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Avetrana: orrore reale e mediatico

L’orrore della ragazza di Avetrana prima molestata, poi uccisa dallo zio, è anche un orrore mediatico. L’ennesimo, purtroppo.

A questo proposito condivido in pieno ciò che scriveva ieri Vittorio Zambardino sull’inutile e morbosa ricerca dell’assassino, nei giorni scorsi, fra gli «amici» della ragazza su Facebook: come sempre in Italia si demonizza internet e come sempre, invece, bisogna cercare il demonio nella vita reale, spesso in famiglia.

Nelle parole di Vittorio:

«Da anni – e per la verità ancora adesso da parte di qualche parlamentare dalla prosa non sorvegliata dalla ragione – si parla di “pedofili su internet”. Poi la cronaca testarda ci ripete, caso dopo caso, anno dopo anno, che purtroppo quel cancro ce l’abbiamo di frequente in famiglia o nelle istitituzioni che pensiamo tra le più meritevoli e “buone” (il che non elimina certo la possibilità che qualche criminale provi a fare lo stesso in rete, ma con ben minore incidenza statistica e soprattutto con minor potere sulla vittima)» (leggi l’articolo intero qui: «Non era Facebook, era lo zio Michele (reloaded)»).

Per esempio il solito «Porta a porta», lunedì scorso, si è soffermato a lungo – con tanto di psicologi in studio, che nulla capiscono di internet e taccio del resto – sulla pericolosità di Facebook per gli adolescenti (e per tutti!), perché «quanto è bella la vita reale».

Ma il peggio, naturalmente, è stato la diretta sul dolore della famiglia di Sarah, durante «Chi l’ha visto?», con Federica Sciarelli che appariva balbettante e incerta, ma in realtà era molto certa di una cosa sola: continuare la diretta a tutti i costi.

Per questo sono d’accordo solo con la prima parte di ciò che oggi Aldo Grasso ha scritto sul Corriere. Ma dissento profondamente dalle sue conclusioni, quelle che hanno indotto la redazione a intitolare il pezzo: «Gesto di delicatezza nella tv verità». Grasso infatti conclude:

«Quando la Sciarelli si premura di dire alla mamma di Sarah, Concetta Serrano, se desidera interrompere il collegamento compie un gesto di estrema delicatezza, ma manda, contemporaneamente, un’indicazione linguistica: questo non è un reality, questa è tv verità. Il fatto è che la verità non sembra mai vera, si vorrebbe dire di no alla verità dell’apparenza, spegnendo le telecamere, nella speranza che ci sia una verità diversa dell’essere.»

Ma quale gesto di delicatezza! Non si chiede di fare una scelta a una madre distrutta dal dolore, impietrita e chiaramente incapace, in quelle condizioni, di pensare e decidere qualunque cosa.

Si sceglie per lei e punto. Si chiude la trasmissione.

Questo sarebbe stato l’unico gesto di delicatezza possibile.

Come sarebbe stato delicato, da parte dei quotidiani di oggi, evitare foto in prima pagina della povera ragazzina. Evitare foto della sua mamma, della cugina, dei parenti. Ed evitare – l’orrore più abietto – di mettere la foto di Sarah proprio accanto a quella dello zio che l’ha stuprata e ammazzata.

Mi viene da piangere.