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Il sorriso dei candidati

Ieri su Repubblica Bologna è uscito – senza immagini e col titolo «Giudichiamo i candidati sindaco dal sorriso» – un mio articolo. Eccolo nella versione integrale, destinata al blog.

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La campagna per le amministrative si sta scaldando e le facce di due candidati sindaco, più degli altri, campeggiano per le strade di Bologna. Da metà febbraio, grigio su fondo arancio per Flavio Delbono; da qualche giorno rosa-rosso su blu per Alfredo Cazzola.

In fila sui viali intasati, cerco di capire cosa non va. Nelle due facce, intendo: sull’uso del colore arancio nei manifesti di Delbono mi sono già espressa QUI. Ma quelle facce… più le guardo meno mi convincono. Provo disagio, perché? (clic per ingrandirle.)

del-bono-manifesto

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La fila di auto è lunga e ho il tempo per riflettere. In entrambi i casi è un sorriso intenzionale, voluto; nel caso di Cazzola è anche un po’ tirato. Non sembra spontaneo, insomma, ma frutto  di una posa davanti a un fotografo che ha detto cheese. Da cosa si capisce?

Paul Ekman, noto studioso americano di espressioni facciali, spiega che per distinguere un sorriso spontaneo da uno intenzionale devi guardare le sopracciglia: se si abbassano mentre la persona sorride, con le tipiche zampe di gallina intorno agli occhi, allora il sorriso è spontaneo. Se invece la fronte e gli occhi restano tendenzialmente statici, o addirittura immobili, allora ci sono buone probabilità che il sorriso sia forzato. È chiaro che si può sempre fingere, ma per farlo in modo credibile bisogna sapere come si fa, ed essersi pure allenati. Bisogna essere un po’ attori, in sostanza.

Ma c’è di più. Il sorriso di Delbono, oltre che intenzionale, è anche «smorzato» perché ha le labbra strette e gli angoli della bocca abbassati. È come se stesse trattenendo qualcosa, come se non volesse esprimere emozioni. Risultato: Delbono appare compresso, distante.

Cazzola, dal canto suo, ha le sopracciglia aggrottate, cioè ha contratto quel muscolo della fronte che Darwin chiamava «muscolo delle difficoltà»: già questa definizione fa capire quanto possa essere controproducente fotografare un candidato corrugato. Come non bastasse, Cazzola mostra i denti, trasformando il sorriso in un ghigno un po’ aggressivo, beffardo. Ricorda lo Stregatto disneyano di Alice nel paese delle meraviglie, la cui dentatura esposta, preludio di beffe e tranelli, era tutt’altro che rassicurante.

stregatto-beffardo

Torno a casa e, per par condicio, cerco su Internet i sorrisi degli altri candidati, perché per strada ancora non ci sono. E scopro cose interessanti.

I sorrisi di Pasquino e Guazzaloca sono spesso accompagnati dall’abbassamento delle sopracciglia, e dunque sembrano più autentici. Meglio quando hanno la fronte distesa, per le ragioni già viste. Anche di Flavio Delbono si trovano foto con sorrisi spontanei: perché non le hanno usate per le affissioni?

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pasquino

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Meglio ancora quando i candidati sorridono alla gente. In questa pratica Guazzaloca è maestro. Non a caso, la sezione «foto e video» del suo sito è collegata a Flickr, dove diversi album fotografici lo ritraggono in mezzo alle persone comuni: donne uomini anziani ragazzini, tutti lo ricambiano e perfino lo abbracciano nei luoghi di lavoro, nelle piazze, nei centri sociali in cui li va a trovare. Ottimo. Se fossi in lui userei quelle immagini per le affissioni. Se fossi negli altri candidati, farei una cosa analoga.

Restano Monteventi, Morselli e, ultimo arrivato, Mazzanti. Che dire? Dei loro sorrisi, su Internet, ci sono scarse tracce. Monteventi ne ha fatto un marchio, il che implica, evidentemente, che i suoi lo riconoscano in quella stilizzazione; ma implica pure, purtroppo,  una certa chiusura verso l’esterno. In tempi di spiccata personalizzazione della politica, se non «ci metti la faccia» – quella vera, non disegnata – vuol dire che non sei abbastanza interessato a presentarti a chi non stia già dalla tua parte.

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Quanto a Morselli, sul sito della Destra federale la sua faccia c’è. Ma di sorrisi, neanche a parlarne. E per Mazzanti, candidato solo da qualche giorno, staremo a vedere.

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A me gli occhi

Prendo spunto da questo post di Luisa Carrada, che giorni fa confrontava l’insistenza dello sguardo in camera, con cui in questi giorni i politici nostrani ci assillano dai manifesti elettorali, con la recente campagna di Zapatero.

Più volte mi è capitato di spiegare agli studenti che, in una foto o un audiovisivo, lo sguardo in camera stabilisce una relazione fra il soggetto ripreso e chi lo guarda più vicina di uno sguardo che punta da un’altra parte. In certi casi, addirittura, serve a costruire da zero la relazione, mentre uno sguardo altrove la nega.

Però però.

Lo sguardo in camera di Veltroni – nell’unica foto che è stata usata per la sua campagna affissioni – non mi convince affatto. Guarda qua:

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Il problema è che è troppo in camera, troppo fermo: è come se qualcuno gli avesse fatto la stessa lezione che io ammannisco ai ragazzi del secondo anno e lui l’avesse applicata pari pari, come in un compito in classe, senza neanche sforzarsi di interpretarla. “Guarda qua che sembri più autentico”, gli hanno detto. E lui l’ha fatto, bravuccio com’è.

Se poi ci fosse Paul Ekman, il celebre studioso americano di espressioni facciali e comunicazione non verbale, ci spiegherebbe che questa foto ha un altro gravissimo difetto: il sorriso non coinvolge la parte superiore del volto, ma solo quella inferiore. Il che è tipico dei sorrisi fasulli. Dice Ekman:

“Il sorriso falso è più asimmetrico del sorriso sentito. Il sorriso falso non è accompagnato dall’azione dei muscoli intorno agli occhi, cosicché (a meno che il sorriso non sia molto accentuato), non si notano il sollevamento delle guance, le borse sotto gli occhi, le zampe di gallina o il lieve abbassamento delle sopracciglia che compaiono nel sorriso autentico, anche di scarsa o media intensità” (Telling Lies. Clues to Deceit in the Marketplace, Politics, and Marriage, W.W. Norton & Company, New York-London, 1985, trad. it. I volti della menzogna. Gli indizi dell’inganno nei rapporti interpersonali, Giunti, Firenze, 1995, p. 121).

Ma questo si impara nei corsi più avanzati, che nessuno dello staff di Veltroni deve aver frequentato.