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Bersani: «La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia»

«La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia», dice Bersani in piazza San Giovanni sabato 5 novembre. E tutti subito a pensare: «Cattiva la finanza (volatile, inaffidabile), cattiva la comunicazione. Buona l’economia (solida, ci dà da mangiare), buona la politica». E mentre la frase già rimbalza su Twitter e Facebook, Bersani prosegue:

«Utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito. Se ci chiamiamo Partito democratico è perché rivendichiamo un punto di vista politico, autonomo, sulla realtà.»

Utili e buone entrambe, dice Bersani. Ma non basta: l’idea che la finanza sia cattiva in questo momento vince su tutto. Quindi Bersani ha svalutato entrambe, inutile che tiri il sasso e ritiri la mano.

Anche perché, solo qualche giorno prima a «Finalmente sud», aveva battuto sullo stesso chiodo:

«La prima cosa da imparare è l’autonomia della politica. Si può anche attraversare il deserto, si può essere amici di tutti, ma parenti di nessuno, bisogna avere un’idea in testa e combattere, avere rapporti amichevoli con la comunicazione, ma non essere subalterni e subordinati alla comunicazione, dobbiamo andare più a fondo, il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione, ha delle parentele, sì, ha delle vicinanze, ma è un’altra cosa.»

Le critiche a Bersani non si sono fatte attendere. Faccio solo tre esempi (e mi scuso per quelli che dimentico): sul Post Pippo Civati (Non mi è piaciuto, Bersani) e Luca Sofri («La “comunicazione” è fare politica»), su Linkiesta Antonio Aloisi («Caro Bersani, non pensare all’elefante»).

Pare assurdo che un politico dimentichi che comunicazione e politica coincidono da sempre, da quando cioè nel V secolo a.C. la retorica si affermò nel mondo greco come arte di ottenere il consenso nelle contese politiche, in stretta connessione, dunque, allo sviluppo della pólis e alla nascita della democrazia in occidente.

Non pare assurdo se si pensa:

  1. che la sinistra italiana ha sempre snobbato la comunicazione come qualcosa di cui il politico «autentico» e «di sostanza» non ha bisogno o, peggio, qualcosa di eticamente riprovevole, perché produce «menzogne», mentre il politico autentico dice sempre la «verità» (non a caso, di verità Bersani parla anche nel discorso in piazza San Giovanni);
  2. che la comunicazione del Pd fa acqua da quando il partito è nato e Bersani ha peggiorato la situazione. Facile attaccare e perfino ridicolizzare qualcuno che non solo ha problemi di comunicazione, ma rivendica con orgoglio la distanza fra sé (e il proprio partito) e la comunicazione. (Ma di questo abbiamo discusso più volte: metti «Veltroni» o «Bersani» nella casellina del motore di ricerca e vedi quanta roba esce.)

Il problema è cosa si intende, oggi, per comunicazione politica. Se si intende che basti fare qualche scelta cromatica per il logo e i manifesti, inventarsi qualche formula generica come slogan, coinvolgere testimonial dello spettacolo, allora Bersani ha ragione: ci vogliono prima le idee e i contenuti, e poi si pensa a queste cose. Ovvero, parlando seriamente: prima si definiscono i contenuti e si fa un piano strategico, poi si applicano le tecniche di comunicazione. Altrimenti, il marketing politico resta superficiale e fa flop.

Se invece fare comunicazione politica vuol dire entrare in relazione il più possibile diretta e continua con i bisogni, le aspettative e i problemi dei cittadini, allora Bersani ha torto marcio. E poiché credo che la comunicazione politica sia questa seconda cosa, e non un insieme di tecniche di marketing raffazzonate, Bersani ha torto marcio. Ma assieme a lui hanno torto marcio la maggior parte dei politici italiani, che da tempo hanno perso il contatto con l’elettorato. Non a caso li chiamano «casta».

Dunque, piano a criticare Bersani: fraintende la comunicazione lui, come la fraintendono molti in Italia, in politica ma anche nelle aziende e istituzioni. Non sa comunicare lui, come non lo sanno fare in molti, oggi, da Berlusconi (che fino al 2008 invece lo sapeva, eccome) al Pd, passando per il Terzo Polo.

Nella guerra fra generazioni siamo tutti dinosauri

Pd o non Pd, destra o sinistra, semplificare il conflitto fra Bersani e Renzi in «guerra fra generazioni» non fa bene a nessuno in Italia. Se contrapponi i «giovani che scalciano» agli «adulti», come fa Bersani, implicitamente li svaluti come «non ancora adulti», e cioè «immaturi», «inesperti», «incompetenti». Se chiami «dinosauri» i non più giovani, come fa Renzi, stai dicendo che sono mostruosi, brutti e talmente cattivi che andrebbero cancellati in un colpo.

 Dinosauro

Intendiamoci: non è per buonismo che dico che la guerra fra generazioni nuoce all’Italia. È perché non porta da nessuna parte. Il problema infatti è: chi sono i giovani in Italia?

Se sono solo quelli che l’Istat mette nella fascia di età 15-24, allora anche Renzi è un dinosauro da spazzare via. Se invece non sono loro (come si fa a catalogare fra i «dinosauri» un 25-26enne?), allora comincia il balletto: i venticinquenni contro i trentenni, contro i quarantenni, contro i cinquantenni, contro… Che senso ha? Lo osserva anche il trentenne (giovane? adulto? dinosauro?) Giampaolo Colletti oggi, nel suo blog sul Fatto quotidiano: La guerra generazionale fa male ai giovani.

Se invece i giovani sono solo quelli fra 15 e 24 anni, allora poveracci: sono solo il 10% della popolazione – dice l’Istat– e cioè circa 6 milioni. Quattro gatti, che per giunta sono destinati a diminuire se le nascite continuano a calare e non aumentano gli immigrati. Dove vanno quattro gatti da soli? Da nessuna parte, visto che hanno poco rilievo elettorale. Lo dimostrano, fra l’altro, gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione giovanile (quella dei 15-24 appunto): il 29,3% dei ragazzi fra 15 e 24 anni è senza impiego. È la percentuale più alta da quando l’Istat cominciò queste rilevazioni, nel gennaio 2004.

E allora? Allora aveva visto lungo Pasolini, nel 1973, quando individuava nel post-sessantotto l’inizio di un baratro: se manca la «dialettica» fra generazioni, come la chiamava Pasolini, nessuno cresce, non i «giovani» ma nemmeno gli «adulti». Tutto resta immobile, tutti facciamo la fine dei dinosauri.

Le generazioni dovrebbero confrontarsi, scambiarsi saperi e pratiche, anche litigare in modo acceso, ma non auspicare l’una la cancellazione dell’altra.

Ecco cosa scriveva Pier Paolo Pasolini il 7 gennaio 1973 sul Corriere della sera. L’articolo s’intitolava “Contro i capelli lunghi”:

«Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di un’ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti.

Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico.

Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, “superare” i padri.

Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente – un regresso.

Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre.» (P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975, p. 10)

La differenza fra il Pd e Sel non si vede dalle federazioni romane. Ma dalla gestione della crisi un po’ sì

Accade (ieri) che la federazione romana di Sel se ne esca con un manifesto dedicato a Steve Jobs. Questo (clic per ingrandire):

Sel e Steve Jobs

Accade che gli elettori di Sel non gradiscano per niente, e in rete attacchino il manifesto a colpi di «con la crisi che c’è, questi pensano a Steve Jobs», «a Barletta  sono morte cinque donne che lavoravano in nero, e questi fanno il necrologio a Steve Jobs», «altro che Apple, ci vuole l’open source», «ecco come buttano via i soldi». E così via.

Le proteste si trasformano su Quink in esilaranti Selcrologi, ipotetici manifesti mortuari di Sel con Gesù Cristo, Bin Laden, Mike Bongiorno e altri. Fino alla morte della stessa federazione romana:

Selcrologio a SEL

Accade allora che Nichi Vendola intervenga subito sulla sua pagina Facebook, per sgridare quelli di Roma:

«Il genio di Steve Jobs ha cambiato in modo radicale, con le sue invenzioni, il rapporto tra tecnologia e vita quotidiana. Tuttavia fare del simbolo della sua azienda multinazionale – per noi che ci battiamo per il software libero – un’icona della sinistra, mi pare frutto di un abbaglio. Penso che il manifesto della federazione romana di SEL, al netto del cordoglio per la scomparsa di un protagonista del nostro tempo, sia davvero un incidente di percorso. Incidente tanto più increscioso in quanto proprio in questi giorni nella mia regione stiamo per approvare una legge che, favorendo lo sviluppo e l’utilizzo del software libero segna in modo netto la nostra scelta.»

Ora, la reazione di Vendola è a sua volta criticabile perché fatta col solito atteggiamento di chi sta sopra e accusa quelli sotto «di aver preso un abbaglio», dimenticando che un leader è responsabile anche degli errori dei sottoposti, dunque deve chiedere scusa anche per il suo, di errore, che come minimo consiste in mancato coordinamento e controllo. Inoltre Vendola si concentra solo sulla questione software libero e non dice una parola sul resto.

Infine poteva chiedere scusa con più trasporto invece di fare a tutti una lezioncina.

Vabbe’. Però ricordo l’errore di un’altra federazione romana, quella del Pd nel giugno scorso. Quando il manifesto era:

Cambia il vento Pd donna e uomo

Schiere di elettori ed elettrici del Pd si erano arrabbiati moltissimo per questo manifesto, in rete e fuori: lettere di protesta a Rosy Bindi, comunicati di «Se non ora quando» e chi più ne aveva più ne metteva.

Ma il Pd romano non si è mai sognato né di chiedere scusa né tanto meno di ritirarlo. Anzi: si sono arrampicati sugli specchi con giustificazioni pretestuose e assurde, insistendo che no e no, avevano ragione loro. Né mai Bersani si è sognato di sgridare nessuno. Trovi una sintesi del caso qui: «Il vento del Pd, le gambe delle donne e la mancanza di idee».

Insomma, la pasticcioneria e l’insipienza accomuna le due federazioni romane. Lo scarso coordinamento accomuna i due partiti. Ma nella gestione della crisi Vendola si è dimostrato un po’ migliore di Bersani. Tutto è relativo, eh.

 

Due mail da Bersani in due anni… e che mail!

In attesa di riprendere il blog a pieno ritmo lunedì, ti sottopongo questa riflessione. Mi sono iscritta al sito Bersanisegretario.it nel periodo in cui lui correva per le primarie del Pd, nel settembre 2009.

Da allora ho ricevuto solo due mail.

La prima, il 10 giugno scorso, per promuovere il suo libro. Mi ero astenuta dal commentarla, in quei giorni, perché si usciva dalla vittoria del Pd alle amministrative (i ballottaggi si chiusero il 30 maggio) e non volevo fare la parte della solita rompiscatole guastafeste. Con tutte le cose che si potevano dire, in quei giorni, lo staff di Bersani pensò di mandare una mail per, ehm, promuovere il libro. Eccola (clic per ingrandire):

Bersani, mail del 10 giugno 2011

Ho ricevuto la seconda mail il 13 agosto, e stavolta la ragione era più nobile: far conoscere la controproposta del Pd sulla manovra economico-finanziaria del governo. Eccola (clic per ingrandire):

Bersani, mail del 13 agosto 2011

Lascio a chi ne avrà voglia ogni commento. Io sono troppo arrabbiata per rovinarmi l’ultimo pezzetto di vacanze.

I commenti ai politici su Facebook: Italia migliore, peggiore o inutilmente rabbiosa?

NB: Ho scritto il pezzo che segue nei ritagli di tempo fra venerdì e domenica mattina, cioè prima di sapere de I segreti della casta di Montecitorio e dunque prima di decidere di scrivere il post di ieri. Penso sia utile, oggi, accostare le due riflessioni.

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Ho esaminato i commenti sulle pagine dei politici italiani più attivi e seguiti su Facebook: Nichi Vendola (514.780 «mi piace»), Antonio Di Pietro (242.424), Renato Brunetta (77.999), Pier Luigi Bersani (60.732) (numeri aggiornati a domenica 17 luglio ore 11:25).

In questi giorni di massima rabbia contro la «casta» – per l’approvazione bipartisan della manovra finanziaria – gli insulti sono equamente distribuiti fra chi sta al governo e chi non, in parlamento e non. Cioè non risparmiano nemmeno Vendola e Di Pietro, che di solito si distinguono per un certo codazzo di fan entusiasti.

Qua sotto alcuni commenti presi a caso fra venerdì e sabato. Gli italiani e le italiane che scrivono su queste pagine appaiono, sì, molto arrabbiati – giustamente – ma anche superficiali, presuntuosi, capaci solo di turpiloquio e insulti al politico di turno o al vicino di discussione, e inclini a ripetere slogan vuoti come ad esempio, con frequenza sorprendente, l’accusa per cui gli altri sarebbero «l’Italia peggiore» e chi parla quella «migliore».

Un rancore inutile. Uno sfogo fine a se stesso. Da parte di chi, a parole, cita gli 8 milioni 272 mila poveri relativi (quelli che vivono con 992,46 euro al mese in due) di cui parla il rapporto Istat 2010, ma nei fatti è abbastanza privilegiato/a da permettersi il lusso di perdere tempo a battere la tastiera di un computer per scrivere futilità.

I commenti a Vendola (clic per ingrandire):

Commenti a Vendola, 17 luglio 2011 ore 11.25

I commenti a Di Pietro (clic per ingrandire):

Commenti a Di Pietro 17 luglio 2011 ore 11.25

I commenti a Brunetta (clic per ingrandire):

Commenti a Brunetta 17 luglio 2011 ore 11.25

I commenti a Bersani (clic per ingrandire):

Commenti a Bersani 17 luglio 2011 ore 11.25

La manovra economica: Di Pietro vs. Bersani

All’indomani della presentazione della bozza di manovra del governo, mi colpisce il forte contrasto fra la reazione di Di Pietro e quella di Bersani. Mi colpisce, attenzione, non stupisce.

Bersani assume subito il solito ruolo distruttivo: «È una farsa drammatica», «Una presa in giro colossale per l’Italia».

Non solo distruttivo, ma controfattuale, cioè basato sul se avessimo fatto… ora non saremmo: «Non avremmo dovuto essere a questo punto», «L’Unione europea ci ha chiesto il pareggio di bilancio, che non sarebbe sinonimo di 45 miliardi di manovra, se ci fosse più crescita e se le riforme in cui cincischiamo a parole le avessero fatte per bene sul serio tre anni fa».

D’accordo sul passato, ma ora che si fa? Infatti Carlo Bertini de La Stampa gli chiede: «Presenterete una contromanovra?». E lui prima allude alle solite belle cose che il Pd avrebbe preparato ma si guarda dallo svelarci: «Noi abbiamo le nostre proposte, sul fisco, pubblica amministrazione, giustizia civile, se vogliono discutiamo quelle». Poi dice diretto che non presenterà nessuna contromanovra:

«perché non ci fanno vedere i conti veri [che brutta immagine di esclusione e impotenza] e sono pure curioso di capire come finisce il dibattito tra rigoristi e non [pensa di starsene zitto a guardare?]. Hanno preso la spending review di Padoa Schioppa [alzi la mano chi sa cos’è] e l’hanno buttata dalla finestra, ora parlano di nuovo di spending review. Ma è da persone serie? [di nuovo critiche e lamentele]» (La Stampa, Manovra, Bersani: Ci fanno un regalino da 40 miliardi, 29 giugno 2011).

Opposta la reazione di Di Pietro, grintoso e propositivo: «Esprimeremo il nostro parere solo dopo aver letto il testo. Noi esamineremo voce per voce la manovra di Tremonti e alla fine diremo un sì o un no. Se poi il ministro Tremonti voterà i nostri emendamenti ne saremo ben felici».

E in qualche ora si è precipitato ad annunciare che darà a Tremonti una contromanovra. Non solo: ieri sera sul canale YouTube dell’Idv era già apparso uno spot che la presenta. Come sempre, lo slideshow dell’Idv è dilettantesco: con le scritte mal definite, gli sfondi invasivi, le animazioni standard di PowerPoint e la canzone «Pensa» di Fabrizio Moro in sottofondo (avranno chiesto i diritti? Moro è loro amico?). Sembra fatto da un ragazzino delle medie.

Però è concreto, semplice, e ti dà l’idea di gente che non sta con le mani in mano.

Non entro nel merito della proposta di Di Pietro, ma mi chiedo: perché il leader del Pd che, grazie al calo di consensi del Pdl e di Berlusconi, aspira a diventare il primo d’Italia (lo è stato per qualche giorno, ora pare in calo), non può assumere un atteggiamento come quello che ha Di Pietro in questi giorni?

Non è così difficile, su, Bersani. Mutatis mutandis, eh, mi raccomando: non è che ora devi dire anche tu «Che ci azzecca».

I problemi del Pd con le metafore

Oggi la home page di Nuovo e utile contiene una incisiva quanto illuminante riflessione di Annamaria Testa sui problemi del Pd con le metafore.

Dove sbagliano i consulenti di comunicazione del Pd?

Prendono una metafora, magari bella, ricca, viva ma purtroppo, invece di farla volare in alto, valorizzandone tutte le possibili implicazioni… metaforiche appunto, la schiacciano sul significato letterale.

Dalle maniche rimboccate di Bersani (di cui avevamo parlato qui: Perché la campagna «Rimbocchiamoci le maniche» non funziona), alla minigonna al vento della Festa Democratica di Roma (di cui abbiamo detto venerdì: Il vento del Pd, le gambe delle donne e la mancanza di idee).

E dopo aver letto cosa ne dice Annamaria Testa, la domanda sorge spontanea: quelli del Pd, l’abbiamo capito, si rimboccano le maniche letteralmente… ma metaforicamente, lo stanno facendo?

In questo momento servirebbe che lo facessero per trovare un accordo con Vendola e Di Pietro, per esempio.