Archivi tag: Saatchi & Saatchi

L’autoscacco del Forum Nucleare Italiano

È in tv solo dal 19 dicembre (su Rai, Mediaset, La7, Sky e canali satellitari), ma in rete ha già scatenato un vespaio di polemiche, invettive, analisi. È stato anche denunciato all’Antitrust come pubblicità ingannevole e, per dimostrarne l’ingannevolezza, è stato persino costruito un controspot.

Parte male, insomma, la campagna tv realizzata da Saatchi & Saatchi per pubblicizzare il Forum Nucleare Italiano. Perché male? Perché molti in rete hanno notato che lo spot è costruito in modo da mettere in buona luce le tesi a favore del nucleare, e in cattiva luce gli antinuclearisti. Questi i motivi evidenziati nei vari blog e siti:

  1. colore degli scacchi: bianco (= bontà, purezza) per il nuclearista, nero (= oscurità, male) per l’antinuclearista;
  2. voce fuori campo: più morbida quella del nuclearista, più aspra quella a sfavore;
  3. ogni botta e risposta si apre con una tesi breve contro il nucleare e si chiude con una risposta, più estesa, a favore: le tesi nucleariste hanno sempre l’ultima parola;
  4. l’intero spot si chiude a favore.

Tutto vero: lo spot in effetti induce a propendere verso il nucleare. E tuttavia non so se ciò basterà a fare in modo che l’Antitrust lo sanzioni come ingannevole.

Cos’è infatti il Forum promosso dallo spot? Presentato a Roma il 27 luglio scorso, è un’associazione no-profit diretta da Chicco Testa (Presidente), Federico Colosi (Direttore generale), Bruno D’Onghia (Vicepresidente) e fondata da – si legge nella «Mission» – «aziende, associazioni d’impresa, università e sindacati i cui campi di attività e ricerca riguardano lo sviluppo dell’energia nucleare per uso pacifico». Ecco i soci fondatori: Alstom, Ansaldo Nucleare, Areva, Confindustria, EdF, Edison, Enel, E-on, Federprogetti di Confindustria, Flaei della Cisl, Gdf Suez, Sogin, Stratinvest, Techint, Technip, Tecnimont, Terna, Uilcem, Westinghousenuclear.

Ora, nessuno dei fondatori ha mai detto di NON essere a favore del nucleare, anzi, è vero il contrario: da tempo Chicco Testa sostiene apertamente (pur in malo modo) il nucleare e, fra le aziende che finanziano il Forum, Ansaldo Nucleare, Enel, EdF, Sogin, Westinghousenuclear, per dirne solo alcune, hanno investito e stanno investendo sul nucleare in Italia e all’estero. Dove sarebbe, dunque, l’inganno?

Il problema fondamentale dello spot è casomai un altro: è inquietante, addirittura angosciante. Cioè non fa davvero un buon servizio allo «sviluppo dell’energia nucleare per uso pacifico» che il Forum vorrebbe promuovere. Né tanto meno dà un’immagine rassicurante del Forum stesso. Per queste ragioni:

  1. la musica scandisce il tempo segnato dai cronometri in modo incalzante, come se ne fosse rimasto poco (forse perché si muore in fretta?);
  2. i colori sono spenti, freddi: il bianco e nero della scacchiera li assorbe in un grigio quasi uniforme;
  3. il volto del giocatore è a sua volta grigio, ma soprattutto inespressivo, come fosse quello di un automa, un alieno; la sua disumanità è confermata dal fatto che sta giocando col suo duplicato;
  4. l’inquadratura finale accresce l’inquietudine fino all’angoscia, perché mostra un’enorme sala piena di automi che giocano con il loro doppio.

Perciò vorrei rassicurare gli antinuclearisti: contrariamente alle intenzioni del committente (problema suo), lo spot già da solo – cioè senza denuncia all’Antitrust e senza controspot – non porta nessun’acqua al mulino né del nucleare né del Forum. Il messaggio principale è infatti questo: «Il nucleare – e il Forum in cui se ne discute – è un incubo fantascientifico in cui migliaia di replicanti, privi di emozioni, giocano una partita a scacchi con il loro doppio. E da ultimo con la morte».

Lo spot

Il controspot degli antinuclearisti

La mestizia Calzedonia è di nuovo con noi

L’anno scorso in ottobre uscì lo spot Calzedonia che declinava al femminile l’inno di Mameli: «Sorelle d’Italia, l’Italia s’è desta…», ricordi? Scoppiò la polemica, cui per diversi giorni contribuirono uomini politici, giornalisti, conduttori televisivi: tutti scandalizzati per il vilipendio all’inno. Lo spot fu denunciato allo IAP, che con pronuncia del 10 novembre 2009 ne ordinò la cessazione.

Allora parlai di doppia tristezza per le donne (La doppia tristezza dello spot Calzedonia). La prima perché, anche se formalmente l’accusa era quella di sfruttare l’inno per scopi commerciali, in realtà si era turbati dalla sua declinazione al femminile. Proprio in quei giorni, infatti, la Costituzione era usata da Ikea per vendere mobili («L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul riposo»), ma nessuno si lamentò.

La seconda tristezza a carico delle donne era più sottile, infida, tanto che molte commentatrici, su questo blog e in rete, la considerarono una mia esagerazione: a loro lo spot piaceva.

Dal mio punto di vista, invece, Calzedonia metteva in scena i soliti stereotipi femminili, il che era triste. Se vuoi magnificare le donne fino al punto di introdurle nell’inno nazionale – mi dicevo allora – rappresentale in modo più vicino alla realtà: mettici donne anziane, giovani rotondette, adolescenti col piercing, bambine di colore. Concediamo pure che siano belle, dolci, smaglianti, ma diverse perché no?

A questa domanda Micaela Trani (art director) e Antonio Gigliotti (copywriter) dell’agenzia Saatchi & Saatchi, ideatori della campagna, diedero la risposta che i pubblicitari danno sempre in questi casi: gli stereotipi ci sono perché li vuole il pubblico (vedi Risposte stereotipate per spot stereotipati).

E così, a distanza di un anno, Calzedonia ci propina di nuovo lo spot . Ovviamente privato dell’inno e accompagnato da femmineo lamento, mentre scorrono queste parole: «A chi sorride [sulla ragazza che all’inizio sorride], a chi segue una passione [sulla ragazza in scooter col ragazzo], a chi ha un sogno [sulla bambina che viene pettinata], e a tutte le sorelle d’Italia che non hanno bisogno di parole [leggi: convenzionalmente belle, sorridenti e… mute!].

Chicca finale e coda di paglia di Calzedonia: sul suo canale YouTube ufficiale, dove appare lo spot, i commenti sono stati disattivati.

La mestizia continua. 😦

 

Risposte stereotipate per spot stereotipati

Quando ai pubblicitari si chiede qualcosa come «Perché vi ostinate a riprodurre stereotipi e non fate sforzi di maggiore originalità e varietà?», spesso la risposta è a sua volta stereotipata: o negano il problema («stereotipi? dove?») o se la prendono con il mercato e il cliente («dobbiamo vendere, il mercato/cliente vuole questo»).

È successo anche per lo spot Calzedonia, che abbiamo commentato qualche giorno fa. Il mio punto non era l’uso dell’inno, ma la polemica che ne è nata e, soprattutto, la tristezza scontata degli standard femminili che lo spot ci propina.

Fabio Muzzio, direttore di Spot and Web, ha fatto a Micaela Trani (art director) e Antonio Gigliotti (copywriter) dell’agenzia Saatchi & Saatchi, ideatori della campagna, questa domanda (fra le altre):

«C’è chi ha sottolineato che le donne protagoniste rispondono comunque a canoni pubblicitari e poco della vita di tutti i giorni…

La famosa ragazza della porta accanto poi, vai a vedere bene, c’ha sempre i brufoli e i capelli sporchi… Ci sono dei settori merceologici in cui bisogna rispettare dei canoni estetici per vendere. La pubblicità è sempre un po’ aspirazionale. E comunque le donne che abbiamo scelto d’accordo col cliente sono certo belle ma di una bellezza vera e naturale.»

Come volevasi dimostrare.

Ma il punto non è mostrare «brufoli e capelli sporchi». Perché si cadrebbe in un altro stereotipo: di bruttezza e sciatteria, stavolta. E allora ripeto: in pubblicità gli stereotipi sono necessari – e lo sappiamo –, ma possono comunque essere moltiplicati in modo giocoso, interessante, vario. Non per rappresentare la realtà (nessun consumatore, nessuna consumatrice crede che la pubblicità faccia vedere il mondo reale, non siamo così sciocchi), ma per offrire più modelli «aspirazionali», più canoni di bellezza, più ideali di successo e felicità. Non sempre e soltanto uno.

Altrimenti, dove sta la creatività?

Leggi QUI tutta l’intervista.

In Italia lo stipendio medio di una donna…

… è la metà di quello di un uomo.

Ma non basta.

In Italia, il 79% dei posti di lavoro manageriali è riservato agli uomini.

Con queste frasi si concludono i due magnifici spot contro la discriminazione delle donne, che stanno andando in onda dall’8 marzo su La7 e MTV.

Li ho trovati su YouTube grazie al prezioso blog di Marco Valenti sulla comunicazione sociale, che da oggi includo nel mio blogroll permanente.

Agenzia: Saatchi & Saatchi.
Creativi: Francesca Risolo (arti director) Laura Palombi (copywriter).

Finalmente un po’ di comunicazione sociale ben fatta, ti pare?