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Le piazze del 13 febbraio: una rondine farà primavera?

Ieri le piazze di circa 200 città italiane e di una trentina nel mondo hanno risposto all’appello «Se non ora, quando?».

L’evento è andato bene, dal punto di vista comunicativo, per questa semplice addizione: molte polemiche prima delle manifestazioni + molte persone in molte piazze (relativamente agli standard italiani) = molta attenzione mediatica.

In transito fra Firenze e Bologna, ho fatto in tempo a vedere le piazze di entrambe le città. Poi, un paio d’ore fra internet e la tv mi hanno permesso di completare il quadro.

Credo che ieri le piazze abbiano mostrato alcune novità importanti:

  1. in nome della dignità femminile hanno sfilato – finalmente! – molti più uomini di quanti se ne siano mai visti nelle manifestazioni di stampo vetero e neofemminista;
  2. in nome della dignità femminile non sono scese in piazza solo donne abitualmente impegnate sulle questioni di genere, ma persone di tutte le età, estrazioni sociali, provenienze;
  3. molti slogan dei manifestanti e dichiarazioni sui palchi erano appelli alla diversità: delle idee, degli stili di vita, dei corpi, dei modelli per le donne;
  4. molti slogan e commenti dei manifestanti esprimevano un buon livello di consapevolezza sui motivi per cui erano lì.

Sono tutti ottimi segnali, ma prima di cantare vittoria sulla nuova sensibilità del nostro paese per i problemi reali delle donne (disoccupazione, stipendi più bassi degli uomini di pari ruolo, scarsissima rappresentanza nei poteri economici e politici) vorrei vedere tutto ciò replicato in altre dieci, cento, mille iniziative.

Non solo replicato, ma intensificato: più uomini, sempre più uomini a fianco delle donne nel combattere per la parità di genere; e ancora più trasversalità e diversità di quante ne ho viste ieri: a parte sporadiche eccezioni (Giulia Bongiorno a Roma, Sara Giudice a Milano), la destra non c’era, per esempio.

Quanto alla consapevolezza, anche su quella c’è ancora molto da lavorare. La mobilitazione «Se non ora, quando?» è stata infatti troppo intrisa di antiberlusconismo perché questo non abbia confuso le acque. Detto in parole povere: quante donne, quanti uomini fra quelli che ieri hanno sfilato sarebbero scesi in piazza, se al posto di «Berlusconi dimettiti» e «Porco!», ci fossero stati slogan come «Più donne nei consigli di amministrazione» e «Quote rosa in parlamento»?

Saviano, gli studenti e la violenza in piazza

Giovedì 16 dicembre Roberto Saviano ha pubblicato su Repubblica una «Lettera ai ragazzi del movimento». Il giorno dopo, sempre su Repubblica, ha risposto ad alcune mail di studenti, che ne rappresentano centinaia di altre, suppongo. Nel frattempo, qualcuno – in rete e sulla carta – non ha perso l’occasione di criticarlo.

Attaccare un personaggio famoso è un vecchio trucco per attirare su di sé l’attenzione dei media. Con Saviano molti ci provano da sempre, con esiti più o meno brillanti. Di solito il giochetto resta una schermaglia fra sostenitori e detrattori dello scrittore: poco male, il mondo va avanti indenne. In questo caso, però, la critica a Saviano non è innocua, perché soffia sul fuoco della violenza in piazza. Per questo ne parlo.

Mi scuso se questo post sarà più lungo del solito, ma la questone è seria: con la violenza non si scherza.

Nella lettera Saviano è stato nettissimo:

«I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia martedì. […] Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.

Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare. Il “blocco nero” o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos è il pompiere del movimento. Calzano il passamontagna, si sentono tanto il Subcomandante Marcos, terrorizzano gli altri studenti, che in piazza Venezia urlavano di smetterla, di fermarsi, e trasformano in uno scontro tra manganelli quello che invece è uno scontro tra idee, forze sociali, progetti le cui scintille non devono incendiare macchine ma coscienze, molto più pericolose di una torre di fumo che un estintore spegne in qualche secondo.

Questo governo in difficoltà cercherà con ogni mezzo di delegittimare chi scende in strada, cercherà di terrorizzare gli adolescenti e le loro famiglie col messaggio chiaro: mandateli in piazza e vi torneranno pesti di sangue e violenti. Ma agli imbecilli col casco e le mazze tutto questo non importa. Finito il videogame a casa, continuano a giocarci per strada.»

«Caro Saviano, la tua lettera è ipocrita», ha scritto Stefano Cappellini sul Riformista. Ipocrita perché dipingerebbe il movimento come fosse tutto buono, ma solo inquinato da pochi facinorosi. Inoltre, continua Cappellini,

«Saviano si appoggia sulla comoda etichetta mediatica dei black bloc. […] Saviano, e molti prima di lui, chiaramente non sa di cosa scrive quando parla di black bloc. I quali sono un’area ben definita, con una “ideologia” e un network internazionale. E a Roma non c’erano. Dopo Genova 2001, black bloc è diventato sinonimo di teppista politico e, ogni qual volta si verificano incidenti gravi da parte di manifestanti mascherati, sui media si chiama in causa a sproposito il «blocco nero», con la stessa faciloneria con cui alla fine degli anni Novanta si parlava in casi analoghi di “squatter” e nei decenni precedenti di “autonomi”. Sono definizioni a prescindere, è un’informazione un tanto al chilo.»

Perciò Cappellini conclude:

«Ma se non si vuole essere ipocriti, se non si vuole fare la figura di quei commentatori da Raisport che davanti ai tafferugli allo stadio se la cavano con un “scene che non vorremmo mai vedere”, bisogna aggiungere un’altra e più importante considerazione. Non si può evocare e denunciare quotidianamente la crisi, il disagio, l’impoverimento – tutte realtà autentiche dell’Italia del 2010, tutti temi su cui Saviano si è soffermato – e poi avere paura di guardare a quali conseguenze può portare questa situazione.

Si badi, non si tratta giustificare la violenza. Ma di fare uno sforzo maggiore di comprensione dei fenomeni, di non chiudersi nelle versioni edulcorate e apologetiche della protesta, di non pensare che la sofferenza produca solo elenchi e ospiti da talk, questo sì, dovrebbe essere obbligatorio per chi vuole raccontare credibilmente il paese. Cullarsi sull’illusione che la violenza venga da fuori, da agenti provocatori e infiltrati, è comodo. Più arduo è farci i conti quando diventa la prassi di ventenni che non sono né black bloc né vecchi arnesi della contestazione. Il conflitto sociale, caro Saviano, non è un pranzo di gala. E nemmeno un format televisivo di prima serata.»

Analoga la posizione di Alessandro Dal Lago in «Scendere dal pulpito» sul Manifesto:

«Come si è visto dalle straordinarie immagini dei palazzi del potere assediati dai manifestanti, la rocciosa realtà del conflitto ha preso il sopravvento sulla realtà illusoria e distraente delle rappresentazioni mediali e delle “battaglie” parlamentari in cui la sola posta in gioco è quale destra governerà il paese.

Il conflitto, appunto. Deve essere il capo della polizia Manganelli, pensate un po’, a ricordare che la violenza è la manifestazione visibile di un disagio sociale terribile che accomuna studenti, precari e giovani esclusi da qualsiasi speranza. Tutto il polverone sugli infiltrati, i mitici black bloc, gli autonomi redivivi, gli anarchici in trasferta rivela l’incapacità di comprendere che la manifestazione di Roma non è che l’espressione di una turbolenza profonda che non bisognerebbe emulsionare con gli stereotipi più triti. […]

In questo senso la lettera che Saviano ha indirizzato su la Repubblica ai «ragazzi» del movimento è l’esempio perfetto dell’immagine irreale – a metà tra il sogno e l’esorcismo – che nella sfera separata dei media ci si vuol fare dei movimenti contemporanei.»

In sintesi, si accusa Saviano di avere una visione edulcorata e buonista di ciò che accade nelle piazze italiane; di non sapere di cosa sta parlando; di parlare da un pulpito paternalistico, senza aver potuto partecipare direttamente alle manifestazioni (per ovvie ragioni, che pure Cappellini dice di rispettare); di non vedere che il conflitto c’è davvero, perché i manifestanti sono arrabbiati e disperati davvero, e per questo molto più inclini ad alimentare la violenza, invece di isolarla.

Ora, a parte alcuni dettagli – che pure mostrano la pretestuosità delle critiche, perché dire ad esempio, come ha fatto Saviano, «il blocco nero o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos» non equivale certo a parlare di black bloc tecnicamente intesi, ma anzi implica prendere le distanze dall’etichetta mediatica – prescindendo da certi dettagli, dicevo, in realtà Saviano ha capito meglio dei suoi critici quanto la rabbia e l’inclinazione al conflitto violento siano diffuse fra coloro che vanno in piazza in questi giorni.

Proprio perché le ha capite bene, ha scritto la lettera in modo netto, semplice, mettendoci il meglio delle capacità divulgative che ha. Senza se e senza ma. Anche a prezzo di alcune semplificazioni, certo.

Perché se ci si rivolge a molti – e soprattutto se questi molti sono arrabbiati – non si possono fare sottili distinguo, ma si deve per forza semplificare, tagliare il mondo a fette grossolane.

Non si può affermare, come fa Cappellini, di non volere «giustificare la violenza», per poi limitarsi a registrarla – in nome della «maggiore comprensione dei fenomeni» – senza spendere una parola in più contro di essa.

Non si può accusare Saviano di «avere un’immagine irreale – a metà tra il sogno e l’esorcismo» dei fatti di questi giorni, come fa Dal Lago, e nel contempo parlare di «straordinarie immagini dei palazzi del potere assediati dai manifestanti», perché ciò implica una valorizzazione positiva del conflitto violento.

Insomma criticare Saviano, in questo caso, fa passare l’idea che la violenza in piazza sia inevitabile, se non desiderabile. E che dunque i giovani (e meno giovani) che provano rabbia quando sfilano in corteo possano abbandonarsi anche a qualche azione violenta, se capita, visto che così va il mondo.

Ma la violenza in piazza va condannata con tutta la decisione e la chiarezza che si può, non solo perché va condannata sempre – il che ad alcuni potrebbe sembrare semplicistico, ad altri buonistico – ma perché, proprio come dice Saviano, «se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta».

 

Contro la violenza sulle donne

Oggi è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999.

Scendere in piazza sulla questione femminile non basta, per ragioni che ho discusso QUI, ma se la piazza è molto, molto numerosa, aiuta.

Tante forze, istituzioni, associazioni, persone convergeranno nella manifestazione di sabato 28 novembre a Roma, alle ore 14.00, da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni.

Per adesioni e informazioni: www.torniamoinpiazza.it.

Per chi parte da Bologna c’è un pullman:
Partenza dall’Autostazione delle Corriere (posteggio 25) alle ore 07.30.
Prezzo: 20 € andata e ritorno.
Puoi prenotare i biglietti presso il Centro delle Donne, via del Piombo 5, tel.051/4299411.

A commentare l’importanza di questa giornata, ho deciso di postare una delle più celebri scene del film di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli (1960). Quella in cui Simone Parondi (interpretato dall’attore Renato Salvatori) – un fratello di Rocco (Alain Delon) – aggredisce e uccide a coltellate Nadia (Annie Girardot), perché lei vuole troncare la loro relazione.

Vale la pena ricordare che Rocco, a sua volta innamorato di Nadia, dopo aver saputo dell’omicidio dallo stesso Simone, alla fine gli offrirà solidarietà e rifugio.

Cosa è cambiato su questo tema fra l’Italia del 1960, che Visconti rappresentava, e quella di oggi?