sul Corriere, che s’intitolava “Contro i capelli lunghi”:

«Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di un’ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti.

Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico.

Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, “superare” i padri.

Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente – un regresso.

Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre

(P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975, p. 10)

Carta vetrata sui conflitti generazionali di allora. E quelli d’oggi?

Il salotto e chi ci sta

La dieta di oggi prevede solo una citazione, tratta dai Saggi sulla politica e sulla società (Meridiani Mondadori, 1999) di Pier Paolo Pasolini (la ricordo a memoria e in questo momento non trovo la pagina):

“Penso dei comunisti da salotto ciò che penso del salotto. Merda.”

In tante occasioni, soprattutto negli ultimi anni, ho pensato la stessa cosa.

Liberta sessuale coatta 2

Prosegue idealmente le riflessioni sulla libertà sessuale che Pasolini faceva nel 1975 (qui commentate qualche giorno fa) Zygmunt Bauman nel 2003:

«È giusto, forse anche entusiasmante e nel complesso meraviglioso, che il sesso si sia emancipato a tal punto. Il problema tuttavia sta nel come fare a trattenerlo una volta scaricata la zavorra; come preservarne la forma se non esistono più strutture disponibili. Volare leggeri è una cosa gioiosa, volare senza barra di comando è angosciante. Il cambiamento eccita, la volatilità disturba. L’insostenibile leggerezza del sesso?

Volkmar Sigusch è un terapeuta che ogni giorno incontra le vittime del “sesso puro”. I riepiloghi delle sue scoperte sono tanto assennati quanto foschi:

“Tutte le forme di relazione intima attualmente in voga portano la stessa maschera di falsa felicità indossata dall’amore coniugale e in seguito dall’amore libero […]. Quando abbiamo guardato meglio e abbiamo levato la maschera, abbiamo trovato desideri insoddisfatti, nervi scossi, amore deluso, dolore, paure, solitudine, ipocrisia, egotismo e compulsione ripetitiva […]. Le prestazioni hanno sostituito l’estasi, le proprietà fisiche sono ‘in’, le proprietà metafisiche sono ‘out’ […]. Astinenza, monogamia e promiscuità sono tutte parimenti lontanissime dalla libera vita della sensualità che nessuno di noi conosce” (Volkmar Sigusch, The neosexual revolution, in “Archives of Sexual Behaviour, 4, 1989, pp. 332-359).

[…]

Quando il sesso sta a significare un mero evento fisiologico e la parola “sensualità” evoca ben poco se non una piacevole sensazione fisica, il sesso non si è affatto emancipato da ulteriori, superflui, inutili, onerosi e attanaglianti carichi. Al contrario, viene sovraccaricato. Travolto da aspettative che non è in grado di soddisfare.»

(Zygmunt Bauman, Liquid Love. On the Fraility of Human Bonds, Polity Press e Blackwell Publishing Ltd, Oxford, 2003, trad. it. Amore liquido, Laterza, Roma-Bari, 2004, pp. 64-65).

Libertà sessuale coatta

Scriveva Pasolini nel 1975:

«Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà.

Infatti: primo risultato di una libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità “indotta” e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza. Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): e la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com’era nelle speranze democratiche)».

(P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, 1975-2001, p. 99).

Mi pare che la nevrosi che Pasolini diagnosticò nel 1975 si sia negli anni talmente aggravata che oggi, forse, si registrano i primi segnali di controtendenza. Il che non vuol dire guarigione, ma coesistenza di ossessioni contrapposte.

Non a caso sta per essere tradotto da Mondadori il monumentale libro di Elizabeth Abbott sulla castità, A History of Celibacy (Da Capo Press, 1999). Non a caso personaggi celebri di tutti gli ambienti (da Lenny Kravitz al calciatore brasiliano Kakà) sbandierano la loro astinenza sessuale (temporanea o permanente) motivandola con le ragioni più disparate: perdita d’interesse, necessità sportive, convinzioni religiose.

E tu che ne pensi?

Come interpreti, vivi e vedi vivere le parole di Pasolini, a 33 anni di distanza?

Pasolini sulla razionalità

Ho ritrovato ieri questa luminosa riflessione di Pier Paolo Pasolini, che risale a marzo 1974:

“Non esiste razionalità senza senso comune e concretezza. Senza senso comune e concretezza la razionalità è fanatismo” (P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, 1975-1990, p. 26).

Oggi molto più di ieri, appunto.