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Madechestamoapparlà: l’autenticità simulata di Roberto Giachetti

Giachetti_Madechestamoapparlà

«Fatemi fare tutto, ma gli spot elettorali no, per favore!». Con questa dichiarazione Roberto Giachetti, candidato sindaco a Roma per il Pd, ha pubblicato su YouTube e su Facebook “Madechestamoapparlà. Giachetti, un sindaco vero”, uno spot non spot, uno spot che nega di esserlo, in cui Giachetti si costruisce come candidato “autentico”, “vero”, a contatto con ‘a gggente. L’opposizione semantica e valoriale di fondo è: comunicazione politica come fiction (“ma che è? ‘na telenovela?”), come messa in scena fasulla (valorizzazione negativa) vs. candidato vero che “sta immmezzo ‘a gggente a parla’ dde programmi e dde bbuche” (valorizzazione positiva). Peccato che la messa in scena della non messa in scena sia Continua a leggere

Il bacio nella sommossa

Ormai non c’è manifestazione di piazza degna di questo nome in cui un fotografo non riprenda una coppia che, mentre infuriano gli scontri con la polizia, si abbraccia e si bacia. Tutti ricordano lo scatto di Richard Lam a Vancouver, il 15 giugno 2011, che impazzò in rete e fece il giro del mondo (clic per ingrandire):

Il bacio a Vancouver

Poi fu la volta del Continua a leggere

I Radiohead, Greenpeace e l’orso polare

Continua il tour dei Radiohead, che oggi saranno a Bologna e domani a Codroipo, in Friuli, e continua il sostegno della band alla campagna “Save The Arctic” promossa da Greenpeace International.

Greenpeace precisa oggi con un comunicato stampa che l’orso (orsa: pare sia femmina) che si aggira nei concerti non è in carne e ossa: dentro a quel costume ci stanno ben due volontari addestrati. Gli animalisti che hanno protestato – dice Greenpeace – non hanno nulla da temere (ci sarebbe, forse, da protestare per i due poveri volontari là dentro, ma se volontà è, che sia.) 🙂

L'orsa di Greenpeace

Ora, pur essendo l’orso molto realistico, è comunque incredibile che qualcuno abbia potuto scambiarlo per un animale vero (anche se dalla furia pregiudiziale ci si può aspettare tutto). È invece come sempre brillante la comunicazione di Greenpeace: orso e tutto ciò che gli sta intorno, dai manifesti ai banner, dal profilo Facebook al comunicato stampa. Inclusa l’enfasi sulla verosimiglianza nel comunicato:

Greenpeace vuole precisare, in seguito alle mail di protesta e ai commenti ricevuti sulla pagina Facebook, a testimonianza della sensibilità dell’opinione pubblica verso gli animali, che l’orso polare che si aggira per i concerti NON è un animale in carne ed ossa. MAI potrebbe esserlo vista la normativa che tutela gli animali in via d’estinzione e gli animali pericolosi, ma molte persone vengono ingannate dall’apparenza.

NON è neanche un robot, come è stato scritto. Se si muove in maniera così realistica è merito del costumista teatrale di Londra che lo ha progettato e dei due volontari di Greenpeace, appositamente addestrati, che si trovano all’interno del costume e che si muovono in perfetta sincronia.

L’orso chiede ai fan di firmare una petizione per salvare l’Artico, come hanno fatto già un milione e 800 mila persone sul sito www.savethearctic.org.

Greenpeace ha lanciato la campagna “Save The Arctic” con l’obiettivo di bandire le trivellazioni offshore e la pesca distruttiva industriale attorno al Polo Nord, e creare un santuario globale.

La canzone dei Radiohead “Everything in its right place” è la colonna sonora del video in cui si vede come protagonista un orso polare, vittima del cambiamento climatico, che vaga per Londra alla disperata ricerca di una casa e di cibo.

Quando Greenpeace raggiungerà i 2 milioni di firme, inserirà quei nomi in una capsula che verrà collocata nei fondali dell’Artico, a una profondità di 4 chilometri, e contrassegnerà il luogo con la “Bandiera per il Futuro” disegnata dai giovani di tutto il mondo.

Thom Yorke è stato uno dei primi ad aderire: «Dobbiamo fermare i giganti petroliferi che vogliono insediarsi nell’Artico. Una fuoriuscita di petrolio devasterebbe questa regione la cui bellezza toglie il respiro e si sommerebbe al più grande problema che noi tutti dobbiamo affrontare, il cambiamento climatico. Ecco perché sostengo questa campagna. E ogni qualvolta volgerò lo sguardo verso nord, mi ricorderò che il mio nome è scritto nei fondali dell’oceano, in cima alla terra, come dichiarazione solenne di un impegno comune per salvare l’Artico».

L’orsa di Greenpeace al concerto dei Radiohead ieri a Roma:

Quando le scuole riproducono stereotipi di genere senza volerlo

Il liceo Socrate di Roma ha realizzato uno spot per promuovere «Voice Out!», un «political game» – come lo chiamano – cioè un corso in cui «un team di esperti del settore» insegna ai ragazzi, suddivisi in squadre, come realizzare una campagna «con tanto di spot su YouTube e manifesto». Dopo di che, i ragazzi vengono messi in competizione, prima fra squadre della stessa scuola, poi fra scuole della provincia di Roma. Alla fine chi vince parte per una meta europea (info su Nisoproject.eu).

Tema di quest’anno: la lotta contro l’omofobia.

Pregevole l’iniziativa, lodevole il tema, fresco e dinamico lo spot, che è finito pure su Repubblica tv col titolo «Spot contro l’omofobia nelle scuole» e dunque sta girando molto in rete.

Però mi sono intristita lo stesso: a guardare lo spot, pare che nelle scuole di Roma ci siano solo maschi.

A parte la ragazzina iniziale che grida col megafono «Voice out!», a parte alcune comparse in aula che fanno da spettatrici votanti e qualche sagoma femminile di cartone, i protagonisti nel vero senso della parola sono solo maschi: i desideri di fare «il politico», «il pubblicitario», o di «recitare, fotografare o semplicemente dire la tua» riguardano solo loro. E pure i supposti creatori della campagna sono loro.

Com’è possibile che a nessuna insegnante, a nessuno studente, a nessuna studentessa del liceo Socrateuna scuola che non conosco ma che, dal sito web e dallo spot, immagino vivace, attiva, all’avanguardia – non sia venuto in mente che i protagonisti dello spot sono solo maschi?

Non solo è possibile, ma è accaduto. Per un motivo molto semplice: in Italia il protagonismo maschile è talmente scontato e normale, che cancellare il genere femminile è una scelta involontaria che viene spontanea anche nelle migliori famiglie (e scuole). Nonostante le migliori intenzioni.

Grazia ad Antonella per la segnalazione.

I problemi del Pd con le metafore

Oggi la home page di Nuovo e utile contiene una incisiva quanto illuminante riflessione di Annamaria Testa sui problemi del Pd con le metafore.

Dove sbagliano i consulenti di comunicazione del Pd?

Prendono una metafora, magari bella, ricca, viva ma purtroppo, invece di farla volare in alto, valorizzandone tutte le possibili implicazioni… metaforiche appunto, la schiacciano sul significato letterale.

Dalle maniche rimboccate di Bersani (di cui avevamo parlato qui: Perché la campagna «Rimbocchiamoci le maniche» non funziona), alla minigonna al vento della Festa Democratica di Roma (di cui abbiamo detto venerdì: Il vento del Pd, le gambe delle donne e la mancanza di idee).

E dopo aver letto cosa ne dice Annamaria Testa, la domanda sorge spontanea: quelli del Pd, l’abbiamo capito, si rimboccano le maniche letteralmente… ma metaforicamente, lo stanno facendo?

In questo momento servirebbe che lo facessero per trovare un accordo con Vendola e Di Pietro, per esempio.

Perché Filomena resta in Italia

Ho conosciuto Filomena, la Rete delle Donne, il 26 marzo scorso, perché mi avevano invitata a Roma per partecipare a uno dei loro incontri fondativi. Mi sono piaciute perché:

  1. non vengono solo dal femminismo storico, ma dalle più disparate esperienze, molte internazionali;
  2. sono transgenerazionali (io direi Trans-Age… 🙂 ): dalle adolescenti alle donne in pensione;
  3. sono aperte, e combattono i ghetti in cui alcuni discorsi sulle donne si autoconfinano da sempre;
  4. coinvolgono uomini eterosessuali e altri generi nelle loro iniziative;
  5. sono pratiche, concrete.

Ecco il loro Manifesto. Ed ecco perché si chiamano Filomena.

È perciò con vero piacere che segnalo il video che, sull’onda dell’«io vado, io resto» della trasmissione di Fazio (tutto fa brodo per le cause giuste), hanno appena messo in rete.

Ce la faranno, a resistere in Italia, con tutte le loro felici ambizioni?

In bocca al lupo, Filomena! 😀