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Il racconto della prospettiva, di Luca De Biase

Sempre a margine di Frattocchie 2.0, alcune riflessioni che Luca De Biase ha condiviso sabato scorso con Loredana Lipperini e me, così come le ha raccontate ieri sul suo blog (i grassetti sono miei):

Una volta, nel 1989, l’allora semplice imprenditore, il fondatore della Fininvest, mi disse: «Abbiamo cambiato l’Italia mettendo Dallas in tv».

All’inizio degli anni Ottanta, l’Italia era stata l’ipocrisia costruttiva della Dc e la serietà quasi impotente del Pci, era stata l’oscuro territorio della mafia e del terrorismo, era stata il miracolo economico e l’imperinflazione. I socialisti erano solo all’inizio della loro ascesa. Gli ex fascisti non erano nominati quando si parlava dei partiti dell'”arco costituzionale”.

I valori, affermati più che seguiti, riempivano la cultura di tabù. E la revisione dell’immaginario partita da Dallas fu la progressiva distruzione dei tabù. Per aprire la strada a un nuovo insieme di valori, considerati trasversali, non ideologici, universali, per quanto bassi e violenti: sesso, soldi, potere. Valori che dettavano la prospettiva sulla quale ciascuno poteva scommettere.

Il mondo all’inizio degli anni Ottanta andava nella stessa direzione. Reagan e Thatcher davano la linea. La deregolamentazione la metteva in pratica. Il risultato è stato il trentennio che potrebbe essere finito nell’esplosione finanziaria. O forse no. Dipende da quanti soffrono per l’esagerata preponderanza di quei valori trasversali e bassi che sono stati imposti a partire da Dallas.

E dipende dalla possibilità che emerga un nuovo racconto della prospettiva. Basato su valori altrettanto trasversali per l’umanità, ma più umani e visionari, come per esempio felicità, equilibrio ambientale, cosmopolitismo, empatia, intelligenza.

La ricostruzione dell’immaginario, passato per la forse giusta distruzione dei tabù, ma deprivato di slanci costruttivi per il bene comune, è un ineludibile bisogno.

(Luca De Biase, Il racconto della prospettiva)

Frattocchie 2.0

A Frattocchie, una località vicino Roma, fino al 1991 c’era la sede dell’Istituto di studi comunisti, che era la scuola dei dirigenti del Partito Comunista Italiano.

Oggi, alla Festa Democratica di Pesaro, c’è Frattocchie 2.0, dove sono stata invitata a tenere una conferenza. Spero tanto che l’iniziativa segni l’inizio di una nuova attenzione del Pd nazionale per la comunicazione, le reti, i social network.

Questo è il programma:

Venerdì 4 settembre

ore 14.00

Registrazione partecipanti

ore 15.30

Introduzione, Francesco Verducci (responsabile Comunicazione Online e New Media PD) e Annamaria Parente (responsabile Formazione PD)

ore 16.00

Donatella Campus (docente di Comunicazione politica, Università di Bologna)

Mobilitazione politica nell’era di internet

ore 17.00

Luca De Biase (giornalista, saggista, direttore di “Nòva 24”)

Idee guida per una repubblica della rete

ore 18.00 coffee break

ore 18.30

Stefano Rodotà (giurista, Internet Governance Forum)

Internet, democrazia, società

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Sabato 5 settembre

ore 9.00

Fausto Colombo (docente di Media e Politica, Università Cattolica di Milano)

Forza e debolezza del web 2.0 nel discorso pubblico italiano

ore 10.00

Alberto Castelvecchi (editore, scrittore, saggista)

Il laboratorio dei network sociali

ore 11.00 coffee break

ore 11.30

Giovanna Cosenza (docente di Filosofia e Teoria dei linguaggi, Università di Bologna)

I linguaggi dei nuovi media

ore 12.30

Bruno Pellegrini (autore e produttore multimediale e di “user generated content”)

Andrea Soldani (autore e regista televisivo e crossmediale)

Come Internet cambierà la TV

ore 15.00

Antonio Sofi (analista uso della rete e delle nuove tecnologie nelle campagne elettorali)

Online e offline: ipotesi per una campagna permanente

ore 16.00

Workshop:

Pierluigi Regoli (esperto Comunicazione New Media)

Pianificare una presenza online

Devis Meneghelli (direttore Area Programmazione Callipigia s.r.l.)

Francesca Bonazzoli (Direttore Area Comunicazione e Marketing Callipigia s.r.l.)

Progettare e gestire sito web e blog

Marco Laudonio (Project Manager DOL per il Progetto “PD 2.0”)

Il direct mailing

Rossella Stramaglio (responsabile Marketing SMG S.P.A – Banzai Group)

Mediaplanning e Microtargeting

Fernando Diana (amministratore delegato ProDiGi)

Viral e buzz marketing

Anna Maria De Caroli (Project Manager DOL)

Raccolta di fondi, piattaforme di partecipazione, mobilitazione di volontari

Marco Laudonio (Project Manager DOL per il Progetto “PD 2.0”)

Usi di Internet nel contesto delle comunità locali

Gianluigi De Stefano (giornalista Responsabile Redazione Web Youdem)

Il giornalismo partecipativo

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Domenica 6 settembre

ore 9.30

Consigli a un giovane blogger

Anna Paola Concia (deputata PD, blogger)

Alessandro Gilioli (giornalista de ‘l’Espresso’, blogger)

Loredana Lipperini (giornalista, scrittrice, autrice radiotelevisiva, blogger)

Matteo Orfini (Fondazione Italiani Europei, blogger)

Pulsatilla (scrittrice, blogger)

conversano con

Marino Sinibaldi (saggista, critico letterario, autore radiofonico)

ore 11.00 coffee break

ore 11.30

Paolo Gentiloni (coordinatore Area Comunicazione PD)

Conclusioni

Perché non mi piace il revival di Berlinguer, di Vittorio Zambardino

Il 12 giugno Vittorio Zambardino ha postato questa nota su Facebook.

La copio e incollo qui, perché mi pare un’opinione molto interessante da condividere e discutere. Inoltre, è basata sulla testimonianza diretta dell’eccellente professionista che è Zambardino. Che preferisce dire cose anche spiacevoli e controcorrente, pur di mantenere lucidità e evitare ipocrisie.

Grazie, Vittorio.

«Ho scritto su Facebook questo “stato”: “Detto da uno che nel Pci di Berlinguer ci è stato e ha lavorato, questo ritorno di mito è privo di ogni fondamento e, come tutti i miti, è “ignorante” dei dati di realtà. Alla larga”.

Giustamente qualcuno che non è d’accordo mi ha chiesto di motivare l’affermazione. In questi giorni ho un po’ il tempo contato, quindi cercherò di dire saltando alcuni passaggi. E magari viene una cosa lunga lo stesso.

Non ho alcun “pentimento” di essere stato nel Pci. Ci sono rimasto 14 anni, è stata di fatto l’esperienza più formativa della mia gioventù. È stata una grande scuola, il Pci. Un giorno dei primi anni ’80, molto prima di tanti ex di successo, capii di non essere più comunista. Ma non ho fatto di questo una professione. Semplicemente decisi di fare un’altra vita, ho fatto “perfino” e con gioia il giornalista sportivo (se poi sono stato comunista davvero: essere comunisti significava una serie di cose che io, e tantissimi altri della mia generazione, non eravamo… Pajetta era comunista, per dire).

Oggi sento anche dei ragazzi, che allora erano bambini o addirittura non nati, che “rimpiangono” Berlinguer. Chiariamo una cosa, qui per brevità salto tutto il bene che si potrebbe dire di quest’uomo e del partito da lui diretto. Qui mi interessa dire perché secondo me è sbagliato prenderlo oggi a modello di una sinistra da rigenerare. Argomentare perché come padre fondatore non esiste. Ma resta che fu un grande leader. Il problema non è nemmeno personale, il mio interlocutore è il Pci di quegli anni, i miei anni.

Berlinguer non può essere il riferimento di una sinistra vincente e moderna (ma poi che è una sinistra? Non lo so, io voto radicale… ) perché :

1) Non era laico. Aveva ragione Lucia Annunziata, quando lo scrisse esaltando questo aspetto. Il suo partito era il partito della famiglia e di una considerazione severamente tollerante, occhiuta e infastidita di altri stili di vita. Un giovane dirigente comunista dell’epoca D’Alema alla Fgci ebbe la carriera distrutta perché il suo amante gli fece una pubblica scenata rimasta nell’epopea orale.

Il Pci di Berlinguer cercò di evitare fino all’ultimo i referendum su divorzio e aborto e su queste questioni, come su altre, era prudente, cauto, conservatore. Ma ebbe la buona sorte di essere travolto dal movimento delle donne, che lo aiutarono a vincere le sue tentazioni antiche.

2) Del resto Berlinguer aveva una idea della società italiana nella quale istituzioni e “popolo” (che schifo questa categoria) aderivano perfettamente: per lui i cattolici erano la Dc, le espressioni ufficiali del movimento cattolico, la chiesa. Si dialogava tra forze che rappresentavano pezzi di società. La sua idea della cultura libera, che c’era, non prescindeva dalla presenza delle istituzioni che erano tutto il suo orizzonte.

3) Berlinguer ebbe una idea del terrorismo e degli anni di piombo assolutamente conservatrice e “persecutoria”. La sua gestione del sequestro Moro contribuì – ne sono convinto: in totale rigore morale ma *non* in buona fede – alla morte di quell’uomo. Il senso dello stato dei comunisti era post staliniano, soffocante, legalitario, in questo assolutamente “dipietrista” – non mi stupisce che ex comunisti oggi votino per un signore che secondo me ha una onesta e chiara cultura di destra. È una cultura che li accomuna. Inoltre il compromesso storico partiva dall’idea che in Italia vi fosse una “reazione”, alla cilena, che è versione storica che non mi sento più di condividere. Quel pericolo fu ingrandito, amplificato. E usato.

4) Come vedete, non ho ancora affrontato il cavallo di battaglia che oggi usano i revivalisti di Berlinguer. La questione morale. L’ho fatto perché bisogna arrivarci dal compromesso storico. Quella idea di “unità nazionale” era profondamente antidemocratica, perché pensava di chiudere il sistema politico come una cappa sul paese, prima che lo facessero altre forze. Ma ecco il punto, quella chiusura ci fu. Il disegno non fallì.

5) Lo confesso, condivido l’analisi di Marco Pannella quando dice che i nostri mali di oggi provengono dalla violazione sistematica e perfettamente bipartisan della legalità costituzionale e democratica da parte delle forze politiche dell’italia post fascista. Non fatevi obnubilare dall’incazzatura e pensate per un attimo (è un esercizo che faccio sempre, anche con i peggiori avversari): e se avesse ragione lui, come starebbero le cose? Se usate il concetto di Pannella, molte cose pre e post Berlinguer cominciano a spiegarsi. Anche – e lo dico con grande prudenza – un certo rapporto tra politica e magistratura, non fisiologico di un paese nel quale debba trionfare lo stato di diritto. Sempre: l’emergenza non è democrazia. Un rapporto troppo ravvicinato, che cercava di spostare a favore della sinistra una relazione che negli anni 40 e 50 e 6o era stata a favore della Dc con uguale grado di “pratiche” sostanziali non corrette.

6) Questione morale: no, non eravamo diversi dagli altri. Come diceva Enrico. È vero che eravamo gente onesta e rigorosa, si viveva di poco e di grande moralità pubblica, nani e ballerine non sono mai state il nostro mondo.

Ma il Pci di Berlinguer partecipò sistematicamente alla lottizzazione Rai. Il Pci di Berlinguer (pregherei su questo di non contestarmi perché ho ricordi assai precisi) partecipava, in forma minore di altri e attraverso organismi non immediatamente di partito, del banchetto che la spesa statale aveva avviato nel settore dei lavori pubblici. E sopratttuto il Pci di Berlinguer condivideva quel sistema, la convinzione che “si dovesse” far così.

Cioè il Pci di Berlinguer partecipava alle lottizzazioni nelle università, negli ospedali, negli enti pubblici e condivideva l’idea che i partiti dovessero sedersi a un tavolo e dividersi il potere. Ma ai suoi militanti proponeva altri valori. Una bella doppia morale.

Da ultimo c’è la questione dei soldi dell’urss, ma non l’ho mai considerata più grave di quanto fosse il fatto che la dc prendesse i soldi degli americani. Era la guerra fredda, continuò fino al muro che cadde. Ma fu grave non rompere prima, fu grave essere così cauti nel denunciare l’urss per quello che era, un regime totalitario e assolutistico, nemico della libertà umana.

E però per me era più grave il carnaio che i giornalisti di sinistra facevano a ogni ondata di assunzioni in rai per aggiudicarsi i favori del partito. Non lo dico con moralismo, avessero assunto me, all’epoca, ci sarei andato. Ma era grave lo stesso.

7) Il Pci di Berlinguer approvò con altri la legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Non basta?

Non avevamo le mani pulite. E il fatto che altri facessero bottino più grande del nostro, che fosse ladri in modo sistematico e per fini personali, cosa che da noi era condannata in modo esplicito, non cambiava di molto le cose. Ci faceva solo più ipocriti.

No, Berlinguer non è un buon modello per rigenerare la sinistra, e farla laica forte e riformatrice.»