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Finanziamento ai partiti. Ma è davvero «dimezzato»?

La settimana scorsa la camera ha approvato il disegno di legge bipartisan Calderisi-Bressa (Pdl-Pd), che dimezza a 91 milioni di euro, per l’anno 2012, i contributi statali ai partiti rispetto al picco di 182 milioni all’anno raggiunto nel 2010. I soldi risparmiatiè stato detto – saranno assegnati ai terremotati emiliani e alle popolazioni che hanno subito danni per eventi naturali negli ultimi tre anni. S’era detto prima dell’ulteriore tragedia di ieri: buono e utile a maggior ragione oggi, siamo indotti a pensare.

L'aula di Montecitorio, Afp

Quel disegno di legge ha però molte ombre che certo non sono chiare a tutti. Innanzi tutto: a quanto ammonta il risparmio di soldi effettivo? E quanto di fatto andrà ai terremotati? Posto che nei prossimi anni la quota di finanziamento pubblico ai partiti era stata già ridotta dalle varie manovre economiche, questo spiega il Sole 24 Ore:

Se è vero che nel 2012 i rimborsi passeranno da 182 milioni circa a 91 milioni circa, nel 2013 la riduzione sarà dai previsti 160 milioni circa ai 91 circa, con un risparmio di poco più di 69 milioni di euro; nel 2014 il risparmio sarà di 58.440.548 euro e nel 2015 e 2016 di 50.193.278. Una parte di questi risparmi però servirà a coprire l’aumento delle detrazioni previsto dalla stessa legge [che prevede infatti un aumento della detrazione fiscale per chi fa donazioni in favore di partiti, tra i 50 e i 10mila euro, e Onlus: dal 19% attuale al 24% nel 2013, al 26% dal 2014]. Dunque, la Ragioneria stima che gli effetti finanziari complessivi, ovvero il risparmio effettivo per le casse dello Stato, sarà di 69 milioni nel 2013 (quando non ‘peseranno’ ancora le detrazioni), ma di poco più di 2 milioni nel 2014 (quando le detrazioni sono stimate in 56 milioni), di 5 milioni nel 2015 (detrazioni per 44 milioni) e 11 milioni a regime, dal 2016 (detrazioni per 39,3 milioni).

Non c’è un bel nulla di “dimezzato”, insomma.

Sul disegno di legge, inoltre, si accumulano molte altre perplessità, che non vengono solo da chi non l’ha votato in aula (Idv, Lega, Radicali, Noi Sud) o vi si oppone fuori dall’aula (Grillo e Vendola). Illuminante è l’articolo di Salvatore Vassallo, deputato Pd che, contro la linea del suo partito, non ha votato il ddl.

Soldi ai partiti? Così no!

[…] Il progetto Calderisi-Bressa (PdL-Pd) sancisce al tempo stesso il passaggio dal sistema dei falsi rimborsi elettorali attualmente in vigore ad un finanziamento pubblico ordinario apertamente dichiarato. Una decisione non ovvia per la stragrande maggioranza dei cittadini italiani che, se fossero chiamati a votare in un referendum simile a quello del 1993, direbbero esattamente la stessa cosa (“no a qualsiasi finanziamento pubblico”) con più forza di allora e con qualche buona ragione. Una scelta che sarebbe stata accettabile, se fosse stata accompagnata da condizioni rigorose, vagamente simili, ad esempio, a quelle poste dalla legge sui partiti tedesca, che si è detto a sproposito di avere imitato. Purtroppo non è andata così.

Innanzitutto, il progetto non dice per quali specifiche finalità vengono finanziati i partiti, esattamente per evitare che possano essere effettuati controlli sulla destinazione dei soldi. Non è una mia congettura, è quanto hanno dichiarato apertamente più volte i relatori, secondo i quali non si può permettere a un giudice di sindacare se una certa spesa è in qualche modo riconducibile all’attività politica oppure se si riferisce a finalità che con la politica non c’entrano niente. I controlli continueranno a riguardare quindi la sola regolarità formale delle scritture contabili.

In secondo luogo, i soldi vengono dati a partiti che devono soddisfare requisiti molto più generici, riguardo alle loro procedure democratiche interne, di quelli richiesti dalla legge 383 del 2000 alle associazioni di promozione sociale. […]

Infine, la proposta Bressa-Calderisi stabilisce che il controllo (formale) sui bilanci dei partiti non venga esercitato dalla Corte dei Conti, l’organo che secondo l’articolo 100 della Costituzione ne avrebbe titolo. Viene istituita invece una commissione ad hoc, con sede presso la Camera dei Deputati. E i funzionari della camera sono bravissimi, ma non sono certo abilitati, per diversi motivi, ad assistere una penetrante attività istruttoria sui bilanci dei partiti, organizzazioni i cui leader governano l’istituzione di cui essi sono dipendenti. Si da così l’idea che i partiti stabiliscano, come al solito, per se stessi, regole speciali, mettendosi al riparo dalle regole che pretendono di imporre ad altri. […]

Per spiegare un tale zig-zag si dice che “il meglio è contrario del bene”, e che il compromesso con il PdL non avrebbe retto se il PD non avesse ceduto su questi principi. Ma […] rimane una legge monca, che reintroduce un finanziamento pubblico senza vincolo di destinazione, a partiti senza regole, sottratti al controllo della Corte dei Conti. Una legge che a me pare indifendibile e che dunque non ho votato.» (leggi tutto l’articolo QUI)

Vassallo parla di «legge monca». Ma a suo sostegno c’è stata una niente affatto monca strategia di mascheramento, da parte dei leader dei maggiori partiti (Alfano-Bersani-Casini) e dei media – stampa, televisione, siti internet – che li affiancano.

PS: questo articolo è uscito oggi, con qualche modifica, anche sul Fatto Quotidiano.

La moda di usare lo smartphone e il tablet mentre gli altri parlano è arrivata in politica. Ma è solo maleducazione

Conosciamo tutti la situazione di Tizio che parla mentre Caio butta continuamente l’occhio verso il tavolo, dove giace il suo smartphone. Finché: «Scusa, mando solo un messaggio». Ma non è finita, perché dopo qualche secondo l’occhio è ancora lì. Anche se l’aggeggino è silenziato, anche se Caio non scrive più nulla, l’occhio irrefrenabilmente ci torna.

Ma questo è già un caso fortunato, perché Caio chiede scusa e tutto sommato si trattiene dal ripetere il gesto. Va peggio se, mentre Tizio parla, Caio scrive sullo smartphone o sul tablet senza nemmeno scusarsi. Finché di colpo: «Dicevi, scusa?». E va ancora peggio se, mentre Caio si dedica alla tavoletta, assume pure quel tipico sorriso ebete che implica: «In rete sì, che accadono cose divertenti, mica qui». Inutile farla lunga, per definire questa pratica io conosco una sola parola: maleducazione.

Cambio di scena: dalla vita quotidiana alla politica mediatizzata.

«Ballarò», martedì 29 novembre. Angelino Alfano prende a conversare con i suoi fan di Facebook mentre Rosy Bindi parla. Il gesto è importante, perché indica chiaramente la nuova immagine che Alfano sta costruendo per il Pdl: giovane, dinamico e dedito ai social media. La regia di Ballarò infatti lo acchappa al volo, distogliendo l’attenzione (come ha fatto Alfano) dalla Bindi per tuffarsi sul tablet che lui sta consultando. E per una settimana i media non faranno che parlare del tablet di Alfano.

«In onda», sabato 3 dicembre 2011. Ospiti in studio: Concita De Gregorio (giornalista di Repubblica), Giovanni Favia (Movimento 5 Stelle) e Maurizio Gasparri (Pdl). Appena la trasmissione comincia, è subito chiaro cosa ci aspetta: sul tavolo ci sono ben due tablet – uno di Nicola Porro, l’altro di Gasparri – e uno smartphone, in mano a Favia.

In onda 3 dicembre 2011, panoramica iniziale

Infatti per tutta la trasmissione la camera passa di continuo dal volto di chi sta parlando a quello di Porro, Favia o Gasparri che, invece di ascoltare o, nella migliore delle ipotesi, ascoltando solo con un pezzo di cervello, si dedicano a qualche attività in rete. O passa dal volto di chi parla alle mani di chi scrive sul tablet (Porro e Gasparri) o sullo smartphone (Favia).

In Onda, Porro che consulta il tablet

In onda, Gasparri che scrive sul tablet

A meno di una settimana dal gesto di Alfano, il politico che tocca lo smartphone o il tablet significa: (1) «Io sì, che sono gggiovane e social-mediatico», (2) «Io sì, che dialogo direttamente coi cittadini», (3) «Se vieni a trovarmi su Facebook (o Twitter), trovi me, mica uno del mio staff». Wow.

E il conduttore televisivo che tocca lo smartphone o il tablet significa: «Io sì, che conduco una trasmissione innovativa, perché interagisco coi telespettatori usando i social media». Infatti, alla fine della puntata, Porro rivolge agli ospiti un paio di domande che gli «sono arrivate da Facebook». Evviva.

Ma l’ostentazione dell’attività in rete significa anche, per tutti: «Non mi interessa quello che accade qua dentro, né ciò che dice chi mi sta di fronte: preferisco il rapporto coi miei fan (amici, follower) in rete». E questo implica, se chi parla è un avversario politico o qualcuno/a che in quel momento esprime idee diverse, svalutare il dialogo con lui/lei.

Insomma, se nella vita quotidiana tutto ciò è maleducazione, in politica stiamo assistendo all’ennesima celebrazione televisiva della maleducazione, intesa come mancanza di rispetto per l’altro/a, negazione della sua presenza e rilevanza per noi.

Che non è molto diverso dall’interrompersi, urlare o ricoprirsi d’insulti, anche se appare più «sobrio», come si dice ora, e silenzioso.

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PS: mi segnala Dino Amenduni che la settimana scorsa sul Fatto era uscito un pezzo di Federico Mello (che non avevo letto), che parlando di Alfano sosteneva una posizione analoga alla mia: iPad, lo specchio di Alfano.

Bersani: «La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia»

«La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia», dice Bersani in piazza San Giovanni sabato 5 novembre. E tutti subito a pensare: «Cattiva la finanza (volatile, inaffidabile), cattiva la comunicazione. Buona l’economia (solida, ci dà da mangiare), buona la politica». E mentre la frase già rimbalza su Twitter e Facebook, Bersani prosegue:

«Utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito. Se ci chiamiamo Partito democratico è perché rivendichiamo un punto di vista politico, autonomo, sulla realtà.»

Utili e buone entrambe, dice Bersani. Ma non basta: l’idea che la finanza sia cattiva in questo momento vince su tutto. Quindi Bersani ha svalutato entrambe, inutile che tiri il sasso e ritiri la mano.

Anche perché, solo qualche giorno prima a «Finalmente sud», aveva battuto sullo stesso chiodo:

«La prima cosa da imparare è l’autonomia della politica. Si può anche attraversare il deserto, si può essere amici di tutti, ma parenti di nessuno, bisogna avere un’idea in testa e combattere, avere rapporti amichevoli con la comunicazione, ma non essere subalterni e subordinati alla comunicazione, dobbiamo andare più a fondo, il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione, ha delle parentele, sì, ha delle vicinanze, ma è un’altra cosa.»

Le critiche a Bersani non si sono fatte attendere. Faccio solo tre esempi (e mi scuso per quelli che dimentico): sul Post Pippo Civati (Non mi è piaciuto, Bersani) e Luca Sofri («La “comunicazione” è fare politica»), su Linkiesta Antonio Aloisi («Caro Bersani, non pensare all’elefante»).

Pare assurdo che un politico dimentichi che comunicazione e politica coincidono da sempre, da quando cioè nel V secolo a.C. la retorica si affermò nel mondo greco come arte di ottenere il consenso nelle contese politiche, in stretta connessione, dunque, allo sviluppo della pólis e alla nascita della democrazia in occidente.

Non pare assurdo se si pensa:

  1. che la sinistra italiana ha sempre snobbato la comunicazione come qualcosa di cui il politico «autentico» e «di sostanza» non ha bisogno o, peggio, qualcosa di eticamente riprovevole, perché produce «menzogne», mentre il politico autentico dice sempre la «verità» (non a caso, di verità Bersani parla anche nel discorso in piazza San Giovanni);
  2. che la comunicazione del Pd fa acqua da quando il partito è nato e Bersani ha peggiorato la situazione. Facile attaccare e perfino ridicolizzare qualcuno che non solo ha problemi di comunicazione, ma rivendica con orgoglio la distanza fra sé (e il proprio partito) e la comunicazione. (Ma di questo abbiamo discusso più volte: metti «Veltroni» o «Bersani» nella casellina del motore di ricerca e vedi quanta roba esce.)

Il problema è cosa si intende, oggi, per comunicazione politica. Se si intende che basti fare qualche scelta cromatica per il logo e i manifesti, inventarsi qualche formula generica come slogan, coinvolgere testimonial dello spettacolo, allora Bersani ha ragione: ci vogliono prima le idee e i contenuti, e poi si pensa a queste cose. Ovvero, parlando seriamente: prima si definiscono i contenuti e si fa un piano strategico, poi si applicano le tecniche di comunicazione. Altrimenti, il marketing politico resta superficiale e fa flop.

Se invece fare comunicazione politica vuol dire entrare in relazione il più possibile diretta e continua con i bisogni, le aspettative e i problemi dei cittadini, allora Bersani ha torto marcio. E poiché credo che la comunicazione politica sia questa seconda cosa, e non un insieme di tecniche di marketing raffazzonate, Bersani ha torto marcio. Ma assieme a lui hanno torto marcio la maggior parte dei politici italiani, che da tempo hanno perso il contatto con l’elettorato. Non a caso li chiamano «casta».

Dunque, piano a criticare Bersani: fraintende la comunicazione lui, come la fraintendono molti in Italia, in politica ma anche nelle aziende e istituzioni. Non sa comunicare lui, come non lo sanno fare in molti, oggi, da Berlusconi (che fino al 2008 invece lo sapeva, eccome) al Pd, passando per il Terzo Polo.

E mentre nel Pd litigano, il Pdl si prepara al dopo Berlusconi

Mentre nel Pd fanno la guerra fra generazioni (e non solo), il Pdl si prepara al dopo Berlusconi. I segnali c’erano già nella campagna per le regionali del Molise, vinta dal candidato del Pdl Michele Iorio con uno scarto minimo rispetto allo sfidante Frattura (solo lo 0,79%), ma comunque vinta.

Per la campagna infatti avevano eliminato non solo il volto di Berlusconi (cosa già fatta nelle politiche del 2008), ma anche il suo nome dal simbolo di partito.

Iorio presidente del Molise

Lunedì si è chiusa la campagna per il tesseramento e sul sito del Pdl dichiarano 1 milione di tessere, mentre il coordinatore del partito Ignazio La Russa parla, più cautamente, di 800 mila. E Linkiesta prova a fare una proiezione dal numero di tessere al numero di voti: Con un milione di tessere il Pdl punta al 60%.

Pdl 1 milione di tessere

È la fine della leadership di Berlusconi? Se intendiamo quella esplicita, penso di sì. Se intendiamo la sua influenza economico-mediatica, e dunque politica, non credo proprio.

Sono i primi segnali della fine del personalismo nella politica italiana, come sento spesso dire a sinistra? Non direi: dal personalismo non si esce, finché per informarsi si guarda soprattutto la televisione. Che in Italia ancora domina più che altrove. Credo piuttosto sia solo un momento di standby, perché il Pdl non può ancora sostituire un’altra faccia a quella di Berlusconi.

In attesa di metterci il volto di Alfano – dietro al quale ci sarà comunque Berlusconi (finché campa?) – vanno in scena i cittadini e le cittadine qualunque. In questi due spot per il tesseramento: semplici, azzurri, euforici. Con quel tanto di nostalgia per i vecchi spot di Forza Italia – giusto per farci dimenticare la crisi – ma non troppo. Il primo si chiude con un «adulto» e un «giovane» abbracciati (padre e figlio?). Guarda caso.

10 considerazioni dopo il voto

IN ORDINE SPARSO:

1. Queste amministrative hanno mostrato per l’ennesima volta che si votano le persone, non i partiti né gli schieramenti. Per gli analisti non c’era certo bisogno di un’ulteriore conferma del fatto che la personalizzazione della politica è ormai cosa assodata, ma vale la pena ribadirlo a fronte di un Pd che continua a fingere che non lo sia, dichiarando – per bocca di Bersani o Rosy Bindi – l’irrilevanza dei leader e l’importanza dei programmi e dei partiti. Falso: il partito è fondamentale per organizzare – anche economicamente – la campagna e il sostegno al/la leader, ma se il/la leader non funziona, non c’è programma né partito che tenga.

2. L’analisi della comunicazione politica è uno strumento predittivo forte: la sconfitta dei candidati del Pdl e della Lega era chiaramente scritta – a saperla leggere – nel modo in cui hanno condotto la campagna elettorale, soprattutto nelle ultime fasi (vedi Vince Pisapia). Detto in altre parole: per fare previsioni non ci sono solo i sondaggi.

3. L’analisi va sempre condotta in modo sistemico: non basta guardare la comunicazione di un singolo candidato, ma occorre esaminarli tutti in relazione gli uni agli altri. È solo così che si può misurare il polso di una campagna, tentando di capire chi vince o perde.

4. Che la comunicazione sia sistemica vuol dire fra l’altro che, se Pisapia e De Magistris hanno vinto, non è perché le loro campagne sono state fantastiche, perfette. Erano semplicemente migliori di quelle del centrodestra. E ci voleva poco, visto che queste sono state un disastro.

5. Le amministrative di Milano e Napoli hanno imposto l’arancione come il colore di quella che potremmo chiamare una «nuova sinistra», una sinistra «appoggiata ma non espressa» dal Pd, una sinistra che finalmente vince. Questo vuol dire che d’ora in poi l’arancione sarà il colore della sinistra che vuole vincere? E che fine farà il verde-bianco-rosso del Pd?

Pisapia sindaco Concerto per De Magistris a Napoli

6. Oltre che sistemica, la comunicazione è contestuale. Ci aveva provato Bologna, nel 2009, a colorare di arancio la campagna del candidato del Pd Flavio Delbono (vedi Candidato arancio), che vinse al secondo turno, ma poi fu costretto a dimettersi, la città fu commissariata e il resto lo sappiamo. In questa tornata elettorale il candidato del Pd Virginio Merola si è guardato bene dal colorarsi di arancio (per evitare ogni scelta, l’hanno fatto variopinto). In compenso si è colorato di arancio, per sbaglio, il civico Stefano Aldrovandi, che ha fallito campagna e previsioni, prendendo solo il 5% e un seggio in consiglio comunale. Perciò a Bologna l’arancione è ancora connotato negativamente: la vittoria a Milano e Napoli cambierà anche Bologna?

7. Che la comunicazione sia sistemica e contestuale è dimostrato, fra l’altro, dal discorso che ieri Nichi Vendola ha fatto a Milano. Troppo enfatico, sopra le righe: «Abbiamo espugnato il fortino», ha detto. Vendola parla così, lo sappiamo. Ma nel contesto di una città che ha scelto la pacatezza e moderazione di Giuliano Pisapia, pareva ancora più enfatico del solito, inadeguato. Fossi in lui, mi darei una regolata.

Vendola ieri in Piazza Duomo (NB: la giornalista stenta a stargli accanto):

8. Molti salutano queste amministrative come l’inizio della agognata normalizzazione della comunicazione politica italiana: basta con i toni urlati e sguaiati, si dice. Ma attenzione: la pacatezza vale per Pisapia a Milano, non certo per De Magistris a Napoli, che si porta appresso una buona dose di populismo antiberlusconiano tipica di Antonio Di Pietro e dell’Idv.

9. Se fossi nei dirigenti del Pd, trarrei dai risultati delle amministrative di Milano e Bologna questa considerazione: è solo alleandosi con Sel (e non con Fini o Casini, per esempio) che il Pd può vincere. Ovvero: senza Sel il Pd non va da nessuna parte. Il che non implica, dal mio punto di vista, che Vendola sia già maturo per essere un leader vincente del centrosinistra nazionale. Per le ragioni che ho detto in Il linguaggio di Vendola (1), Il linguaggio di Vendola (2), Il linguaggio di Vendola (3), Vendola e la retorica dell’accumulo.

10. Un’ultima riflessione «a caldo»: proprio per contribuire alla normalizzazione della politica, in questi giorni la sinistra farebbe meglio a mantenere la calma, evitando commenti troppo «calorosi».

🙂

 

La colomba di Casini

Ieri su Repubblica Bologna è uscito un altro mio pezzo col titolo «Quella colomba della pace che significa tutto e niente». La mia analisi si riferisce, nella seconda parte, alla realtà bolognese.

Ti va di estenderla alla tua città?

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Una colomba stilizzata su sfondo bianco, un ramoscello verde nel becco e un titolo rosso: «Smettetela di litigare». Sembra la campagna teaser di un’azienda dolciaria, che approfitta della Pasqua imminente per lanciare un nuovo prodotto. Una di quelle misteriose campagne senza marchio, di cui non capisci nulla fino alla prossima puntata.

Poi guardi meglio e vedi che stavolta il marchio c’è, con tanto di firma come fosse scritta a mano: Pier F. Casini. I dolci non c’entrano: è il leader dell’UDC. Accidenti, ti aveva fregata. Sorridi e pensi: ha ragione, dovrebbero smetterla. Ma chi?

La campagna ha già fatto discutere molti. Alcuni la ritengono geniale, altri ne sono infastiditi, altri ancora dicono boh. In questo senso è furba: parlino bene o male, purché parlino. Ma vediamo come funziona.

Innanzi tutto il manifesto propone un simbolo religioso. Dall’episodio biblico dell’arca di Noè, sappiamo tutti che la colomba con l’ulivo simboleggia la pace. Nelle raffigurazioni della Trinità, la colomba è simbolo dello Spirito Santo; nei vari testi della tradizione cristiana ora rappresenta la purezza, ora la semplicità, ora l’anima che aspira al divino, ora la bellezza femminile. Il simbolo ricorda anche la democrazia cristiana, certo: è a quella che l’UDC si rifà esplicitamente. Ma allude a una religiosità blanda, indefinita, perché i valori della colomba possono essere condivisi anche da cattolici non praticanti, laici, agnostici.

E poi c’è il titolo: «Smettetela di litigare». Talmente generico che si potrebbe applicare quasi a qualunque situazione. Chi dovrebbe smettere di litigare? Il centrodestra con il centrosinistra? Un leader con l’altro? Ogni partito al suo interno? Non solo questi, ma molti di più: i dirimpettai durante l’assemblea condominiale, gli automobilisti al semaforo, la zia con la nonna, l’amica col moroso. Tutti dovrebbero smettere di litigare. Persino un bimbo potrebbe gridarlo ai suoi genitori.

Riferito alla realtà bolognese, il manifesto esprime significati ancora diversi. Innanzi tutto fa appello al buon carattere del bolognese medio, al suo essere sorridente, tranquillo, accomodante. In realtà i bolognesi non sono più così da anni, ma amano raccontarsi ancora questa favola, e il manifesto non fa che alimentarla.

Quanto alla politica locale, Casini, si sa, sostiene l’amico Guazzaloca contro Cazzola, appoggiato dal PdL. Appena uscito, il manifesto sembrava dunque riferito alla spaccatura del centrodestra locale: esortare alla concordia significava parteggiare per Guazzaloca, il cui fair play è noto da anni, e stigmatizzare Cazzola che fra tutti i candidati, a destra come a sinistra, è di sicuro il più aggressivo.

Passa qualche giorno e litigano anche nel Pd: prima Delbono, che dà un misero 6+ ai cinque anni di Cofferati sindaco; poi Cofferati, che contrattacca dicendo che Delbono è indietro col programma, e se continua così finisce male; infine strali da tutte le parti, sempre nel Pd, contro l’ipotesi che Cofferati vada in Europa. Nel frattempo, dall’altro lato della barricata, si placano le acque: Guazzaloca e Cazzola dicono di volersi mettere d’accordo (forse) su certi quartieri. E dal congresso nazionale del PdL, Berlusconi invita Casini a fare pace.

In men che non si dica, il manifesto cambia di nuovo significato: smettetela di litigare, dice al Pd, e fate come quei paciosi del centrodestra, che si vogliono tutti bene.

Non so in altre città, ma a Bologna il manifesto vuol dire tante cose. È questa la sua forza: come si fa a non essere d’accordo? E la sua debolezza: significa tutto e il contrario di tutto.

smettetela-di-litigare-casini

Qualche riflessione post-elezione

Nei giorni scorsi Stefano Iannaccone di Sferapubblica mi ha chiesto di commentare i recenti risultati elettorali italiani. Queste sono le domande che mi ha fatto Stefano:

1) Molti hanno definito la campagna elettorale 2008 “moscia”, tuttavia gli scontri non sono mancati, specialmente all’interno delle rispettive aree politiche. Berlusconi con Casini, Boselli e Bertinotti con Veltroni. Quanta visibilità hanno ottenuto queste contrapposizioni rispetto al duello Pdl e Pd?

2) L’unico confronto veramente aspro tra le due grandi coalizioni è stato tra Berlusconi e Di Pietro. I toni forti, compresi quelli della Lega, sembra abbiano pagato in termini di consensi…

3) La rimonta del Pd non c’è stata. Per lei qual è stato il motivo, o la serie di motivi, che più ha inciso sul risultato del voto? Quale strategia di comunicazione ha funzionato meglio?

4) In questa breve campagna, Internet è stato “promosso” dai partiti. Alcuni dei quali, come An, Pd e Sa, hanno dedicato momenti specifici creati esclusivamente per il web. È l’inizio di una nuova concezione di campagna elettorale anche in Italia?

5) Le iniziative sul web e i siti creati dai partiti hanno contribuito a intercettare nuovo consenso o piuttosto sono stati una nuova modalità di mobilitazione dei volontari sul territorio? Quale tendenza prevede per il futuro in merito al rapporto tra Internet e dinamiche di voto?

Qui puoi leggere le mie risposte, che Stefano ha riassunto col titolo «La campagna elettorale ha allontanato i cittadini dalla “casta”». Mi piacerebbe sapere quali sono i tuoi pensieri postelettorali; non è necessario che t’improvvisi politologa o politologo: basta qualche impressione isolata, bastano anche le tue emozioni, purché motivate e rispettose di chi non la pensa come te.

Puoi commentare qui sotto o su Sferapubblica, come preferisci. Grazie!