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Gli scrittori e la morte

A completare la riflessione di una settimana fa sul Narcisismo lettarario, estraggo un altro brano da La pazza di casa di Rosa Montero, con cui mi trovo in sintonia:

«Sappiamo che si scrive contro la morte, ma in realtà mi ha sempre sorpreso e divertito l’ansia di eternità che manifestano tanti scrittori. […]

Ed è un’ambizione che non interessa soltanto gli imbecilli. Non sono soltanto gli scrittori più vanitosi, egocentrici e insopportabili che sognano di vedere il proprio nome nelle enciclopedie a diletto e giovamento di generazioni future.

Ho amici letterati stupendi, persone magari un po’ narcisiste ma simpaticissime, che sono accecate dal miraggio de posteri. Fanno subito donazioni della loro corrispondenza a qualche biblioteca, ordinano le loro carte con tanto di date e note a margine in previsione dei futuri biografi, strappano le fotografie in cui non si piacciono, scrivono appunti si diari privati che in realtà sembrano fatti apposta per essere letti in pubblico, un giorno…

Mi affascina questa ansia di permanenza, perché la trovo davvero assurda. Il tempo tutto sminuzza, tutto deforma e tutto cancella, e ci sono autori e autrici importantissimi che si sono perduti per sempre nella memoria del mondo.

Per esempio la meravigliosa George Eliot, per me una-uno dei romanzieri più grandi della storia, è praticamente sconosciuta nel mondo ispanico, e in quello anglosassone, dove è divenuta un classico scolastico, non la legge nessuno. E la Eliot può dirsi fortunata, perché in fin dei conti è entrata nel pantheon letterario ufficiale della lingua più potente del pianeta.

Più triste e molto più comune è il caso di quelle migliaia di scrittori e scrittrici di cui ignoriamo il nome perché le tracce della loro vita e opere sono svanite dalla faccia della Terra.

Questo è il destino che attende quasi tutti noi. Aspirare a qualcosa di diverso è semplicemente ridicolo.»

(Rosa Montero, La pazza di casa, trad. it. di Michela Finassi Parolo, Milano, Frassinelli, pp. 137-139.)

Narcisismo letterario

Mi sono sempre chiesta perché gli scrittori di narrativa siano in genere affamati di complimenti e si irritino moltissimo se qualcuno li critica. Inoltre, tendono ad affliggere il resto del mondo con insopportabili e continue manifestazioni di narcisismo e autereferenzialità. Soltanto pochi riescono a camuffare questi impulsi. Ma camuffarli non vuol dire che non li provino.

Una analisi del fenomeno si trova ne La pazza di casa, di Rosa Montero:

«Scrivere romanzi è un’attività incredibilmente intima, che ti immerge nel profondo di te stesso e riporta in superficie i tuoi fantasmi occulti. Come fa lo scrittore a non sentirsi fragile, dopo un esibizionismo così esagerato?

A volte penso che pubblicare un romanzo sia come strapparti un pezzo di fegato e posarlo sopra un tavolo davanti al quale passa la gente che commenta spietata: “Ma che brutta frattaglia”, potrebbe dire uno; “Ma guarda che colore orrendo ha, per non parlare della consistenza, è uno schifo”, commenta magari un altro. E tu, che naturalmente ti identifichi con il tuo fegato, ascolti quelle affermazioni e ti senti morire.

A quanto pare (lo racconta Theroux), un giorno Naipaul disse a un intervistatore: “Non posso provare interesse per la gente cui non piace quello che scrivo, perché se non ti piace quello che scrivo mi disprezzi”. È una frase spaventosa nel suo egocentrismo, ma in realtà la capisco… Addirittura credo che si possa provare la tentazione di condividerla, soltanto che ci si corregge, ci si reprime, così come reprimiamo altri impulsi disdicevoli come mettersi le dita nel naso.

Noi scrittori di solito riteniamo che i nostri libri siano migliori di noi, e se qualcuno li disprezza come è possibile che non disprezzi anche te, che sei peggiore delle tue opere? Quando a qualcuno non piacciono i tuoi romanzi, tendi a sentirti rifiutato globalmente come persona.

Perciò Gore Vidal, sempre così lucido e maligno, dice che la migliore lusinga che si possa rivolgere a uno scrittore sia elogiare la sua opera di minore successo. Ecco perché di solito sei stranamente propenso a credere che la gente a cui piace quello che scrivi sia molto intelligente, mentre le persone che mostrano qualche riserva… chi lo sa, magari non sono così sveglie come credevi.

Tutto questo non favorisce la relazione tra scrittori e critici. Nemmeno con quelli bravi, che di certo esistono, anche se sono pochi. Ogni scrittore sogna di incontrare il critico perfetto, quella persona che con rispetto, ammirazione, sensibilità e intelligenza ci segnala gli errori, ci incoraggia affettuosamente e ci esorta a proseguire per il giusto cammino; purtroppo questa creatura singolare appartiene alla leggenda ed è irreale come l’unicorno, ma di sicuro, se anche ci imbattessimo in una persona così, ci sarebbe molto difficile accettare i giudizi negativi.»

(Rosa Montero, La pazza di casa, trad. it. di Michela Finassi Parolo, Milano, Frassinelli, pp. 100-101.)