Archivi tag: Repubblica

Zagrebelsky, l’ingenuità e i media

Oggi su Repubblica Gustavo Zagrebelsky torna sulla questione che nei giorni scorsi l’ha visto contrapporsi a Eugenio Scalfari, da una parte e dall’altra dei due schieramenti politico-mediatici che si sono formati nelle ultime settimane: o con i magistrati di Palermo o con il Presidente della Repubblica. Ho già scritto, sia sul mio blog sia sul Fatto Quotidiano, quanto penso sia nocivo fomentare tifoserie del genere, specie in questo momento in Italia.

Né Scalfari né Zagrebelsky, ovviamente, vogliono fomentare un bel nulla. Non certo nei termini perentori e banalizzanti cui la questione è stata ridotta da molti (inclusi giornalisti): o di qua o di là. Perché il problema è più complesso, i loro articoli sono lunghi e pieni di distinguo, e così via. Cose che ho giò scritto qui.

Il problema è che, mentre loro disquisiscono in modo raffinato, chi di costituzione e cavilli giuridici capisce poco e nulla, finisce per firmare appelli, inveire, sparare sentenze nei bar, negli uffici e su internet: o con Napolitano o con i magistrati di Palermo. E fa tutte queste cose «anche» in conseguenza delle disquisizioni fra Scalfari e Zagrebelsky. O almeno delle semplificazioni che gli arrivano.

Pensando alla mia riflessione su quanto siano sempre trascurati, in Italia, i meccanismi di funzionamento della comunicazione di massa, trovo interessante che oggi Zagrebelsky si definisca «un vero ingenuo», per difendersi da chi l’ha accusato (più o meno esplicitamente) di «falsa ingenuità»:

Giornali

Sei un ingenuo, perché avresti dovuto sapere che le tue parole sarebbero state strumentalizzate; anzi, sei un falso ingenuo – in sostanza, un ipocrita – perché lo sapevi benissimo. Qui, vorrei essere il più chiaro possibile: la linea di condotta cui mi sono ispirato non è dei falsi, ma dei veri ingenui. Il compito di chi si dedica a una professione intellettuale è d’essere, per l’appunto, un vero, consapevole e intransigente ingenuo (con l’unica riserva che dirò). Non è sempre facile. Talora lo è di più tacere, tergiversare, adeguarsi. È una questione d’integrità professionale, almeno così come la vedo.

E immaginando una possibile obiezione sul fatto che sia compito dell’intellettuale assumersi responsabilità politiche e sociali, dice:

Forse che l’attività intellettuale non deve anch’essa essere responsabile? Certo che sì. Ma responsabile verso chi o che cosa? Verso la sua natura: una natura diversa da quella politica. Forse che l’attività intellettuale non ha anch’essa una propria valenza politica? Certo che sì, ed elevatissima, ma non nel senso di chi opera nella politica, intesa come la sfera dei partiti, della competizione per il potere, della conquista del consenso: da noi, c’è difficoltà ad ammettere che non tutto è politica in questo senso. Esiste invece una funzione diversa, “ingenua”, non legata al potere e al consenso – la cui esistenza è essenziale alla vita libera della pólis.

L’implicito è che dall’esercizio dell’attività intellettuale sia esclusa la capacità di riflettere su come funzionano i media, a cui pur si affidano i propri pensieri. E come funziona, più ampiamente, il sistema di autoreferenzialità mediatica che, di titolo in titolo, di articolo in articolo, di servizio in servizio, continua a girare in tondo fomentando la contrapposizione che lo stesso Zagrebelsky non vuole.

Detto questo, credo che Zagrebelsky su questa storia sia stato un «vero ingenuo», proprio come ha scritto. Prova ne è che abbia firmato l’appello del Fatto Quotidiano, un appello che certo non dimostra la stessa pacatezza analitica che Zagrebelsky frequenta: «Stato-mafia, pm accerchiati: la nostra raccolta di firme per rompere il silenzio».

Quattro chiacchiere su SpotPolitik con Eco e Testa

Domani alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2 a Milano, alle ore 18:30, ho l’onore e il piacere di chiacchierare di SpotPolitik con Umberto Eco e Annamaria Testa. Clic per ingrandire:

SpotPolitik presentazione a Milano

Colgo l’occasione per raccogliere qui tutte le recensioni, segnalazioni e interviste che il libro ha ottenuto finora, su carta e on line, ringraziando ancora una volta chi mi ha dedicato tempo e attenzione.

Sulla carta (in ordine cronologico decrescente):

Il Mondo, 25 maggio 2012, Antonio Calabrò “Questa pazza, pazza politica”

La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 aprile 2012, Gino Dato “Dimmi come parli e ti dirò che politico sei”

Repubblica, 25 marzo 2012, Luca Sancini “Errori e orrori dei politici in tv”

Europa, 17 marzo 2012, Roberto Fagiolo “Perché la casta non sa comunicare”

Repubblica, 13 marzo 2012, Anais Ginori “Uomini che copiano le donne”

Repubblica, 3 marzo 2012, Giovanni Valentini “Quando le donne non fanno notizia”

Corriere della sera, 2 marzo 2012, Maria Antoniettà Calabrò “McLuhan aveva torto: nei discorsi dei politici serve più sostanza”

On line (in ordine cronologico decrescente):

Blog Adci (Art Directors Club Italiano), 6 giugno 2012, Massimo Guastini “Giovanna Cosenza ‘one of us'”

Server Donne, 28 maggio 2012, “SpotPolitik. Marzia Vaccari intervista Giovanna Cosenza” (video)

Nybramedia, 19 maggio 2012, Armando Adolgiso “Intervista su SpotPolitik”

Il corpo delle donne, 5 maggio 2012, Lorella Zanardo “Votate domani? Leggete SpotPolitik!”

Spinning Politics, 22 aprile 2012, Walter Di Martino “Oltre la SpotPolitik”

Tafter Cultura e Sviluppo, 17 aprile 1012, “Recensione a SpotPolitik”

Lipperatura, 30 marzo 2012, Loredana Lipperini “Ciao, casalinga leccese”

Il mestiere di scrivere, 26 marzo 2012, Luisa Carrada “SpotPolitik: se la conosci la eviti”

Nybramedia, 16 marzo 2012, Armando Adolgiso “Recensione a SpotPolitik”

Valigia Blu, 14 marzo 2012, Matteo Pascoletti “SpotPolitik. Perché la ‘casta’ non sa comunicare”

Nuovo e utile, 8 marzo 2012, Annamaria Testa “La destra, la sinistra, il web e una bella storia cominciata su NeU”

Nazione Indiana, 7 marzo 2012, Orsola Puecher “SpotPolitik di Giovanna Cosenza”

Il Comizietto, 5 marzo 2012 “Recensione a SpotPolitik di Giovanna Cosenza”

I giovani sono davvero così deprimenti come dicono le statistiche?

Dopo gli scivoloni del presidente Monti e della ministra Cancellieri sul «posto fisso» e sul fatto che i giovani preferiscano un lavoro vicino a mamma e papà, ieri sul Corriere Renato Mannheimer ha presentato i risultati di una ricerca del suo istituto, da cui emergerebbe un’immagine dei giovani fra 18 e 34 anni che conferma appieno i pregiudizi espressi dal governo.

Bamboccioni siete voi

Poiché la ricerca completa non è stata pubblicata, devo attenermi alla sintesi di Mannheimer:

«Alla richiesta di scegliere qual è l’aspetto più importante in una occupazione, più di uno su tre cita senza esitazione il “posto fisso” che risulta contare assai più dello stipendio e ancor più dell’interesse del tipo di lavoro. […]

Questi orientamenti sono confermati anche dalle risposte al quesito relativo alla preferenza tra un lavoro “sicuro anche se meno redditizio” e uno “meno sicuro con più prospettive di reddito”: quasi nove giovani su dieci (per l’esattezza l’84%) optano senza esitazione per la prima alternativa. […]

Di qui una netta (per il 75%, con una diminuzione, comunque, rispetto a due anni fa quando era l’84%) predilezione per un mercato del lavoro “meno flessibile, con meno possibilità di licenziamenti, anche a costo di stipendi più bassi” piuttosto che uno “più flessibile, ma che favorisce stipendi più elevati”. Invece solo poco più di metà (56%) dei giovani italiani dice sì all’idea di un posto di lavoro, anche se fisso, in un altro Paese europeo: l’apertura appare molto maggiore tra i giovanissimi fino a 24 anni, mentre si attenua, forse a causa di famiglie già formate, tra chi ha tra i 25 e i 34 anni. È curioso notare che la disponibilità a trasferirsi appare relativamente più elevata tra chi possiede un diploma di scuola media superiore. I laureati, invece, forti del loro titolo di studio, appaiono paradossalmente più restii a spostarsi.

Questa è, dunque, la cultura del lavoro prevalente nelle nuove (ma anche nelle vecchie) generazioni del nostro Paese. Se è vero, come molti autorevoli studiosi e osservatori hanno sottolineato in queste settimane, che la prospettiva del posto fisso a vita è ormai sulla via del tramonto, travolta in particolare dai processi di globalizzazione e dalla sfavorevole congiuntura economica, è vero anche che questo mutamento pare accolto con grande sfavore e ostilità dagli italiani (e non solo da questi ultimi).»

Ora, è chiaro che, in un momento in cui tutti soffiano sul fuoco dell’incertezza e della paura, se chiedi a qualcuno: preferisci un posto «sicuro anche se meno redditizio» o uno «meno sicuro con più prospettive di reddito», questo qualcuno è molto probabile che scelga la prima alternativa. Ma siamo sicuri che non otterremmo la stessa risposta anche in altre fasce d’età, ben oltre i 18-34 anni? Sicuri che non risponderebbero così tutti coloro che vedono a rischio il loro posto di lavoro, indipendentemente dall’età che hanno? Io non lo sono, e nemmeno Mannheimer lo è, visto che mette fra parentesi «ma anche nelle vecchie generazioni».

E aggiungo: in un quadro di incertezza globale sempre maggiore, non solo italiana, siamo sicuri che la scarsa propensione a muoversi che esprimono i 18-34enni che hanno riposto al questionario non sia frutto, invece che di mammoneria, di una valutazione razionale del fatto che, poiché anche all’estero le cose non vanno meglio, tanto vale restare in Italia?

Insomma sono perplessa, perché l’articolo sembra confermare troppo facilmente i pregiudizi sui «bamboccioni». Quasi volesse giustificare gli ultimi scivoloni del governo. Ovviamente, prima di giudicare, vorrei vedere la ricerca completa.

Ma nel frattempo mi chiedo: a chi e cosa serve confermare di continuo questa rappresentazione recessiva e deprimente dei giovani italiani? Sugli stessi toni, pur mitigati dal pentimento finale, è l’articolo di Ilvo Diamanti oggi su Repubblica. A cosa serve tutta questa insistenza, se non a frustrare ulteriormente i giovani, a convincerli che non valgono nulla? Perché si continua a farlo? Io per mestiere incontro tutti i giorni ventenni che contraddicono questo stereotipo. Vivo e lavoro in una bolla fortunata?

PS: questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

Le lacrime di Elsa Fornero: significati, reazioni e automatismi di massa

La commozione di Elsa Fornero mentre pronuncia la parola «sacrificio» in conferenza stampa si guadagna, com’era prevedibile, la prima pagina di quasi tutti i quotidiani.

Le decine di commenti sulle lacrime, fra ieri e oggi, si dividono in due:

  1. quelli/e che le valorizzano positivamente, vedendo la commozione di Elsa Fornero come un segno di grande coinvolgimento personale e sottolineando come l’episodio sia servito a scaldare la complessiva freddezza della conferenza stampa (vedi per esempio «Anche i tecnici hanno un’anima» di Filippo Ceccarelli su Repubblica, ma anche le dichiarazioni di Cristina Molinari, presidente di Pari o Dispare, riprese da La ventisettesima ora del Corriere);
  2. quelli/e che al contrario ne sono infastiditi, perché «siamo noi a dover piangere, non lei», perché «basta con questa storia che le donne piangono in pubblico», o addirittura perché «è chiaramente una messinscena per tenerci buoni»: vedi per esempio Libero, che oggi titola «Il governo chiagne e fotte», e il Giornale che titola «Piange il governo, noi di più».

Su entrambi i fronti stanno anche alcuni estremismi: dal lato dei favorevoli, c’era ieri chi salutava le lacrime di Elsa Fornero come (prendo a caso da Twitter e Facebook) un «evento storico», «il momento più alto della politica italiana da decenni»; dal lato dei denigratori, c’era invece chi si scandalizzava perché «ora tutti si concentreranno sulle lacrime e nessuno parlerà dei contenuti della manovra», perché «un ministro non deve piangere», o perché «un ministro non deve piangere, specie se donna, perché altrimenti tutti dicono che le donne sono deboli».

Volendo stare al di qua degli estremismi da ambo le parti, vale la pena precisare alcune cose:

  1. Elsa Fornero non è «scoppiata a piangere», né Monti ha «dovuto consolarla», come ha scritto ad esempio il Corriere (ma fa’ una ricerca su internet e vedi quanti blog – tantissimi – hanno usato espressioni analoghe): è stato un momento di commozione assai contenuto (una lacrima o due), di cui subito la ministra si è scusata con grande compostezza; inoltre Monti ha semplicemente proseguito per pochi secondi in sua vece, mettendoci subito dell’ironia per sdrammatizzare («commuoviti, ma correggimi»).
  2. Tutti i media hanno ripreso – è vero – le lacrime di Elsa Fornero, ma non è accaduto, come alcuni temevano, che le lacrime siano diventate pretesto per non parlare dei contenuti della riforma delle pensioni: di questi contenuti parlano oggi tutti i media, con numerosi approfondimenti (sulla carta, in rete, in televisione). Basta aver voglia (e tempo) di seguirli.
  3. Sarebbe il caso che coloro che si sono scatenati contro l’«ipocrisia» di queste lacrime, supponendo di assumere una posizione «di sinistra», perché «la Fornero è ricca, mentre i poveri pensionati non arrivano a fine mese, eccetera» riflettessero sulla coincidenza della loro posizione con quella di Libero e il Giornale, e si chiedessero se non sono proprio loro, a essersi troppo concentrati sulle lacrime a sfavore dei contenuti.
  4. Inviterei tutti, da ambo le parti, a scollegare le lacrime dalle questioni di genere: il tema non è se Elsa Fornero si sia commossa «in quanto donna», né se «le donne usino il pianto per manipolare», e neppure se «a una donna sia concesso di piangere più che a un uomo». Elsa Fornero si è commossa «in quanto persona», punto. Poteva commuoversi anche un uomo, al posto suo? Certo: nella nostra cultura gli uomini sono educati a non piangere e dunque sono in media più capaci di trattenere le lacrime delle donne, ma può accadere anche ai politici, non solo alle politiche, di piangere in pubblico, in momenti di grande tensione e stanchezza. Penso ad esempio alle lacrime di Fassino, appena eletto sindaco (vedi L’emozione (mostrata e nascosta) di due sindaci neoeletti: Fassino vs. Merola).

Ora, dal punto di vista comunicativo che un personaggio pubblico si commuova non è certo cosa negativa, anzi, perché non solo esprime coinvolgimento personale, ma lo suscita negli altri e lo fa per una sorta di automatismo psico-antropologico: vedere qualcuno piangere ci tocca sempre, sia nel senso della vicinanza empatica, che per alcuni arriva addirittura al contagio, sia nel senso del rifiuto viscerale (per evitare il contagio, appunto). Il che in parte spiega perché le reazioni siano state anche estreme.

Certo, alcuni politici conoscono i vantaggi del pianto in pubblico e lo simulano, se ne sono capaci, al momento opportuno. Ma per simulare il pianto in pubblico in modo credibile, occorre essere attori molto bravi, altrimenti le persone si rendono conto della finzione: ricordo ad esempio quanto sembrò fasulla la commozione di Luca Barbareschi alla convention di Futuro e Libertà nel novembre 2010 (vedi La confezione di Barbareschi e i contenuti di Fini).

Ma Elsa Fornero non è né attrice né politica consumata e la sua commozione era visibilmente autentica. Che la conferenza stampa ne abbia tratto vantaggio dal punto di vista comunicativo è indubbio: senza di lei Monti sarebbe apparso ancora più freddo e Passera ancora più consigliere di amministrazione. Ma chi l’accusa di strategia manipolatoria soffre evidentemente di allucinazioni.

E chi la sbeffeggia «in quanto donna» non vede che la commozione di Elsa Fornero è stata molto più maschile – se di differenze di genere vogliamo parlare – di quanto voglia ammettere, perché subito seguita da scuse, e soprattutto compensata da una chiarezza e lucidità di esposizione – prima e dopo le lacrime – che i suoi colleghi uomini non sono riusciti a eguagliare.

I rischi della (non) comunicazione di Mario Monti

Da quando Monti è Presidente del consiglio sono in molti a elogiare la sobrietà del suo stile di comunicazione: discorsi asciutti, nessuna concessione ai giornalisti, un tocco di ironia ogni tanto. Proprio quello che ci voleva per abbassare finalmente i toni, dopo anni di dichiarazioni sopra le righe, turpiloquio, gestacci e promesse vacue. Giusto.

Chi in questi anni si è fatto l’idea che la comunicazione politica coincida con le peggiori scene a cui i partiti ci hanno abituati non può che rallegrarsi, concludendo che Monti, per fortuna, non fa comunicazione: lavora duro, non ha tempo da perdere con i media e va dritto al sodo.

Allora ripeto una cosa che ho già detto altre volte: fare comunicazione politica non è quella robaccia, ma vuol dire entrare in relazione con i cittadini. E farlo tramite i media, vecchi o nuovi che siano.

Ora, per quanto il governo Monti si dica «tecnico», è inevitabilmente (e ovviamente) politico, almeno per tutte le ragioni che ha spiegato Ilvo Diamanti su Repubblica. Come tale, non potrà sottrarsi al gioco della comunicazione per più di qualche giorno ancora, a maggior ragione perché non è stato scelto dai cittadini, ma è nato in un momento di emergenza e dovrà prendere provvedimenti anche impopolari.

Per ora i sondaggi dicono che alla maggioranza degli italiani – oltre che ai partiti – questo governo «piace», come ribadiva Nando Pagnoncelli martedì sera a Ballarò:

Le piace il governo Monti?

Ma se Ipsos chiede allo stesso campione di valutare con qualche aggettivo in più i ministri del governo Monti, scopriamo che già adesso, a bocce ferme, solo il 42% si esprime nettamente a favore, dicendo che sono «competenti e affidabili». Un complessivo 43%, invece, esprime qualche perplessità:

I ministri del governo Monti sono...

Insomma, Monti prima o poi dovrà fare i conti con qualche suo problemino di comunicazione. Quale?

Be’, il public speaking non sembra finora il suo forte: sguardo basso, postura rigida, voce monotona e tendenzialmente inespressiva. Un insieme che lo rende freddo: pare non solo privo di emozioni, ma incapace di suscitarle. È ciò che ha colto immediatamente Maurizio Crozza, con il suo «Monti Robot».

Spero che il Presidente del consiglio se ne renda conto in fretta e faccia di tutto per scaldare la sua comunicazione quel tanto che basti. Non si può infatti rendere più sopportabile nessun sacrificio se non si fa leva su nessuna emozione, né propria né altrui. Né ci si può far perdonare eventuali errori. O forse pensiamo che Monti non sbaglierà mai?

Il «Monti Robot» di Maurizio Crozza:

Un brano del discorso di Monti per la fiducia al Senato il 17 novembre:

Berlusconi: «Facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera»

Ieri su Repubblica è uscita l’intercettazione di una telefonata fra Berlusconi e Lavitola, in cui Berlusconi dice: «O io lascio oppure facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera… Portiamo in piazza milioni di persone… Facciamo fuori il Palazzo di giustizia a Milano… assediamo Repubblica e cose di questo genere. Non c’è alternativa». Finisce che Lavitola lo riconduce a ragione e la telefonata si chiude lì.

Al che, mi è capitato di assistere a un paio di reazioni che mi hanno fatto riflettere. Ne metto una in forma di raccontino, che faccio prima.

Pietro ha 60 anni e un negozio di merceria in un paese di 6000 anime nel cuore della Sicilia. Sposato con Maria da quando ne aveva 25, ha tre figli maschi adulti, a loro volta sposati, e cinque bellissimi nipoti: tre maschi e due femmine. Vanno tutti a scuola e sono pure bravi, sai, specie le femmine.

Pietro ha avuto una donna sola in vita sua: Maria. Se escludiamo la Ninetta, naturalmente, una di quelle che per qualche lira t’insegnavano come si fa. E bisogna pure escludere ‘a mugghieri du Ziu Peppe… come si chiamava, ah la Pina sì, pace all’anima sua. Una che all’epoca aveva già quaranta anni, ma dovevi vederla: ha fatto da nave scuola a tutti, in paese.

Il matrimonio di Pietro e Maria è felice, solido: hanno fatto 35 anni da poco e si guardano ancora come quand’erano fidanzati. Tradire Maria? Manco per l’anticamera del cervello. La famiglia è una cosa seria. E lui è un uomo vero, affidabile. Un uomo del sud.

Pietro ha sempre votato Berlusconi: è un imprenditore come lui, uno del nord, è vero, ma ha fatto pure molto per la Sicilia, lo sanno tutti. È dal ’94 che gli dà il voto. Ora però quella storia delle escort… sì vabbe’, non gli è andata giù. E passi una, due: qualche scappatella si può capire. Ma quello, minchia, c’ha preso gusto. Un vizio, una mania. Venti, trenta… ma cherrobba è? Pure con le ragazzine, vergogna.

Non ci siamo, Silvio. Ma che ti sei messo in testa? Con la bella moglie che c’avevi. Eppoi tutte quelle donne t’hanno fatto perdere la testa, Silvio, non ragioni più: con tutti i problemi che c’abbiamo, sei capace solo di aumentare le tasse. Tasse, sempre tasse.

Ore 20:00, Pietro è mezzo sdraiato sul divano in soggiorno, mentre Maria va e viene dalla cucina coi piatti per la tavola. Accende la televisione: «Pubblicata un’intercettazione… – fa il tiggì – Berlusconi dice facciamo la rivoluzione… facciamo fuori il Palazzo di Giustizia…».

Machemminchia è? pensa Pietro. Cambia canale. Di nuovo l’intercettazione. Vabbe’ sentiamo.

Ma santamadonna, pensa Pietro, Repubblica, sempre Repubblica, questi di Repubblica ora esagerano proprio. Uno non può sfogarsi nemmeno al telefono, ora. Ma sono ridicoli, eddai, Berlusconi che fa la rrrivoluzione, ma chemminchiacivoglionofarecredere? ma che si credono, che ci siamo rincoglioniti tutti, ah? questi è chiaro che c’avevano la telefonata nel cassetto e ora la tirano fuori giustogiusto il giorno dopo che quei delinquenti hanno spaccato tutto lassù a Roma, ma che si sono messi in testa di farci credere, questi, che Berlusconi è come… come… come si chiamano, come i blec ‘sta minchia. Ma per favore, va’. Ora m’hanno proprio rotto.

Sai che c’è? io a Berlusconi il voto non glielo volevo più dare, che la storia delle troie a me non è mai andata giù. Avevo deciso di non votare a nessuno, di starmene a casa, va’. Ma per fare uno sgarbo a questi, sai che c’è? Io il voto glielo do ancora, tie’. Sissì, andiamo pure alle elezioni, non vedo l’ora. E io il voto glielo do un’altra volta. Tie’. A Silvio, sì. Troie o non troie chissenefotte, tanto che alternativa c’è? Ha ragione lui, alternativa non ce n’è. E questichemminchia mi vogliono pure fare fesso. Ma per favore, va’.

Insomma, io sull’opportunità di questa ennesima pubblicazione qualche dubbio ce l’ho. Mi pare che non solo possa attirare simpatie a Berlusconi, invece di togliergliene. Ma possa anche remare contro la stessa battaglia per la libertà di espressione (e la pubblicazione delle intercettazioni) che Repubblica fa da mesi.

Vodpod videos no longer available.

 

Ma Bagnasco parlava di Berlusconi o no?

Era da tempo che molti lamentavano il silenzio della chiesa sui comportamenti del presidente del consiglio che emergono dalle inchieste. Lo aveva fatto Barbara Spinelli su Repubblica giorni fa, per esempio. Ma abbiamo sentito e letto lagnanze del genere fin dai primi scandali sessuali nel 2009. Lagnanze che venivano anche dalle parrocchie.

Ora che Bagnasco ha parlato di «comportamenti licenziosi e relazioni improprie», «non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui»; ora che ha ricordato l’articolo 54 della costituzione dichiarando «Chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore», la stessa Spinelli legge le parole di Bagnasco come fossero «chiare», e i titolisti di Repubblica parlano di «condanna» e di «vescovi contro Berlusconi».

Più cauto, giustamente, è il Corriere che titola «I vescovi e le critiche indirette al premier». Indirette, appunto. Sta tutto lì, il gioco, perché Bagnasco ha parlato in generale e non ha mai nominato Berlusconi. E come avrebbe potuto? Non poteva, certo. Per mille motivi, ufficiali e ufficiosi. E allora?

Allora sono già arrivate le reazioni degli uomini del Pdl, che parlano di «strumentalizzazione», come hanno fatto Giovanardi e Bondi, il quale precisa che «la società italiana, nella sua interezza, ha bisogno di un profondo rinnovamento». Analogamente il ministro Rotondi: «Il monito non va mai riferito a una persona, la tradizione vuole che sia rivolto alla generalità dei cittadini». Vedi: Il Fatto Quotidiano, «Ma Bagnasco non parlava di Berlusconi».

Per non parlare dell’uscita di monsignor Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto, che aggiunge la sua chicca omofoba: «Credo che l’omosessualità praticata sia un peccato gravissimo e contro natura, peggiore di chi va con l’altro sesso. Alla luce dei fatti, senza stilare classifiche, Vendola pecca molto più di Berlusconi». Non dimentichiamo, infatti, che Vendola è cattolico. Vedi: Il Giornale, «E il monsignor pro Cav attacca Vendola: lui pecca più di Silvio».

Ecco qua: tutti nello stesso calderone.

Ma Bagnasco parlava di Berlusconi o no?

Né sì e né no. Ha semplicemente alzato il tiro. Infatti Gianni Letta si prepara a trattare. Scommettiamo?

Vodpod videos no longer available.