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Perché Renzi fa la voce grossa sui risultati di domenica. Ma ha i voti che aveva Franceschini

In qualunque competizione elettorale – lo sanno tutti – non è opportuno che un leader faccia dichiarazioni sui numeri (affluenza alle urne, percentuali di vantaggio o svantaggio) prima di avere, non dico i dati definitivi, ma quasi. Perché non lo è? Perché gli exit poll sono fallibilissimi e sono stati spesso non solo smentiti, ma ribaltati. Peggio ancora gli instant poll e altre indagini più o meno volatili. Segue una regoletta facile facile, che qualunque politico (anche il meno capace di comunicare) conosce bene: i sondaggisti e opinionisti parlino pure subito, ma tu zitto e mosca fino all’ultimo. E se proprio i media t’incalzano, limitati a dire con faccia sorniona che aspetti sereno i risultati.

Invece domenica sera Renzi, alle 23 circa, quando erano disponibili i risultati di solo un quarto dei seggi (non rappresentativo di un bel nulla), se n’è uscito annunciando con grande sicurezza:

«Noi non abbiamo ancora i dati finali del nostro risultato. I seggi campione che i nostri rappresentanti hanno utilizzato e considerato, e che sono stati preziosissimi perché hanno azzeccato l’affluenza quando ancora sembrava difficile farlo, ci consegnano un campione di più o meno 5 punti di distacco rispetto a Bersani, ed è un risultato naturalmente per noi straordinariamente bello.»

Ora, tutti sanno che in poche ore i risultati ufficiali del collegio dei Garanti delle primarie del centrosinistra hanno smentito sia i dati di affluenza (Renzi aveva detto “oltre 4 milioni”, i dati ufficiali dicono 3.107.568 voti validi), sia la distanza di Renzi da Bersani (non “più o meno 5 punti”, ma 9,4: quasi il doppio). Una bella differenza.

Ingenuità di Renzi? Non direi, visto che Renzi ha molti difetti (incluso non essere il grande comunicatore che dicono, come ho spiegato QUI e QUI), ma non gli manca abilità tattico-strategica. Credo invece la mossa fosse studiata, con questi obiettivi:

  1. intorbidire un po’ le acque delle primarie del centrosinistra, ma giusto un po’, mica accuse grosse di brogli o simili, sennò poi ci dicono che siamo di destra (infatti le accuse pesanti vengono oggi da Libero);
  2. tenere alta la tensione e positivo l’umore dei suoi elettori e sostenitori fino al ballottaggio, inducendoli a credere che l’avversario sia meno forte di quanto appare;
  3. pungolare Bersani, per chiedergli di cambiare le regole per votare al ballottaggio, sempre nell’ipotesi (tutta da verificare), che un’affluenza alta avvantaggi Renzi e svantaggi Bersani;
  4. tenere non solo accesi ma ben concentrati su di lui i riflettori mediatici: stare il più possibile al centro della scena serve a Renzi – è bene ricordarlo – non solo e non tanto per guadagnare punti in queste primarie, ma per la partita che giocherà dopo, a primarie concluse. Le primarie sono per lui un trampolino, non un punto d’arrivo.

Il giochetto, a quanto pare, gli sta riuscendo, più per disattenzione diffusa che per meriti suoi: la strategia non era difficile né da progettare né da capire. Inoltre si sposa benissimo con la fame di notiziabilità facile ed effimera dei media italiani, che preferiscono sempre il titolo ad effetto all’approfondimento. Eppure basterebbe poco per scoprire che il «fenomeno Renzi» in queste primarie ha ottenuto più o meno quanto Dario Franceschini ottenne nelle primarie del 2009: Renzi il 35,5% di 3.107.568 voti, Franceschini il 34,27 di 3.102.709.

Renzi come Franceschini? Già. Ci sarebbe di che approfondire e discutere, confrontando contesti, numeri, situazioni e narrazioni.

Fransceschini Renzi

Questo articolo è uscito anche (con qualche modifica) sul Fatto Quotidiano.