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I genitori ostentano i figli su Facebook. E i pedofili?

«Primo giorno di scuola. Impossibile non notarlo: su Facebook è un continuo postare foto di bambini con grembiulini di vari colori. Colpisce che molti di questi genitori parlino di quanto siano emozionati. Tra le foto spunta spesso quella dello zainetto nuovo, di marca, dei gormiti o supereroi per maschietti o Winx e Disney per le bambine (rigorosamente rosa). I maschietti sono chiamati “ometti” e “campioni”, le bambine sono “principesse”. […] Cosa c’è di strano? Il punto è che tutto questo è pubblico, leggibile da chiunque. Basta inserire su Facebook le parole chiave Continua a leggere

Marketing, pratiche e privacy

Mi scrive Giulia:

«Mentre navigavo su internet, mi ha incuriosita la recente iniziativa Angel Devil Touch. È un nuovo modello di jeans, a cui è stata applicata una speciale chiavetta Usb, chiamata Poken. Grazie a un ricevitore/trasmettitore RFID, la chiavetta permette di scambiarsi veri e propri bigliettini da visita virtuali con il solo contatto fisico tra apparecchi uguali.

Come caricare i propri dati sul dispositivo? Semplice: basta registrarsi su http://angeldevil.poken.com/join e si trasferiscono le informazioni come si fa con una qualsiasi penna Usb. Ovviamente nella chiavetta si inseriscono dati personali come indirizzo, numero di telefono, e-mail, e dati relativi agli account Facebook, MSN Live Messenger, Twitter, Skype, Flickr, AIM, Yahoo! Messenger, MySpace, LinkedIn e molti altri.

Inoltre, collegando il Poken al PC, è possibile scaricare i dati in ordine cronologico, il che permette di ritrovare un contatto di cui ci si era dimenticati, e di ricordare dove si era incontrata quella persona.

Mi sono chiesta: lo acquisterei? Sinceramente no. Non mi sentirei tranquilla ad andare a far la spesa o a ballare con un dispositivo che contiene tutti i miei dati. Indipendentemente dal fatto che, per scambiarsi le informazioni, sia necessario che i due schiaccino un pulsante nello stesso momento, mi sembrerebbe di uscire con tutti i miei recapiti/informazioni attaccati a un filo di nylon.

Il video che illustra i Poken presenta come fantastico il fatto che si possano scambiare facilmente numeri di telefono (e non solo): se ti interessa una persona, fa’ un TOUCH e tutto è risolto! Ma io non so, non mi piace. Lei cosa ne pensa?»

Penso che sono d’accordo con te, cara Giulia. Non tanto perché, indossando la chiavetta, te ne vai in giro con i dati «appesi a un filo». Che un po’ equivale a girare col portafoglio pieno di documenti e carte di credito. Ma perché, facendo tutte le operazioni che Angel Devil Touch ti chiede, regali i tuoi dati innanzi tutto a loro.

Inoltre non credo che Angel Devil Touch prenderà piede: non tanto per i dubbi che hai tu, né per le cautele sulla privacy che non mi stanco di raccomandare io – di queste cose la maggior parte delle persone non si cura (vedi cosa accade su Facebook) – ma perché l’iniziativa è troppo artificiosa e patinata, troppo smaccatamente costruita dall’alto perché ci caschino in molti.

Detto in altri termini, le pratiche e le community non si costruiscono a tavolino. Casomai, se un’azienda è furba, riesce a inserirsi in pratiche già esistenti e community già esistenti, facilitandole, accelerandole, piegandole ai propri interessi e trasferendole da una nicchia alle masse.

Infine, scambiarsi dati personali è già molto semplice e rapido col cellulare e il palmare, senza che nessun dispositivo tocchi nessun altro: il mondo va verso la comunicazione wireless, non verso il contatto fisico. Anche perché, se due persone si piacciono, sarà meglio che si tocchino loro invece delle chiavette, no? 😀

Ecco il video che presenta Angel Devil Touch:

Vita da Facebook 11 – L’uso di foto per pubblicità

Eleonora mi segnala uno scambio fra un lettore e la redazione di Hi*_Test (la rivista di Altroconsumo dedicata al mondo hi tech), a proposito di Facebook e l’uso di foto personali per fare pubblicità.

Abbiamo parlato altre volte del problema della privacy su Facebook (ad esempio QUI e QUI).

Credo che la risposta di Hi*_Test possa essere utile a tutti.

Ho fatto come loro suggeriscono, non autorizzando nessuno a vedere mie foto in inserzioni pubblicitarie (tu l’hai fatto?), ma ho notato che qualcosa, rispetto alla descrizione passo passo di Hi*_Test, è già cambiato.

Tutto resta comunque abbastanza fumoso.

Non ho tempo per approfondire, qualcuno mi aiuta?

NON USATE LE MIE FOTO NELLE INSERZIONI:

Ho sentito dire che facebook si è messo a utilizzare le foto delle persone iscritte a questo popolare social network per pubblicizzare servizi e prodotti.

Se ho capito bene, ci sarebbe il rischio che i miei amici vedano la mia faccia associata a qualche réclame.

Volevo sapere se è vero e, se lo è, cosa si può fare per evitarlo: sarò retrogado, ma a me sembra di ricordare un tempo in cui i protagonisti di un spot venivano pagati per la loro prestazione.

Un lettore, Roma.

RISPOSTA DI HI*_TECH:

Siamo andati a indagare su quanto segnala il nostro lettore.

Scegliendo il menù “impostazioni – impostazioni sulla privacy – notizie e bacheca – inserzioni di facebook” appare un avviso che s’intitola “sfatiamo le false voci relative alle foto nelle inserzioni”.

Ma le spiegazioni date non ci convincono, in particolare la frase “questa voci si riferivano alle applicazioni di terzi”: non cambia niente, per un utente, che a usare la propria immagine in maniera inappropriata sia direttamente facebook o un’applicazione di terzi. Scrivendo così facebook ammette che la cosa è effettivamente accaduta e non si capisce se può continuare a succedere oppure no.

Se poi clicchiamo su “per maggiori informazioni”, appare la consueta pagina semivuota della “assistenza” di facebook: “per questa lingua non sono ancora disponibili Domande e Risposte di facebook”. Se invece si clicca su “chiudi” e si accede quindi alla pagina “inserzioni di facebook” scopriamo che facebook non consente alle applicazioni di terzi o alle reti delle inserzioni si utilizzare il tuo nome o la tua foto nelle inserzioni.

Ma questa funzionalità potrebbe venire abilitata in futuro. Dunque, è lecito supporre che, per via delle critiche ricevute, facebook abbia disabilitato tale funzionalità per le applicazioni terze, ma si riserva comunque di riabilitarla in futuro.

Se non volete che le vostre foto vengano usate per pubblicità, non vi resta dunque che accedere a questa pagina, e alla voce “le inserzioni sulle pagine della piattaforma possono mostrare le mie informazioni a” selezionare “nessuno” e poi cliccare su “salva modifiche”.

A chiudere il tutto, in fondo alla pagina si legge: “tieni presente che le inserzioni create dalle applicazioni di terzi da te utilizzate non sono controllate da questa impostazione”. Una scritta di cui non capiamo il significato, ma che sembra comunque rendere poco efficace pure l’impostazione di protezione della privacy che abbiamo appena descritto.

Insomma, fra i tanti lati positivi del social network, e di facebook in particolare, può nascondersi anche qualche ombra.

(Hi*_Test, numero 15 settembre 2009, pag. 3.)

Vita da Facebook 9 – C’è chi finisce in tribunale…

Leggo e riporto dal Sole 24 Ore di ieri.

Ti sei mai trovato/a in una situazione che si avvicina a queste?

FACEBOOK NEL MIRINO: SEMPRE PIU’ CAUSE DI DIFFAMAZIONE

di Marisa Marraffino

Facebook nuovamente sotto tiro. Dopo i filtri delle aziende per bloccare l’accesso ai dipendenti durante l’orario di lavoro, gli appelli del Ministro Brunetta e le accuse di violazione della privacy della Ue, arrivano anche in Italia le prime querele e richieste di risarcimento danni a carico degli utenti del più popolare social network del mondo.

«Facebook non può sottrarsi alle regole del diritto comune – spiega Giuseppe Conte, professore di diritto privato e avvocato esperto di privacy e comunicazioni elettroniche – e gli utenti dei social network non possono invocare la spazialità virtuale quale esimente per le loro affermazioni e i loro comportamenti. La tutela dei beni morali e, più in generale, dei diritti della personalità non viene sospesa nello spazio telematico». Il messaggio è chiaro e le conseguenze non si sono fatte attendere.

Gli episodi
A Molfetta un imprenditore ha querelato un suo ex collaboratore per averlo definito “bastardo” su facebook. A Torino un professore ha denunciato uno studente per averlo iscritto al social network a sua insaputa e per avergli attribuito perversioni imbarazzanti. Mentre a Firenze sono state presentate almeno due querele per diffamazione a mezzo Facebook. E in una scuola superiore di Colle Val d’Elsa una bidella ha chiesto ad otto studenti un risarcimento danni di migliaia di euro per aver creato sul social network un gruppo contro di lei.
Secondo gli esperti, le segnalazioni sono destinate ad aumentare, con utenti, spesso minorenni, costretti a confrontarsi con la legge.

I reati
Il reato in cui più facilmente possono incorrere gli utilizzatori di Facebook è la diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità: le pene possono arrivare fino a tre anni, con possibili risarcimenti danni da migliaia di euro. A configurare il reato, non solo le offese esplicite all’altrui reputazione, ma anche la pubblicazione di foto di amici in atteggiamenti imbarazzanti o qualche battuta di troppo. «Potrebbe integrare il reato di diffamazione anche taggare un amico un po’ ubriaco in un locale equivoco – spiega l’avvocato Riccardo Lottini di Grosseto – in caso di querela non ci si può nemmeno difendere sostenendo che l’amico aveva prestato il consenso a farsi fotografare: l’utilizzo, se lesivo della reputazione, è comunque illecito».

Niente da fare nemmeno per le mogli gelose che, con una falsa identità, tentano di scovare la relazione adulterina del marito. La sostituzione di persona è un reato punito con la reclusione fino ad un anno.
Possibili guai in vista anche per i dipendenti pubblici. Usare facebook sul lavoro potrebbe integrare addirittura il reato di peculato.

Continua a leggere QUI.

Quando la violazione della privacy si fa arte

Ho trovato sull’ultimo numero di Colors, lo splendido magazine di Fabrica, una notizia che casca a fagiuolo sul problema della privacy discusso ieri.

Hasan M. Elahi è un artista americano nato in Bangladesh. Fermato dall’FBI all’aeroporto di Detroit nel 2002, fu interrogato sui suoi spostamenti nella giornata dell’11 settembre. Dopo essere stato sottoposto ben nove volte alla macchina della verità, fu liberato con riserva: gli agenti si rifiutarono di rilasciargli un documento che lo dichiarasse fuori da ogni sospetto e gli chiesero di «farsi vivo ogni tanto». Era chiaro che la sua vita sarebbe rimasta sotto la sorveglianza dell’FBI.

Hasan decise di trasformare l’incidente in una performance artistica: collegò il suo cellulare a un tracker GPS, se lo attaccò a una caviglia e tuttora non se ne separa mai, inviando in tempo reale la registrazione dei suoi spostamenti, le fotografie di tutto ciò che fa e vede (tranne le persone, per proteggere la loro privacy) al sito trackingtransience.net.

A detta di Hasan, la sua vita non è più esposta di quella di un cittadino qualunque: «L’unico modo per proteggere la propria privacy è rinunciarvi del tutto» spiega. «Se 300 milioni di persone seguissero il mio esempio, dovrebbero assumere altri 300 milioni di persone soltanto per controllare tutti quei dati» (Colors, 75, p. 73).

Su trackingtransience.net ci sono ormai più di 20.000 immagini: strade, stanze, pasti, angoli di città e di mondo, persino i wc che Hasan usa. Come queste.

pasto

toilette

Vita da Facebook 6 – Cancellarsi è difficile

Su segnalazione di Sergio ho trovato questo articolo di Zeus News, che tutti coloro che abbondano nell’inserire informazioni e foto personali su Facebook dovrebbero tenere bene a mente:

«Facebook ha modificato recentemente le Condizioni d’uso che gli utenti devono accettare al momento di creare l’account, arrogandosi in pratica il diritto di disporre a piacimento di tutti i contenuti (testi, immagini, filmati) inseriti dagli utenti, anche qualora questi decidano di cancellarsi definitivamente dal social network.

Chi si iscrive concede a Facebook il diritto “perpetuo, irrevocabile, non esclusivo, trasferibile” di usare in qualsiasi modo (“copiare, pubblicare, diffondere, conservare, rendere pubblico, trasmettere, modificare” e la lista è ancora lunga) le immagini, i testi e quant’altro possa essere catalogato sotto la dicitura “User Content”, ossia praticamente qualunque cosa. Non solo: Facebook può anche concedere i contenuti in sub-licenza.

“Pazienza” – qualcuno potrebbe dire – “ci si può sempre cancellare”. È vero, ma i contenuti potrebbero non scomparire insieme all’account.

Nella versione originale delle Condizioni d’uso c’erano un paio di righe che tutelavano certi diritti degli utenti: “Potete rimuovere i vostri Contenuti Utente dal Sito in qualunque momento.” – si poteva leggere – “Se scegliete di rimuovere i vostri Contenuti Utente, la licenza concessa scadrà automaticamente, ma riconoscete alla Compagnia il diritto di conservare delle copie archiviate dei vostri Contenuti Utente”.

Ora queste righe sono scomparse, la licenza non scade più e “The Company” non ha più bisogno di archiviare alcunché, dato che può fare quello che vuole con le informazioni immesse, che non saranno mai soggette all’oblio.

Per essere ancora più chiari, una lunga lista, rubricata sotto la voce “Termination and Changes to the Facebook Service”, elenca tutto ciò che non svanisce con la chiusura dell’account e comprende pressoché qualunque attività un utente compia tramite Facebook.

In pratica i nuovi iscritti si consegnano completamente al social network che va tanto di moda e così fanno anche quelli vecchi, che a suo tempo avevano accettato le Condizioni originali.

Da sempre, infatti, le Condizioni d’uso prevedono una clausola che ne consente la modifica da parte della società senza la necessità di avvisare gli iscritti. Anzi, “Continuare a usare il Servizio Facebook dopo tali cambiamenti costituisce l’accettazione delle nuove Condizioni”.

Esiste in realtà una possibilità per mantenere il controllo sulle informazioni immesse e sta nell’essere estremamente restrittivi per quanto riguarda le impostazioni sulla privacy.

Le Condizioni esplicitano infatti che l’unico limite che Facebook si autoimpone riguarda proprio quelle impostazioni: prima di cancellarsi, quindi, sarà utile regolarle. Dopo essere usciti dal social network tutto sarà di “proprietà” di Facebook.»

(ZEUS Newswww.zeusnews.com – 16-02-2009)

LA RETTIFICA

Il giorno dopo, il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha parzialmente corretto la rotta. Questa è la notizia, sempre da Zeus News, che però non cambia la sostanza dell’attenzione che gli utenti devono sempre e comunque metterci:

«Alla fine è dovuto intervenire Mark Zuckerberg in persona per chiarire meglio la situazione che si è creata quando qualcuno ha cominciato a notare i recenti cambiamenti apportati alle Condizioni d’uso di Facebook.

“La nostra filosofia” – ha spiegato il Ceo del social network – “è che la gente possiede le proprie informazioni e controlla la loro condivisione con terzi”.

Per poter mostrare ad altri ciò che un utente vuole condividere, però, Facebook deve avere una licenza che gli permetta di farlo: ecco perché le condizioni d’uso chiedono che gli iscritti accettino la manipolazione dei loro contenuti. Altrimenti il servizio sarebbe impossibile.

Messa così potrebbe anche avere un senso, ma resta da capire perché mai Facebook debba essere in condizione di conservare per sempre i contenuti immessi dagli utenti.

È ancora Zuckerberg a spiegarlo: “Quando una persona condivide qualcosa, come un messaggio, con un amico, vengono create due copie di quel messaggio – una nella cartella di posta inviata e l’altra nella cartella di posta in arrivo dell’amico”. Se poi il mittente cancella il proprio account, l’amico deve poter conservare il messaggio inviatogli e ospitato sui server di Facebook: ecco il perché di quella clausola.

D’altra parte, scrivere un contratto richiede il rispetto di certe convenzioni: “Buona parte del linguaggio delle Condizioni è eccessivamente formale e protettivo nei confronti dei diritti di cui abbiamo bisogno per fornirvi il servizio”. Insomma: nessuno vuole sottrarre agli utenti il controllo dei loro contenuti; c’è soltanto bisogno di avere le autorizzazioni necessarie per lavorare.

Credere soltanto alla buona fede e alle questioni tecniche è tuttavia un po’ poco. Per questo Zuckerberg ricorda che le impostazioni sulla privacy sono vincolanti: “noi non condivideremmo mai le vostre informazioni in un modo che voi non volete”. Ciò che è esplicitamente dichiarato come privato resta privato.

Che però tutto ciò non emerga molto chiaramente dalle nuove Condizioni è evidente, tanto che anche il Ceo di Facebook deve ammettere che – forse – le cose si potevano fare un po’ meglio, specie considerata la natura delicata della questione: “È un terreno accidentato da percorrere e faremo qualche passo falso, ma […] prendiamo questi problemi e le nostre responsabilità nel risolverli molto seriamente”.

Forse il post del padre di Facebook non avrà fugato tutti i dubbi, ma almeno è segno del fatto che la questione è stata notata e presa in considerazione. D’altra parte, come ha fatto notare a suo tempo anche il nostro garante della privacy, i primi a preoccuparsi delle proprie informazioni personali devono essere gli utenti: l’importante è che, se uno vuole mettersi in vetrina, sappia bene a che cosa va incontro»

(ZEUS Newswww.zeusnews.com – 17-02-2009)

Vita da Facebook 4 – Consigli per la privacy

Sergio – che ringrazio – mi segnala alcuni suggerimenti che il 28 gennaio, Giornata Europea per la Privacy, Francesco Pizzetti, Presidente dell’Autorità Garante italiana, ha dato agli utenti di Facebook per salvaguardare il più possibile la loro privacy.

Sono semplici raccomandazioni di buon senso, volte a un uso cosciente del mezzo. Ma ho deciso di riportarle perché, in questo mese di esperienza su Facebook, la cosa che più mi ha sorpresa – e ancora continua a sorprendermi – è la disarmante ingenuità con cui la maggioranza di utenti con cui ho fatto «amicizia» (quasi 200 ormai) affidano dati personali alla rete: opinioni politiche, convinzioni religiose, gusti sessuali… e chi più ne ha più ne metta. Per non dire dell’ostentazione di foto private, intime e intimissime.

😦

Ecco qua (fonte: La Repubblica di Milano 28 gennaio 2009):

Autogoverno: pensarci bene prima di pubblicare propri dati personali (soprattutto nome, indirizzo, numero di telefono) in un profilo-utente.
Uso consapevole: ricordarsi che immagini e informazioni possono riemergere, complici i motori di ricerca, a distanza di anni.
Rispettare i terzi: astenersi dal pubblicare informazioni personali e foto relative ad altri senza il loro consenso. Ci potrebbero essere ripercussioni penali.
Login e password: usare login e password diversi da quelli usati su altri siti web (per esempio la posta elettronica e per la gestione del conto corrente bancario).
Essere informati: informarsi bene su chi gestisce il servizio e quali garanzie dà rispetto al trattamento dei dati personali. Usare impostazioni orientate alla privacy, limitando al massimo la disponibilità di informazioni, soprattutto rispetto alla reperibilità dei dati da parte dei motori di ricerca.

Inoltre, per i più giovani (fonte: ZeusNews, 29 gennaio 2009):

«Chi seguirà queste semplici regole – dice il Garante – non rischierà di vedersi rifiutato un lavoro a causa di ciò che ingenuamente ha scritto su Facebook (pratica ammessa dal 35% delle aziende intervistate nel corso di una ricerca pubblicata sempre in occasione della Giornata della Privacy), né dovrà fare i salti mortali per cancellare quelle informazioni che non desidera siano più disponibili.

Secondo una ricerca inglese ci sarebbero ben quattro milioni e mezzo di ragazzi tra i 14 e i 21 anni che “rischiano di subire ripercussioni negative sul proprio futuro lavorativo determinato dalle tracce lasciate in Internet”, ha affermato Mauro Paissan, componente dell’Autorità Garante. Quindi, massima attenzione su quello che si scrive, anche perché le mode passano».

Le mode passano, ma i dati restano sui server di Facebook.