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#natale, i politici e gli auguri su Twitter

Gli auguri sono un terreno di analisi interessante per chi si occupa di comunicazione: semplici o arzigogolati, originali o codificati, standard o personalizzati, implicano una certa capacità di gestire le relazioni private e professionali, in un equilibrio difficile fra ritualità dovuta e partecipazione più o meno sentita. Come tali, dicono molte cose sulla capacità di comunicazione di chiunque. A maggior ragione dei politici.

Holiday Wishes

Mi sono divertita a osservare come i politici italiani hanno fatto gli auguri di Natale su Twitter. A volte hanno dato prova di una buona padronanza sia del mezzo sia del rituale, a volte sono stati incerti, a volte solo banali. Limito al minimo i commenti e lascio ai lettori il giudizio. Gli esempi sono a campione: mi scuso con i politici che per brevità ho trascurato.

Auguri convenzionali. Fra i più semplici ci sono quelli di Rossi, presidente della Toscana: «Buon Natale a tutti». Casini, leader dell’Udc, li anima col punto esclamativo: «Buon Natale a tutti, auguri!». Poi c’è Vendola che, pur non eccellendo di solito per sintesi, stavolta è molto asciutto: «Buon Natale da Sinistra Ecologia Libertà», ma solo perché linka al profilo Facebook dove ci sono 10 righe firmate Claudio Fava; e perché su YouTube c’è una videolettera augurale di oltre 6 minuti.

Auguri personali. Gasparri, del Pdl, ci mette una citazione e il cuore: «“Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” (Seneca). Auguri di cuore a tutti». Giorgia Meloni, del Pdl: «Vi auguro di essere felici, orgogliosi di voi stessi e delle vostre famiglie. Vi auguro di saper guardare…» e prosegue su Facebook. Alfano, segretario del Pdl: «Spero abbiate trascorso una buona vigilia e un buon Natale e vi auguro di concludere al meglio questa bella giornata!». E Civati, del Pd: «Buon Natale, che sia una festa di speranza e prossimità».

Auguri per fare politica. Sono ad esempio quelli di Di Pietro, che il 24 dice di voler passare il #natale «con i 1500 operai di Fincantieri», «i 100 dipendenti dei treni notte che da stamattina stanno sui tetti» e «le decine di migliaia di precari che da anni fanno funzionare la scuola e in cambio continuano a ricevere sganassoni». Poi il 25 dice «#buonnatale: il cambiamento è possibile e a portata di mano. Proviamoci insieme».

Auguri con informazioni sulla vita privata. Paola Concia, del Pd, comincia il 24 dicembre: «In partenza per Francoforte dalla mia famiglia. L’amore ai tempi dello spread 😉 Buon Natale a tutte e tutti»; poi il 25: «Buon Natale dalla Germania ;-)». Nunzia De Girolamo, Pdl, comincia il 24 con: «Auguri per un sereno e felice natale. Buon Natale»; poi il 25 allude a uno spostamento: «Buon Natale… rotolando verso sud… :-)». Infine risponde ai singoli che le fanno gli auguri.

Auguri simil-privati in luogo pubblico. Fra i politici che hanno risposto più di tutti agli auguri dei cittadini ci sono i sindaci De Magistris, Idv, e Emiliano, Pd. De Magistris comincia il 23 dicembre mostrando la foto di una kit per scrivania «appena ricevuto dai collaboratori » e poi per due giorni non fa che rispondere (al ritmo di 4-5 tweet all’ora) con formule standard come: «Ricambio a te e famiglia». Non solo risponde, ma sottolinea di farlo: «È il mio primo natale da sindaco vorrei (e ho provato) portare i miei auguri a tutti». Finché il 25 si placa, mandando due sole risposte. Compulsivo come lui è Emiliano: non solo risponde a decine di tweet, ma lo fa in modo personalizzato e per giunta retwitta chi parla bene di lui, tanto che una follower ci fa caso: «L’autoreferenzialità nel retwittare chiunque ti faccia un complimento la dice lunga sui livelli di vanità. Dei magistrati». Ed Emiliano, sportivo, retwitta pure lei.

Senza auguri. A controbilanciare l’uso ossessivo che alcuni fanno di Twitter c’è il Pd: gli account di Bersani, YouDem e del Pd mandano l’ultimo tweet (senza auguri) il 22 dicembre. E poi tacciono fino al 26 incluso. Persino Renzi è sparito dal 24 al 26. Ma la virtù non starebbe nel mezzo?

È poi c’è la novità di Mario Monti (se non è un fake) che sceglie proprio il giorno di Natale per sbarcare su Twitter: «Buone Feste! in occasione di questa pausa natalizia, ho deciso finalmente di approdare su Twitter. Auguri, e benvenuti a tutti!».

Vedremo come i politici se la caveranno con gli auguri per l’anno nuovo, che sono sempre più impegnativi. A maggior ragione per l’anno che ci attende.

PS: Questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto quotidiano.

La «quadra» di Bossi

«Sono Berlusconi e Tremonti a dover trovare la quadra», disse Umberto Bossi in colloquio con il quotidiano La Padania il 7 giugno scorso, commentando i difficili compromessi a cui la manovra economico-finanziaria avrebbe costretto la coalizione di governo.

Da quel giorno, non c’è politico né giornalista che non usi quest’espressione.

Bossi

«Trovare la quadra», da quel che so, è un’espressione colloquiale tipica di alcuni dialetti del nord Italia che significa, come lo stesso Bossi ha subito tradotto, «cercare un punto di compromesso». In italiano ricorda la metafora «quadratura del cerchio», che vuol dire impresa senza speranza o priva di risvolti concreti, perché la quadratura del cerchio non si può fare con i metodi della geometria elementare. «Cercare la quadratura del cerchio» vuol dire imbarcarsi in un’impresa vana, trovarla vuol dire invece essere stati così bravi da riuscire in una cosa impossibile.

Rispetto all’italiano, «quadra» ha una coloritura in più, specie se pronunciata dalla voce roca di Bossi: quelle due a aperte e ravvicinate sanno di roba grande, squadrata, sanno di uomini tosti.

Il bello è che tutti, ma proprio tutti, in questi giorni parlano della «quadra» di governo. E lo fanno persino quelli dell’opposizione – specie Bersani e Casini – che in realtà vorrebbero criticare sia la manovra sia le difficoltà del governo nel trovare l’accordo.

Ma così facendo implicano:

  1. che Bossi è ganzo, al punto che il suo linguaggio fa tendenza e tutti, pure loro, lo adottano;
  2. che pure il governo è ganzo, al punto tale da cimentarsi in un’impresa ardua;
  3. che il governo è quadrato e virile come Bossi che dice la «quadra»;
  4. che se per caso fallisce bisogna giustificarlo, perché l’impresa in fondo era impossibile.

Non si rendono conto che è così che si costruisce una cultura dominante? No che non se ne rendono. Conto.

 

La colomba di Casini

Ieri su Repubblica Bologna è uscito un altro mio pezzo col titolo «Quella colomba della pace che significa tutto e niente». La mia analisi si riferisce, nella seconda parte, alla realtà bolognese.

Ti va di estenderla alla tua città?

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Una colomba stilizzata su sfondo bianco, un ramoscello verde nel becco e un titolo rosso: «Smettetela di litigare». Sembra la campagna teaser di un’azienda dolciaria, che approfitta della Pasqua imminente per lanciare un nuovo prodotto. Una di quelle misteriose campagne senza marchio, di cui non capisci nulla fino alla prossima puntata.

Poi guardi meglio e vedi che stavolta il marchio c’è, con tanto di firma come fosse scritta a mano: Pier F. Casini. I dolci non c’entrano: è il leader dell’UDC. Accidenti, ti aveva fregata. Sorridi e pensi: ha ragione, dovrebbero smetterla. Ma chi?

La campagna ha già fatto discutere molti. Alcuni la ritengono geniale, altri ne sono infastiditi, altri ancora dicono boh. In questo senso è furba: parlino bene o male, purché parlino. Ma vediamo come funziona.

Innanzi tutto il manifesto propone un simbolo religioso. Dall’episodio biblico dell’arca di Noè, sappiamo tutti che la colomba con l’ulivo simboleggia la pace. Nelle raffigurazioni della Trinità, la colomba è simbolo dello Spirito Santo; nei vari testi della tradizione cristiana ora rappresenta la purezza, ora la semplicità, ora l’anima che aspira al divino, ora la bellezza femminile. Il simbolo ricorda anche la democrazia cristiana, certo: è a quella che l’UDC si rifà esplicitamente. Ma allude a una religiosità blanda, indefinita, perché i valori della colomba possono essere condivisi anche da cattolici non praticanti, laici, agnostici.

E poi c’è il titolo: «Smettetela di litigare». Talmente generico che si potrebbe applicare quasi a qualunque situazione. Chi dovrebbe smettere di litigare? Il centrodestra con il centrosinistra? Un leader con l’altro? Ogni partito al suo interno? Non solo questi, ma molti di più: i dirimpettai durante l’assemblea condominiale, gli automobilisti al semaforo, la zia con la nonna, l’amica col moroso. Tutti dovrebbero smettere di litigare. Persino un bimbo potrebbe gridarlo ai suoi genitori.

Riferito alla realtà bolognese, il manifesto esprime significati ancora diversi. Innanzi tutto fa appello al buon carattere del bolognese medio, al suo essere sorridente, tranquillo, accomodante. In realtà i bolognesi non sono più così da anni, ma amano raccontarsi ancora questa favola, e il manifesto non fa che alimentarla.

Quanto alla politica locale, Casini, si sa, sostiene l’amico Guazzaloca contro Cazzola, appoggiato dal PdL. Appena uscito, il manifesto sembrava dunque riferito alla spaccatura del centrodestra locale: esortare alla concordia significava parteggiare per Guazzaloca, il cui fair play è noto da anni, e stigmatizzare Cazzola che fra tutti i candidati, a destra come a sinistra, è di sicuro il più aggressivo.

Passa qualche giorno e litigano anche nel Pd: prima Delbono, che dà un misero 6+ ai cinque anni di Cofferati sindaco; poi Cofferati, che contrattacca dicendo che Delbono è indietro col programma, e se continua così finisce male; infine strali da tutte le parti, sempre nel Pd, contro l’ipotesi che Cofferati vada in Europa. Nel frattempo, dall’altro lato della barricata, si placano le acque: Guazzaloca e Cazzola dicono di volersi mettere d’accordo (forse) su certi quartieri. E dal congresso nazionale del PdL, Berlusconi invita Casini a fare pace.

In men che non si dica, il manifesto cambia di nuovo significato: smettetela di litigare, dice al Pd, e fate come quei paciosi del centrodestra, che si vogliono tutti bene.

Non so in altre città, ma a Bologna il manifesto vuol dire tante cose. È questa la sua forza: come si fa a non essere d’accordo? E la sua debolezza: significa tutto e il contrario di tutto.

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