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Come contattare il comitato «Se Non Ora Quando, 13 febbraio»

Ricevo da Nicoletta Dentico – del comitato permanente «Se Non Ora Quando, 13 febbraio» – e volentieri pubblico:

«Carissima Giovanna, carissime tutte e tutti che avete scritto,

innanzitutto grazie per le molte, utili, sollecitazioni che trovo su queste pagine. A caldo, vorrei condividere qualche commento sulla manifestazione e alcune spiegazioni sul comitato “Se Non Ora Quando, 13 febbraio”, che si è costituito in maniera permanente (include la associazione “Di Nuovo”, la associazione “Filomena, la rete delle donne” e alcune delle firmatarie dell’appello).

Sospetto – e lo dico con lo stupore ancora vivo di chi ha partecipato alla organizzazione dell’iniziativa del 13 febbraio – che non si possa in alcun modo sminuire la portata delle 230 città italiane e delle città del mondo mobilitate intorno alla questione di genere in Italia.

Pur nella evidente perfettibilità dell’operazione – che nasce da una riflessione di quasi due anni ma è stata messa in piedi in meno di tre settimane – io non credo che una cosa del genere sia mai accaduta prima nel nostro paese, ed è un punto di non ritorno che va gestito con molta sapienza, con enorme capacità di ascolto, umiltà e arguzia politica.

Immagino che siamo tutte più o meno consapevoli delle trappole che ci attendono, sia interne che esterne.

Dico che sarebbe criminale – uso questa parola perché mi sembra la più appropriata – sciupare l’energia che si è manifestata domenica scorsa dando l’impressione che si sia trattato, per l’appunto, di una aneddotica rondine di passaggio.

Le manifestazioni in Italia hanno cessato da lungo tempo di produrre un vero impatto sulle politiche del paese. Sappiamo che scendere in piazza serve a contarsi e catalizzare volontà ed impegno. Non vogliamo replicare trame deludenti del passato.

La responsabilità è enorme. La responsabilità posa su chi ha convocato questa manifestazione (e vi garantisco che me la sento tutta addosso, in prima persona). Ma, dopo il 13 febbraio, la responsabilità posa su tutte e tutti, anche su coloro che si chiamano fuori ed esprimono criticità nei confronti della iniziativa, per le ragioni più diverse e legittime (in alcuni casi, però, ammettiamolo, anche pretestuose).

La polifonia di messaggi, presenze e punti di vista scaturiti il 13 febbraio – dalle suore comboniane alle rappresentanti della associazione per la promozione dei diritti delle prostitute – non solo devono essere riconosciute, ma rappresentano la vera forza e la vera sfida del dopo che è già cominciato. Interpella quante finora “si sono accontentate della logica del collettivo dove tutti la pensano come me” – citazione che ho raccolto da un duro dibattito alla libreria Tuba a Roma prima della manifestazione.

Poiché contesto il pensiero unico di qualsivoglia provenienza, in una società che ha inaridito la possibilità dei diversi punti di vista sulle cose e la complessità della realtà, ridotte entrambe a un vociare sempre più urlato e rissoso, mi sembra che questo polimorfismo sia già un notevole risultato. Un segnale politico da cogliere. Un utile presupposto da salvaguardare, e da cui partire. Nella convinzione, lo dico senza vis polemica ma per percorso personale, che le pur indispensabili azioni individuali agite nelle proprie case con i propri figli, per insegnare loro modalità più giuste di relazione fra i due sessi, non possano più bastare.

Adesso il comitato dovrà essere ampliato, dovrà strutturarsi in gruppi locali di mobilitazione, dovrà trovare metodi creativi di lavoro. Sarà necessario un raccordo continuo, un lavoro di faticosa tessitura di proposte ed azioni, su più piani, che diano la prospettiva di una partecipazione diffusa e di un cammino collettivo che va avanti.

Il bene pubblico del 13 febbraio, e delle sue numerose significazioni, dovrà indurre tutti a fare un passo indietro per trovare il territorio comune su cui costruire il cambiamento. L’antiberlusconismo può essere banale, ma mi stupisce chi lamenta che sia venuto fuori dalle piazze in maniera così aperta. Il berlusconismo invece – ovvero quella fattispecie di cultura mercificatoria e cartellonista che punta all’immagine e all’abuso come forma del potere – è una gramigna che ha attecchito parecchio nel paese, anche nei luoghi più insospettabili.

La battaglia per un’Italia più equa e meno discriminata dovrà fare i conti con la necessità di estirparne le radici ovunque, tanto a destra quanto a sinistra, tanto nelle parrocchie quanto nei collettivi studenteschi, nella società civile e tra i gruppi più emancipati del nostro paese. Tra gli stessi gruppi di donne che spesso hanno assunto modalità di leadership maschili.

Insomma, il 13 febbraio mette in discussione tutte e tutti, per partecipare alla costruzione di una nuova Italia. Siamo già arrivate in ritardo, io almeno la penso così. Ma adesso che finalmente ci siamo arrivate, sarebbe grave che non cogliessimo questa importante – storica? – occasione.»

Per entrare in contatto con il comitato «Se Non Ora Quando, 13 febbraio», lanciare proposte, dare informazioni, suggerire percorsi e spunti, puoi scrivere a Nicoletta Dentico:

nicolettadentico chiocciola libero.it

 

Le piazze del 13 febbraio: una rondine farà primavera?

Ieri le piazze di circa 200 città italiane e di una trentina nel mondo hanno risposto all’appello «Se non ora, quando?».

L’evento è andato bene, dal punto di vista comunicativo, per questa semplice addizione: molte polemiche prima delle manifestazioni + molte persone in molte piazze (relativamente agli standard italiani) = molta attenzione mediatica.

In transito fra Firenze e Bologna, ho fatto in tempo a vedere le piazze di entrambe le città. Poi, un paio d’ore fra internet e la tv mi hanno permesso di completare il quadro.

Credo che ieri le piazze abbiano mostrato alcune novità importanti:

  1. in nome della dignità femminile hanno sfilato – finalmente! – molti più uomini di quanti se ne siano mai visti nelle manifestazioni di stampo vetero e neofemminista;
  2. in nome della dignità femminile non sono scese in piazza solo donne abitualmente impegnate sulle questioni di genere, ma persone di tutte le età, estrazioni sociali, provenienze;
  3. molti slogan dei manifestanti e dichiarazioni sui palchi erano appelli alla diversità: delle idee, degli stili di vita, dei corpi, dei modelli per le donne;
  4. molti slogan e commenti dei manifestanti esprimevano un buon livello di consapevolezza sui motivi per cui erano lì.

Sono tutti ottimi segnali, ma prima di cantare vittoria sulla nuova sensibilità del nostro paese per i problemi reali delle donne (disoccupazione, stipendi più bassi degli uomini di pari ruolo, scarsissima rappresentanza nei poteri economici e politici) vorrei vedere tutto ciò replicato in altre dieci, cento, mille iniziative.

Non solo replicato, ma intensificato: più uomini, sempre più uomini a fianco delle donne nel combattere per la parità di genere; e ancora più trasversalità e diversità di quante ne ho viste ieri: a parte sporadiche eccezioni (Giulia Bongiorno a Roma, Sara Giudice a Milano), la destra non c’era, per esempio.

Quanto alla consapevolezza, anche su quella c’è ancora molto da lavorare. La mobilitazione «Se non ora, quando?» è stata infatti troppo intrisa di antiberlusconismo perché questo non abbia confuso le acque. Detto in parole povere: quante donne, quanti uomini fra quelli che ieri hanno sfilato sarebbero scesi in piazza, se al posto di «Berlusconi dimettiti» e «Porco!», ci fossero stati slogan come «Più donne nei consigli di amministrazione» e «Quote rosa in parlamento»?

Se non ora, quando?

Domenica 13 febbraio in molte città italiane (QUI la lista) donne e uomini (spero molti, moltissimi uomini) scenderanno in piazza per rispondere a questo appello: «Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando? è il tempo di dimostrare amicizia verso le donne» (dall’Appello alla mobilitazione delle donne italiane).

Alcune considerazioni pro e contro.

CONTRO

Il problema principale della mobilitazione è che, per quanto ci si sforzi di presentarla come una reazione generale alla cultura sessista italiana, ruota inevitabilmente attorno al caso Ruby.

Il rischio è schiacciare la questione femminile sull’antiberlusconismo, impedendo quell’attenzione generale e trasversale che invece è imprescindibile, visto che la disparità di genere è un fattore di arretratezza economica cruciale per l’Italia, e come tale riguarda tutti: a destra come a sinistra, a nord come a sud, giovani e anziani, donne, uomini e tutti i generi sessuali.

La stessa scelta dello slogan «Se non ora, quando?», tratto dal titolo di un romanzo di Primo Levi, tende a escludere, non includere. Il romanzo di Levi narra infatti le vicende di un soldato ebreo dell’armata rossa che si arruola fra i partigiani contro i nazisti: non tutti coglieranno il riferimento, certo, ma scegliere questo titolo vuol dire identificare implicitamente i manifestanti con i partigiani e il berlusconismo con il nazismo, il che – oltre a essere sciocco dal punto di vista storico – impedisce a tutte le donne e gli uomini di destra che conoscono Levi (i più colti, che al contrario sarebbe intelligente coinvolgere) di condividere questa polarizzazione.

Non mi piace nemmeno l’insistenza sulla presunta «diversità» dello sguardo femminile sul mondo, su cui insiste Angela Finocchiaro nel video che promuove la mobilitazione. Le donne non sono un calderone unico che differisce «per essenza» (natura? biologia?) dagli uomini. C’è più differenza fra me e Ruby che fra me e moltissimi uomini, per esempio.

Non mi piacciono le facce cupe delle donne che circondano Angela Finocchiaro: troppo vicine agli stereotipi della veterofemminista incazzata per non essere respingenti, possono attrarre solo chi già si identifica con un certo percorso e una certa ideologia, gli altri no. E non mi piace, infine, il fatto che parli solo la testimonial: la voce deve essere di tutti, non solo di una celebrità che sta davanti a tutti.

PRO

Le donne italiane – l’ho detto e lo ripeto – sono messe male: non lavorano, se lavorano guadagnano meno degli uomini, non accedono a posizioni di potere economico né politico. Ma si illudono di stare benissimo, o perlomeno come in molti altri paesi, come avevo rilevato in Le italiane sono messe male e non lo sanno.

Perciò tutto fa brodo: ben venga qualunque iniziativa possa contribuire ad attirare l’attenzione sulla questione di genere. Incluso il gossip sul Presidente del Consiglio: se aiuta a parlare di più dei problemi delle donne, va bene anche quello.

Se ne parla spesso nei termini sbagliati, ma un po’ alla volta, spero, si troveranno anche le parole giuste. E un po’ alla volta, spero, anche la politica e le forze economiche di questo paese cominceranno a fare qualcosa. Sono troppo ottimista? Forse. Ma dal silenzio – l’abbiamo sperimentato per decenni – non esce nulla.

Quanto alla comunicazione dell’evento, meglio lo spot con Isabella Ragonese: il testo sottolinea quanto possa essere semplice uscire da una gabbia, l’attrice è sorridente, l’apertura finale esprime serenità, voglia di allargare gli orizzonti (pensa invece a quanto è chiuso lo spazio intorno alla Finocchiaro). Anche l’idea di una soluzione che passi per «una canzone» si rivolge a tutti, colti e meno colti, giovani e anziani. Insomma lo spot è fresco, per nulla veterofemminista e dunque più accogliente, inclusivo.

Spot con Angela Finocchiaro

Spot con Isabella Ragonese