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I problemi di comunicazione della Commissione europea

Mi segnala Eugenio, che da anni vive e lavora a Bruxelles, il caso di uno spot del DG Enlargement della Commissione europea, che è stato subito ritirato perché accusato – in rete e su tutti i media – di rappresentare in modo «razzista» le civiltà non europee, con particolare danno nei confronti del mondo orientale, musulmano e afroamericano.

Questo è lo spot:

E questa è la risposta con cui la Commissione si è scusata (e giustificata) dopo aver ritirato lo spot:

We have received a lot of feedback on our latest video clip, including from people concerned about the message it was sending.

It was a viral clip targeting, through social networks and new media, a young audience (16-24) who understand the plots and themes of martial arts films and video games. The reactions of these target audiences to the clip have in fact been positive, as had those of the focus groups on whom the concept had been tested.

The clip featured typical characters for the martial arts genre: kung fu, capoeira and kalaripayattu masters; it started with demonstration of their skills and ended with all characters showing their mutual respect, concluding in a position of peace and harmony. The genre was chosen to attract young people and to raise their curiosity on an important EU policy.

The clip was absolutely not intended to be racist and we obviously regret that it has been perceived in this way. We apologise to anyone who may have felt offended. Given these controversies, we have decided to stop the campaign immediately and to withdraw the video.

Stefano Sannino, Director General of DG Enlargement

Poiché oggi sono davvero molto di fretta (moltissimo, scusate!), lascio alla comprovata abilità analitica dei lettori di Dis.amb.iguando il compito di commentare (se lo desiderano) spot e comunicato di scuse. 😀

Macelleria italiana. Siamo italiani!

Mi scrive Roberto, studente in Scienze della comunicazione all’Università di Bergamo, che vive e risiede a Treviglio, in provincia di Bergamo:

«Treviglio (Bg). Un macellaio espone il cartello “Macelleria italiana. Siamo italiani!” accompagnandolo con la bandiera tricolore. Molti accusano di razzismo i due giovani che gestiscono la macelleria (vedi questa notizia Ansa).

I macellai invece – di origine calabrese – rispondono che il cartello è stato appeso perché in città giravano voci che loro fossero marocchini o albanesi, che importassero la carne e che la macellassero con metodo islamico (carne halal). Secondo i macellai la gente non entrava più a comprare la carne da loro perché, in qualche modo, non si fidava della loro carne.

In effetti la scritta “Siamo italiani” ha a mio avviso diverse implicazioni che sono sfuggite ai giovani macellai. Lei cosa ne pensa? Qui ci si divide tra chi li definisce razzisti e chi invece sottolinea che, mentre i musulmani sono liberi di scrivere “macelleria islamica”, gli italiani non possono dichiarare che la loro carne sia “italiana”.»

Macelleria italiana. Siamo italiani!

Sono d’accordo con Roberto: nel momento storico che stiamo vivendo, con le polemiche recenti su quanto siano o non siano razzisti gli italiani, il cartello si presta a letture discriminatorie nei confronti di altre etnie, sia dentro che fuori Treviglio.

Da quel che so, Treviglio è il comune della provincia di Bergamo con la più alta percentuale di immigrati stranieri dopo il capoluogo: Wikipedia dice che sono quasi il 10% dei residenti e vengono soprattutto, a scalare, da Albania, Egitto, Marocco e Romania. Ora, per quanto numerosi, sono sempre minoranze, che per giunta incontrano spesso (se non a Treviglio, nel resto d’Italia) difficoltà di integrazione.

Dunque l’obiezione di chi considera «discriminatorie al contrario» le accuse piovute sui macellai (gli altri possono scrivere «macelleria islamica», noi non possiamo dire «macelleria italiana») non tiene. Il cartello «Macelleria italiana. Siamo italiani!» (con tanto di punto esclamativo, come dire: «Attenzione!» o «Evviva!»), potrebbe essere considerato alla pari di un cartello che dicesse «macelleria islamica» o «macelleria albanese», solo in una società perfettamente pacificata e paritetica dal punto di vista dei rapporti fra le diverse etnie, razze e religioni. Una situazione che possiamo sognare, ma che per ora in Italia non c’è.

A sentire le dichiarazioni dei due giovani macellai e dei cittadini che li hanno sostenuti realizzando addirittura un video, le loro intenzioni non erano né razziste né discriminatorie. Ma quel cartello è andato a toccare un nervo scoperto della nostra società, un punto dolente su cui gli italiani sono divisi.

Perciò appenderlo è stato un atto di ingenuità, nel senso che non credo si immaginassero di essere accusati di razzismo. Ma certo volevano far leva su un desiderio che evidentemente considerano diffuso a Treviglio: mangiare carne «macellata in Italia» e non altrove. Con tutti gli impliciti che gli altri abitanti di Treviglio (e molti italiani), se non loro, aggiungono al concetto di «carne macellata in Italia»: più adatta a certi tipi di cottura, più tenera, ma anche più controllata dal punto di vista igienico, più sicura, e così via.

PS: Una versione modificata di questo articolo è apparsa oggi anche sul Fatto quotidiano.

Vu curà? Quando la campagna per il dentista si fa razzista

Mi scrive Simona, che si è laureata con me qualche anno fa:

«Ieri ho visto un’affissione dinamica su un bus, che diceva: “Vu Curà?”.

La cosa mi è suonata strana e sono andata a indagare. Scopro quindi che è una campagna contro l’abusivismo e il turismo odontoiatrico, realizzata dall’ANDI – Marche (Associazione Nazionale Dentisti Italiani).

Mi sembra una campagna che alimenta razzismo e atteggiamenti discriminatori e provo a spiegarti perché.

Vu curà?

Va bene tutelare le categorie di professionisti. Va bene la tutela del lavoro qualificato e italiano (sottolineato in tutte le salse).

Ma non va bene il ricorso all’immaginario del “Vu Cumprà?”: l’espressione richiama alla mente persone di colore e suona, tristemente e profondamente, razzista: per l’italiano medio il Vu cumprà è colui che infastidisce il relax di chi è sdraiato ad abbronzare la pancia al sole, colui che non ha permesso per vendere, l’uomo nero insomma.

Perchè associare l’abusivismo e turismo odontoiatrico all’esperienza dei migranti africani, spesso fuggiti da paesi devastati da guerre (e magari, in tempi meno recenti, anche dello sfruttamento coloniale italiano)?

E non va bene la contrapposizione tra i non italiani, che sarebbero i cattivi, e gli italiani, che non sono più solo “brava gente” ma anche, per questa campagna, eccellenti e onesti dentisti. Tutti? Salvo, poi, fare uno sforzo di memoria e scoprire che molti di noi hanno avuto esperienze negative con i dentisti italiani, sia in termini di correttezza nel trattamento economico, sia in termini di professionalità. Dunque non è detto che siano tutti bravissimi, purtroppo. Neppure gli italiani.

Né va bene l’accostamento tra professionalità e nazionalità: mi chiedo quanti abusivi italiani, tedeschi e francesi esistano. Perché non se ne fa cenno?

E mi pare grave dimenticare che in Italia ci sono anche dentisti non italiani che svolgono la loro professione onestamente e correttamente. Potevano risparmiarsi, insomma: “Viva il lavoro italiano in Italia. Vu Curà?” Che ne pensi?»

Penso che hai ragione, cara Simona.

E penso che la campagna vada denunciata allo Iap, facendo appello all’art. 10, che dice che le pubblicità devono «evitare ogni forma di discriminazione» e all’art. 14, che vieta «ogni denigrazione delle attività, imprese o prodotti altrui, anche se non nominati». Io denuncio riempiendo QUESTO MODULO. Se sei d’accordo con l’analisi di Simona, fallo anche tu.

 

Tv razzista

La notizia che il New York Post, il tabloid di Rupert Murdoch, abbia pubblicato una vignetta che assimila il presidente Barack Obama a uno scimpanzé ha giustamente fatto scandalo negli Stati Uniti e nel mondo. D’altra parte, sapevamo tutti che il razzismo diffuso nella società statunitense, cacciato via dalla porta dopo l’elezione di Obama, sarebbe prima o poi rientrato dalla finestra. Né ci sorprende il fatto che la prima finestra sia stata aperta dal New York Post, noto per contendersi con il Daily News il primato di chi le spara più grosse (alla faccia di ogni mitologia sul giornalismo anglosassone).

Anche gli italiani non sono immuni da razzismo. Anzi, da questo punto di vista negli ultimi tempi – da quando cioè i flussi migratori verso il nostro paese sono cresciuti – sono persino un po’ peggiorati. E sapevamo pure questo.

Tuttavia, quando ho visto il modo in cui il TG1 ha trattato la notizia, sono saltata lo stesso sulla sedia. Che la nostra Tv generalista sia veicolo di porcherie è cosa detta e ripetuta. Ma il razzismo silenzioso e infido che passa dall’aver inserito un tema serissimo nel contesto ludico di un pettegolezzo sui sosia di Obama e pasa pure dal sorriso accomodante della conduttrice (come si trattasse di ragazzate)… be’ mi ha davvero sorpresa. Neppure il New York Post era arrivato a parlare di sosia.

Non so a te: a me questa roba fa schifo.


A Manhattan gli afro-americani sono un accessorio di tendenza

Leggo su Gawker, magazine di gossip newyorkese, questa notizia di ieri:

«Now that Obama has been elected, a tipster [se non lo sai, è un introdotto che spiffera informazioni riservate] inside a PR firm tells us, clients are demanding “an increased number of African Americans added to the guest list” at their holiday parties. In the spirit of hope! The email can’t really be “verified,” but appears genuine and is just too important not to share. This firm has even assembled an official internal “Diversified Holiday Guest List,” in which they rank the top 10 acceptable black socialite attendees, in order of desirability. Uh… yes we can?»

Segue la lista dei primi 10 afro-americani che andranno a ruba nei vari parties a Manhattan per le prossime feste. Li trovi, in ordine di desiderabilità decrescente, QUI.

Ma non è una novità! Che le persone di colore belle, ricche ed eleganti siano un ornamento gradito negli ambienti upper class è vero fin da Josephine Baker. Il che non implica aver superato pregiudizi razzisti, anzi.

Ne parlavamo anche nel post del 19 giugno scorso “Obama, la bellezza, la danza”.