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Precari e microimprese: una guerra fra poveri?

Guerra fra poveri

Per lavoro entro in contatto con moltissimi studenti. E con molte aziende, il che vuol dire – poiché siamo in Italia – piccole (sotto i 50 dipendenti) e micro (sotto i 10 dipendenti). Mi capita insomma di sentire le due campane. I giovani si lamentano soprattutto per due cose: il precariato (sono soprattutto contratti a progetto) e lo stipendio basso (da 700 a 1000 euro netti al mese, 1200 se va grassa). I microimprenditori, d’altro canto, si lamentano perché: Continua a leggere

Disoccupazione in Italia: oggi come ieri? Il mio racconto personale

Alcuni giorni fa è uscita l’ennesima rilevazione Istat sulla disoccupazione in Italia: nel complesso è salita ancora, passando dal 12,3% di agosto al 12,6% di settembre, ma gli addetti ai lavori vedono comunque segnali di ripresa. Bah. Ogni volta che sento questi numeri non posso fare a meno di ricordare che in Italia percentuali di disoccupazione a due cifre c’erano anche negli anni Ottanta e Novanta. Per essere più precisa, la percentuale passò a due cifre nel 1985 e vi rimase fino al 2000, come spiega Alberto Bagnai, da cui riprendo questa tabella: Continua a leggere

A Claudia (27 anni, laurea, master, contratti a progetto) ora propongono l’ennesimo tirocinio. Cosa fa il governo per lei?

Non tutti gli stage finiscono male. Alcuni proseguono

Mi scrive Claudia (nome fittizio):

«Cara prof, sono stata per anni una sua studentessa, l’ho conosciuta da vicino e so che è sensibile a temi quali tirocinio, sfruttamento delle idee e del lavoro. Le scrivo per raccontarle un po’ la mia esperienza, mi farebbe piacere avere un suo parere. Dopo una laurea magistrale, un master, diversi tirocini curriculari e post formazione, tre anni fa sono arrivata finalmente alla firma di un contratto a progetto. Seppur fittizio, come si usa fare, ero felice perché Continua a leggere

Il laureato precario, i panettieri a 2mila euro al mese e i corsi di formazione

Matteo Pascoletti racconta su Valigia Blu una storia che la dice lunga su una faccenda che abbiamo già discusso altre volte su questo blog: il mercato del lavoro italiano, secondo alcuni benpensanti che includono il ministro Gelmini, avrebbe tanto bisogno «bravi diplomati» disposti a fare «mestieri tecnici», ma non li trova, perché tutti i figli di mammà si affannano a laurearsi (specie in facoltà umanistiche, considerate inutili), per poi restare disoccupati chissà quanti anni.

Vedi: Confartigianato sulla disoccupazione giovanile: notizia? No, politica e Scienze della comunicazione: amenità contro dati.

Panettieri al lavoro

Puoi allora chiederti se fare il panettiere sia un mestiere tecnico o no. Se ci voglia un diploma, una laurea, il negozio già aperto da mammà, o cosa. Ma prima leggi questo:

Riassunto delle puntate precedenti. Massimo Gramellini sul Buongiorno de La Stampa, lamenta il caso dell’Unione Panificatori di Roma, che pare non riesca a trovare giovani disposti a lavorare per duemila euri al mese.Uno sfigatissimo precario (casualmente mio omonimo), assai poco convinto del contenuto dell’articolo, indaga e scopre che le cose sono un po’ diverse, e un po’ se la prende per la storia dei giovani al computer otto ore al giorno eccetera.

Poi siccome è, per l’appunto, uno sfigatissimo precario, e siccome su duemila euri al mese non ci sputa sopra, pure se ha scoperto che in sostanza le cose sono un po’ diverse da come raccontato da Gramellini, all’Unione Panificatori di Roma il suo Curriculum Vitae lo manda lo stesso. E siccome facendo ricerche ha scoperto un articolo del Corriere dove, potenza del caso, pare manchino panettieri pure in Abruzzo, avendoci la ragazza che vive da quelle parti manda il Curriculum pure alla Confesercenti Abruzzo, ché almeno se lo pigliano risparmia sull’affitto, c’è caso, così sò duemila euri al mese netti. Frattanto, Massimo Gramellini dà il suo Buongiorno a Valigia Blu, e assai gentilmente replica allo sfigatissimo precario dicendo, in sostanza “mi sono spiegato male”.

Puntata di oggi: la Confesercenti Abruzzo risponde allo sfigatissimo precario dicendo che più di una caterva di posti da panettieri a duemila euri al mese, ci stanno una caterva di corsi per pizzaioli/pasticceri/barman a pagamento. Ma siccome la Confesercenti Abruzzo è buona, il pagamento è rateizzabile.

Lo sfigatissimo precario entra in crisi, perché se ci sta il problema che li gioveni nun c’hanno vojà de fa i lavori manuali perché dice che pensano alla curtura e so’ troppo snob (li gioveni, no li lavori manuali) specie si lavoreno in borsa, mo’ a lui se chiede de fasse ‘na curtura per un lavoro manuale. Che poi ce sta pure er corso aggratise, ma chiedono esperienza nel settore.

Però scusate: se uno c’ha esperienza, a che je serve il corso per imparare?

Matteo Pascoletti su Valigia Blu

Brunetta insulta i precari. E il Pd ci fa uno spot

Da mesi il centrodestra accumula errori di comunicazione (e di strategia politica, ovviamente, ma qui parliamo di comunicazione). Talmente gravi e/o sciocchi che al Pd basterebbe lasciarli fare, costruendo dal canto suo alleanze solide (da solo certo non vince) e proposte concrete, col relativo piano di comunicazione.

L’ultima uscita del ministro Brunetta, che martedì si è rifiutato di rispondere a una precaria e se n’è andato apostrofandola con un «Siete l’Italia peggiore», ricorda – per snobismo e disprezzo della gente – il peggiore D’Alema.

Ma non basta trasformare la scena in uno spot che dice «Lui non ascolta, noi sì» per dimostrare di essere davvero migliori di lui. Perché attenzione: in questo momento l’errore di Brunetta è così pesante – e insultante per chi non arriva a fine mese – da illuminare chiunque ne prenda le distanze.

Ma è la solita strategia contro: ieri contro Berlusconi, oggi contro Brunetta, domani contro Alfano, La Russa o chissà chi.

Una strategia che, nel giro di pochi mesi o addirittura giorni, suonerà vuota e poco credibile se la sinistra non riuscirà – una buona volta – a mettere a punto un modo nuovo, positivo e propositivo, di comunicare come pensa di risolvere i problemi di disoccupazione e precariato in Italia.

Ma lo sanno, come risolverli? Perché se lo sanno, finora proprio non ce l’hanno detto.

 

Precari e microimprese: guerra fra poveri?

Per lavoro entro in contatto con moltissimi studenti. E con molte aziende, il che vuol dire – poiché siamo in Italia – piccole (sotto i 50 dipendenti) e microimprese (sotto i 10 dipendenti). Mi capita insomma di sentire le due campane.

I giovani si lamentano soprattutto per due cose: il precariato (sono soprattutto contratti a progetto) e lo stipendio basso (da 700 a 1000 euro netti al mese, 1200 se va grassa).

I microimprenditori, d’altro canto, si lamentano perché:

  1. i ragazzi non si rendono conto di quanto sia difficile gestire una microimpresa in Italia, specie in tempo di crisi: fatturato in calo, debiti enormi con le banche, responsabilità a non finire, preoccupazioni notte e giorno;
  2. i ragazzi vivono in modo antagonista e rivendicativo il rapporto “col capo”: non capiscono che lavorare in una piccola impresa non è come essere assunti dallo stato, che non possono pensare solo a “timbrare il cartellino” (che peraltro non c’è) e fuggire a casa;
  3. i ragazzi sono troppo passivi, poco autonomi, poco inclini a proporre idee e inventare soluzioni;
  4. i ragazzi non si rendono conto che l’imprenditore li premierebbe mettendoli “alla pari”, e cioè facendoli pure entrare in società, se solo non avessero questi atteggiamenti.

In questa duplice prospettiva ho letto la mail di Anna (nome fittizio). Si è laureata con me un paio di anni fa ed è subito entrata con stage extracurricolare in una microimpresa che fa comunicazione e new media. Dopo quasi un anno trascorso con entusiasmo e molte aspettative, le offrono un contratto a progetto: 700 euro nette al mese. Sperava di più, ovviamente. Da allora qualcosa si è spezzato nel rapporto fra Anna e i “capi”.

Ecco cosa mi scrive:

«Ciao Giovanna, come stai? È da un po’ che ti penso, senza trovare il tempo per scriverti. Leggo sempre il tuo blog e oggi mi sono imbattuta nella storia di Giulia, la ragazza laureata in lingue a cui una scuola privata proponeva di insegnare gratis per 12 punti. Approfitto di oggi che sono a casa con l’influenza per raccontarti come sono messa.

Io continuo a lavorare in XYZ (penso ancora per poco, sinceramente, ma non ho ancora comunicato nulla). Lavoro tanto, soprattutto in quest’ultimo periodo in cui un progetto per un grosso cliente sta andando male. Lavoriamo da più di due mesi a questo progetto e nonostante i nostri continui avvertimenti (miei e dei miei colleghi che lavoriamo sul progetto) sulla necessità di “cambiare direzione, fare qualcosa” perché i risultati non erano quelli che speravamo, la situazione è rimasta in stallo fino a 15 giorni fa.

Fino a quando, cioè, i “capi”, dovendo andare a parlare col cliente, non avrebbero saputo cosa inventarsi: qualsiasi dato sarebbe stato deludente.

Questa cosa ha mandato tutti e tutto in tilt. Hanno cominciato a fare pretese assurde cercando qualsiasi stratagemma per recuperare le sorti del progetto (e in questi casi tutto è lecito!). Come sai, ho un contratto a progetto (pagato 700 euro al mese) e per contratto potrei benissimo lavorare da casa. Invece sto in ufficio dalle 9 alle 18 e spesso anche oltre.

Proprio ieri sera è accaduto un episodio che mi ha lasciata senza parole. Stavo per andare via dall’ufficio (ore 18:30) e mi hanno trattenuta dicendomi che avevano bisogno che entrassi anch’io 5 minuti in una riunione (alle 18:30???!). Vabbe’, entro e alla fine esco dall’ufficio alle 19:10. Torno a casa esausta come puoi immaginare, faccio le mie cose… esco per un aperitivo con amici, mi ritrovo sul cellulare chiamate e messaggio di uno dei “capi” che mi diceva di aver bisogno un secondo, se potevo richiamarlo. Ultima chiamata alle ore 21:10.

Ora mi chiedo: “Di cosa poteva aver bisogno di tanto urgente per chiamarmi alle 9 di sera passate?”. Non lavoro in un pronto soccorso, non faccio il pompiere né la guardia giurata, dal lavoro che faccio non dipende la vita di nessuno: cosa poteva mai esserci di tanto urgente che non potesse essere rimandato al giorno dopo??? Non ho risposto alle chiamate e ancora non so di cosa avesse bisogno perchè, come ti dicevo, sto poco bene e sono a casa.

[Mah?! Quando mi hanno rinnovato il contratto dicevano che potevano benissimo fare a meno di me (quasi quasi mi fanno un favore a tenermi!??!) e poi mi chiamano alle 21?]

Mi sembra quasi di dover chiedere come un favore ciò che mi spetta di diritto… una vita, la mia vita!

Avrei molte altre cose da raccontarti, ma già mi sono dilungata troppo. Magari a voce? Un abbraccio, Anna»