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L’insostenibile leggerezza dei commenti su Facebook

Di solito posto su Facebook ogni articolo che scrivo per il blog, subito dopo averlo chiuso. È un’abitudine che ho da sempre, qualcosa che gli amici di Facebook si aspettano: se non lo facessi penserebbero che non ho scritto.

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Sanno pure, gli amici di Facebook, che preferisco ricevere commenti sul blog e non su Facebook. Di solito lo dico esplicitamente: se qualcuno/a scrive un commento interessante e articolato su Facebook (ripeto: se), immediatamente gli/le chiedo di ricopiarlo qua. «Perché su fb il commento si perde in pochi minuti, sul blog resta», spiego.

Ma la ragione non è solo questa. «Se» il commento è interessante e articolato, dicevo. Altrimenti taccio. Il mio obiettivo è infatti quello di invogliare solo i commenti più motivati e ponderati, scoraggiando provocazioni, parolacce, tifoserie ed esternazioni insensate. Che su Facebook vengono spontanee, qui molto meno.

«Il mezzo è il messaggio», diceva McLuhan, anche se non basta il mezzo a fare un messaggio, come abbiamo detto altre volte.

Tuttavia il mezzo può condizionare (e anche molto) il messaggio, e allora chiediamoci: perché i commenti che arrivano su Facebook allo stesso articolo sono tendenzialmente più improvvisati, emotivi, stracciati e spesso sciocchi di quelli che arrivano qui?

Per ragioni di interfaccia anzitutto: su Facebook lo spazio per i commenti non ha limiti, ma è angusto e scomodo, nel senso che ospita caratteri piccoli, non permette la formattazione, a volte dà problemi con gli «a capo», e così via. Tutti fattori che, congiunti, inducono una scrittura poco curata e poco organizzata. Le stesse persone che qui si scusano anche per un singolo refuso, su Facebook se ne fregano di tutto: segni di interpunzione, errori ortografici, pasticci logici, insensatezze. Perché su Facebook si fa così. Ma si fa così (anche) perché l’interfaccia è quella, e così induce a fare.

E poi c’è il tempo di fruizione: le videate di Facebook fuggono via a una velocità tanto maggiore, quanto maggiore è il numero di amici che hai e il numero di attività che tu e i tuoi amici fate in bacheca. Basta un’ora e puff: tutto sparisce e, se vuoi ripescare qualcosa che hai postato solo qualche ora prima, ci metti un bel po’.

Insomma la scrittura su Facebook è molto più vicina a una conversazione orale di quella che si pratica nella blogosfera: verba volant su Facebook, scripta manent sui blog, verrebbe da dire.

Poi naturalmente dipende dai blog: dal tipo di contenuti (informazione, diaristica, commento politico, gossip, ecc.), dallo stile di scrittura, dal tono di voce di chi gestisce il blog, dal modo in cui risponde ai commenti, e così via. E dipende dalle persone che commentano, naturalmente. Perché – vale la pena ricordarlo una volta in più – il messaggio non è solo il mezzo, casomai è anche il mezzo.

La nuova tv di Santoro sul web: dove sta la differenza?

Ci siamo: da qualche giorno è on line Serviziopubblico.it, che lancia la nuova trasmissione di Michele Santoro «Comizi d’amore» (a proposito: cosa dice Vendola del fatto che gli ha soffiato il titolo? Immagino poi che Pasolini si rigiri nella tomba). Il programma andrà in onda dal 3 novembre fra siti internet, Sky e tv locali, ed è prodotto da una società che include anche Il Fatto Quotidiano.

In rete già infuriano le polemiche fra chi ama Santoro e chi lo detesta. Pochissimi i commenti razionali e ragionevoli: come sempre, quando si tratta di Santoro, purtroppo gli insulti e le invettive prevalgono. Mi piacerebbe invece che in questo spazio riuscissimo a ragionare in modo pacato. Di solito – per fortuna ma non per caso – ci riusciamo.

Due sono gli spunti che propongo. Che senso ha, per un uomo di televisione navigato come Santoro, uno che si muove da decenni nel mercato dei media e della politica, uno a cui il potere e i soldi non mancano, assimilare se stesso al giovane tunisino Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante che il 17 dicembre 2010 si è dato fuoco, dopo che la polizia gli ha confiscato le merci?

Io quando ho sentito ‘sta roba ci sono rimasta male. Molto:

«Mi sento come quel tunisino da cui è nata la rivolta nel Maghreb. Che andava a vendere la frutta e la verdura al mercato e che, visto che lo Stato metteva tasse e gabelle insostenibili, si è dato fuoco. Anche noi siamo con il carrettino a cercar di vendere la nostra frutta e la nostra verdura su Internet, sulle tv a diffusione regionale, su Sky e potrebbero esserci pressioni governative per limitarci o per impedirci di andare in onda. Solo che noi non ci daremo fuoco e faremo il nostro programma lo stesso.»

Ieri mattina ho fatto l’errore di postare frettolosamente su Facebook un pezzo scritto da ilNichilista, che chiudeva dicendo:

«Io non so se Santoro si renda conto dell’incredibile mancanza di rispetto del suo paragone verso chi è davvero oppresso, verso chi è disposto a rinunciare alla propria vita (e non a una trasmissione in prima serata) per denunciare la sua mancanza di libertà.»

Anch’io mi chiedo la stessa cosa. Ma ieri mattina sulla mia bacheca è scoppiato il finimondo. Proviamo a ragionarci con calma?

Ho anche un’altra domanda però. La prima (ehm) inchiesta di «Comizi d’amore» è un’intervista di Francesca Fagnani a Imane Fadil, testimone nel processo Ruby.

La ragazza difende Berlusconi: parla di Ruby come di «una ragazza che avrebbe potuto creare problemi», «in grado di ricattarlo», dice che erano le ragazze a voler stare con Berlusconi, non viceversa. Dice che lo voterebbe eccetera.

E allora mi chiedo: che differenza passa fra questa intervista e quella che fece Alfonso Signorini a Ruby su Mediaset, da tutti additata come un atto di cortigianeria?

Io da un programma che sbarca sul web per essere «libero» e da una tv che si propone come nuova e alternativa non mi aspetterei mai, per cominciare, l’ennesima intervista a una escort (penso anche a quella che «Annozero» fece a Patrizia D’Addario il 1 ottobre 2009).

Ma Santoro, che vuole sollevare subito un bel polverone, ovvio che lo fa. E allora?

Francesca Fagnani intervista Imane:

Signorini intervista Ruby (da un servizio del Tg1, perché non trovo più l’originale):

Prima parte dell’intervista a Patrizia D’Addario, «Annozero» 1 ottobre 2009:

Referendum: chi partecipa (e chi non) ai talk show televisivi

Ieri circolava un comunicato stampa del «Comitato referendario 2 Sì per l’Acqua Bene Comune» (vedi: www.acquabenecomune.org e www.referendumacqua.it):

Referendum abrogativo acqua

«Le prossime puntate di Ballarò e Annozero saranno interamente dedicate ai referendum. Nonostante questo, le testate giornalistiche preferiscono chiamare in trasmissione rappresentanti partitici: gli unici, a quanto pare, abilitati a parlare in televisione. Troviamo scandaloso che il Comitato Promotore, quello che ha raccolto un milione e quattrocentomila firme e che ha promosso i referendum, venga sistematicamente escluso o ridotto al ruolo di comprimario.

Un vero e proprio blocco a chi non ha in tasca una tessera partitica, in barba agli autorevoli appelli del Presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli, che aveva raccomandato la presenza dei comitati promotori nei programmi Rai. Ricordando a tutti che il Comitato Promotore è un soggetto costituzionalmente riconosciuto rimaniamo basiti di fronte alla mancanza di rispetto per il lavoro di migliaia di volontari sparsi per tutto il territorio nazionale.

Ci spiace constatare la disattenzione di programmi percepiti più attenti alle tematiche sociali. Diamo invece atto a Bruno Vespa di aver invitato a Porta a Porta un rappresentate del Comitato Promotore dei referendum pro acqua pubblica.»

Le ragioni di questo rifiuto da parte di Ballarò e Annozero possono essere tre, anche mescolate:

  1. La Rai ha già dato spazio al Comitato Promotore tramite Bruno Vespa: ora tocca ai partiti.
  2. Il volto noto di un partito vale più in termini di audience di un ignoto rappresentante del Comitato, dunque è nell’interesse sia della Rai che del Comitato dar voce alle ragioni del Referendum sull’acqua tramite un volto noto.
  3. Il sistema dei media italiano (come di altri paesi del sud Europa) è definito dai politologi e massmediologi internazionali come «pluralista-polarizzato» (D. Hallin e P. Mancini, Modelli di giornalismo. Mass media e politica nelle democrazie occidentali, Roma-Bari, Laterza, 2004). Il che vuol dire, nelle parole di Gianpietro Mazzoleni: «dipendenza strutturale e culturale dei media dalle logiche partitiche o di governo, forte politicizzazione dell’informazione, controllo (lottizzazione) della governance delle istituzioni mediali e dei loro prodotti (G. Mazzoleni e A. Sfardini, Politica pop. Da “Porta a Porta” a “L’isola dei famosi”, Bologna, Il Mulino, p. 65). E questa caratteristica – attenzione – riguarda la Rai dalla sua nascita, non dall’avvento della tv commerciale negli anni ’80, né dalla discesa in campo di Berlusconi.

Detto questo, è chiaro che le ragioni sono così radicate e sistematicamente intrecciate che è difficile scardinarle. Le stesse redazioni di Ballarò e Annozero, magari, nella corsa con cui sempre si lavora in queste professioni, semplicemente danno per scontato il fatto di invitare rappresentanti di partito invece di ignoti cittadini, che implicano un lavoro di scelta e ponderazione, oltre che un’incognita di audience.

A meno che il Comitato per l’Acqua Bene Comune non riesca, nelle prossime ore, a esercitare grazie alla rete una pressione tale da costringere i due programmi a inserire all’ultimo qualche suo/a rappresentante.

Che potrà avere o no un ruolo di «comprimario/a», a seconda delle sue caratteristiche personali (buca o no lo schemo?) e dello spazio che le redazioni potranno/vorranno ritagliargli/le nella scatola complessiva.

Aggiornamento ore 19:23: su questo argomento vedi anche il Videomessaggio di Lorella Zanardo.