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Quando la Semiotica aiuta a trovare lavoro

Semiotica e filosofia del linguaggio, di Umberto Eco

Ricevo da Alessandro, che si laureerà con me in marzo alla magistrale di Semiotica, un resoconto sulla sua esperienza (positiva) di tirocinio, che si trasformerà presto in un contratto di apprendistato. Come sanno coloro che seguono questo blog, ritengo utile pubblicare la testimonianza di chi riesce a usare presto e bene le competenze acquisite durante un percorso di studi umanistico, non certo per Continua a leggere

Time out. Come i videogiochi distorcono il tempo

Time Out di Agata Meneghelli

Ti è mai capitato di notare come i videogiocatori tendano a perdere la cognizione del tempo, come sembrino vivere in flussi temporali alternativi, a volte strampalati e distorti, a volte semplicemente diversi da quello ordinario? Ebbene, è questo l’argomento del libro Time Out. Come i videogiochi distorcono il tempo di Agata Meneghelli, appena uscito presso Libreriauniversitaria, nella collana “Scienze della comunicazione” che è nata da poco sotto la mia direzione. Il libro di Agata (che si laureò con me nel 2006 e ora lavora in azienda a Milano) risponde a diverse domande: Continua a leggere

Se Tim tratta male due studenti, è perché dimentica che sono clienti?

Tim logo

Alessandro e Francesco sono due studenti della magistrale in Semiotica che, per sostenere il mio esame, hanno preso Tim come caso di studio, per analizzare l’uso di testimonial femminili da parte di un’azienda che in poco tempo è passata da Belén Rodríguez a Bianca Balti e Chiara Galiazzo. Per andare oltre il puro esercizio accademico, ho raccomandato loro di chiedere a Tim alcuni dati di mercato e, conoscendo come (non) funzionano alcune aziende italiane, li ho avvisati che non sarebbero stati accolti a braccia aperte, ma ho raccomandato loro di insistere. «In ogni caso imparerete qualcosa», è stato il mio incoraggiamento. I due ragazzi hanno scritto, telefonato, insistito. Dopo più di tre settimane sono tornati con la coda fra le gambe. Ecco il loro racconto: Continua a leggere

Il rizoma, l’officina meccanica e Umberto Eco

L’altro giorno Laura, che si è laureata in marzo con me alla magistrale in Semiotica, mi ha raccontato un episodio che mi ha messa di buon umore. Spiegare in parole povere anche i concetti più astrusi e farlo con chiunque in qualunque momento, senza snobismo, è una cosa che cerco di fare tutti i giorni. Perciò quando riesco a passare ai giovani la stessa passione per la chiarezza, be’… sono contenta. 🙂 Scrive Laura: Continua a leggere

Lauree umanistiche e lavoro: una storia e qualche consiglio

A testimoniare che persino in Italia le cose non vanno sempre storte per i/le laureati/e in materie umanistiche, pubblico la storia di Carolina che si è laureata con me alla magistrale di Semiotica nel novembre 2011.

Manca poco e festeggerò un anno dalla laurea. Era novembre, compivo 25 anni e mi laureavo in Semiotica. Una tesi controversa, sia per il tema sia per le teorie trattate: avevo fatto un’analisi semiotica al confine fra strutturalismo e interpretativismo dell’ambiguità di genere nella fotografia di moda. Che farai dopo? Chiedevano tutti. Il lavoro – rispondevo – piano piano si fa, non “si trova”.

Sono quattro anni che scrivo per magazine di moda, seguendo un mio grande interesse, e dal 2010 collaboro con Style.it, un magazine online che mi sta insegnando molto e mi mette alla prova continuamente. Una volta laureata, mi sono resa subito conto che quell’unico lavoro non mi sarebbe bastato economicamente, ma non ho mai pensato di lasciarlo, viste le soddisfazioni che mi dava (e tuttora mi dà).

Style.it

Perciò inizio a mandare curricula per impieghi part-time o a progetto, da affiancare al lavoro redazionale, che svolgo da casa. Nell’immediato non ricevo nessuna risposta, e allora apro un blog, stampo i miei biglietti da visita e investo il mio regalo di laurea in viaggi all’estero per fiere di settore e sfilate, con cui creare una rete di contatti e conoscere meglio l’ambiente moda.

Una volta finite le fashion week, torno a casa, creo un curriculum visuale con su scritte e disegnate le mansioni per le quali ho esperienza, e mi propongo come freelance: Digital PR, Event Planner, Editor per siti e blog aziendali. E poiché ancora nessuno risponde alle mie e-mail, faccio una lista di aziende a cui portare i cv di persona.

Ma la sorte ci mette lo zampino e il giorno prima di iniziare il mio giro di ricognizione, ricevo su Twitter la prima risposta: L’Artigiano di Riccione, azienda calzaturiera romagnola, mi fa un colloquio e decide subito di assumermi part time per occuparmi della loro comunicazione. Una realtà piccola e ben funzionante, con una gestione molto corretta: nel periodo di assunzione svolgo pure un corso formativo in web marketing. In parallelo continuo a scrivere per Style.it e organizzo un altro evento digital per alcuni fashion store di Livigno.

Ma arriviamo a oggi: in meno di un anno ricevo diverse proposte da aziende di moda, l’ultima delle quali rappresenta la mia nuova avventura lavorativa: Max Mara Fashion Group. Dal mese prossimo sarò una lavoratrice autonoma con Partita Iva, offrirò servizi e consulenze in ambito di comunicazione web, e ho già i miei clienti.

Per L’Artigiano di Riccione, con cui il contratto da dipendente sta per scadere, ho scelto di lavorare da freelance occupandomi esclusivamente dei progetti di Digital PR ed eventi. Anche per Max Mara Fashion Group mi occuperò di Digital PR e ideazione di contenuti per i siti web dei brand del gruppo. Continuerò a lavorare anche a progetti più piccoli come quelli che seguo per le boutique di Livigno, per le quali ho già diverse richieste.

Quando mi sveglio la mattina, non ho nulla di certo di fronte, se non la gioia con cui accendo il computer, leggo le mail e mi metto a lavorare. Questo lavoro, creato con le mie stesse mani, mi dà ogni giorno grande carica e ottimismo. L’ambiente moda poi, nonostante quello che si dice in giro, nonostante i pregiudizi, in questi ultimi anni si è riempito di ragazze/i miei coetanei, che con grande passione si sono inventati nuove professioni. È bellissimo conoscere persone diverse e lavorare insieme: tra noi facciamo rete, ci scambiamo competenze e opportunità.

Insomma, il messaggio che vorrei passare a chi mi legge è che, per quanto oggi sia difficile trovare un lavoro, si può provare a crearlo da zero, ed è sempre possibile sfruttare al meglio i propri studi, in barba a chi sminuisce le lauree in Scienze della comunicazione e gli studi di Semiotica. Credo sia sempre importante cercare di valorizzare il proprio percorso di studi, spiegando e mettendo su carta (meglio ancora: sul web) le proprie idee e competenze, mettendosi nei panni dei datori di lavoro, interpretando le loro esigenze, creando empatia. Con le nostre lauree abbiamo tantissimo da offrire, e le opportunità ci sono. Anche in Italia.

«Che fatica essere stagisti di se stessi»

Pubblico qui la testimonianza di alcuni ex studenti della magistrale in Semiotica. L’ennesima testimonianza positiva e incoraggiante (altre ne trovi selezionando la categoria Stage e lavoro), che dedico a tutti gli studenti di discipline umanistiche che ogni giorno si sentono dire che tanto “non troveranno lavoro”, che la loro laurea “è inutile”, e perché non hanno scelto di “studiare ingegneria” o, meglio ancora, di “mollare gli studi dopo il diploma”.

«A maggio inoltrato, dopo lezione, eravamo soliti perdere tempo a chiacchierare seduti in un bar. Era un modo per conoscerci meglio, visto che la magistrale in Discipline Semiotiche (allora si chiamava così) raggruppava persone provenienti da un po’ tutte le triennali d’Italia. C’era chi voleva fare il giornalista, chi l’ufficio stampa o il copywriter, chi giocava con il cinema, con il web o la pubblicità. Tutti, però, avevamo una gran voglia di frequentare le nostre passioni.

Il primo passo fu il “pe_Rizoma”, un giornale semiotico satirico fatto di articoli veri, oroscopi verosimili, pubblicità finte e tormentoni autoprodotti. Un piccolo divertissement per addetti ai lavori, ma che palestra! Passavamo nottate a scrivere, fotomontare, impaginare e fare brainstorming per inventarci un titolo, uno slogan, un payoff.

Di lì al “lavoro vero” il passo era (relativamente) breve: bastava togliere il “pe” dal Rizoma e trasferire il nostro know-how su cose più concrete.

Rizoma

Che fatica essere stagisti di se stessi. Oggi però Rizoma è uno studio giornalistico associato e un’agenzia di comunicazione (www.rizomacomunicazione.it): facciamo i giornalisti, i comunicatori, l’ufficio stampa. I nostri clienti sono testate nazionali, aziende private, enti pubblici e musicisti. Abbiamo anche un giornale online di informazione culturale, BolognaCult.it, perché le passioni sono dure a morire.

Non navighiamo nell’oro, ma continuiamo a divertirci quando scriviamo, facciamo brainstorming, progettiamo campagne. Forse una delle cose più importanti che abbiamo imparato è che restando uniti, condividendo rischi e opportunità, si può crescere davvero tanto: creare insieme e poi saperlo comunicare è la chiave del nostro mestiere.»

Lavorare con una laurea umanistica. E con soddisfazione

Abbiamo detto più volte in questo blog (basta fare una ricerca con “stage e lavoro”) quanto siano frustrati e arrabbiati gli studenti, laureandi e laureati in Scienze della Comunicazione e affini, che tutti giorni sono costretti a convivere con il pregiudizio diffuso per cui nel mercato del lavoro non ci sarebbe “spazio per loro”. Eppure.

Eppure io continuo a sentire storie di laureati in Scienze della Comunicazione e in Semiotica che lavorano, sono ben pagati e molto soddisfatti. Sono anche i più bravi e preparati, questo va detto. Giovani che hanno frequentato l’università studiando molto. E bene.

I simboli della laurea

Esasperato da tutto il peggio che si dice sulle lauree umanistiche, Walter mi ha mandato la sua testimonianza. La condivido, perché possa essere di stimolo e incoraggiamento (premetto che Walter non si è laureato con me né al triennio né alla specialistica):

«Mi sono laureato in Discipline semiotiche nel 2008 con una tesi sulla vocalità e in particolare sul ruolo giocato dalla voce del leader nella comunicazione politica. Triennio in Scienze della Comunicazione, tesi su De André. Tutto a Bologna, tutto bellissimo.

Forse sono stato fortunato, sicuramente ho saputo “vendermi bene”. Fatto sta che sono passati quattro anni da quando ho lasciato Bologna e in questo periodo ho sempre lavorato.

Prima in un’azienda di Ancona. Cercavano qualcuno che si occupasse di email marketing, “perché abbiamo bisogno di una persona che sappia scegliere le parole giuste per convincere i clienti!”.

In realtà poi mi hanno permesso di fare molto di più, ovvero di introdurre un metodo di lavoro “scientifico”: dalla segmentazione del database all’analisi delle performance di ogni campagna, dall’individuazione dei migliori orari per l’invio ai lunghi brainstorming per la creazione dei testi.

Hanno avuto fiducia. Poi sono stati i risultati a confermare che la strada era quella giusta e siamo andati avanti così. Vanno ancora avanti così.

Infine me ne sono andato: per avvicinarmi a casa e assumere un profilo meno “commerciale”. E così da due anni sono un VUI (voice-user interface) Designer in un’azienda di Ascoli Piceno. Mi occupo di interazioni uomo-macchina basate sul linguaggio naturale: progetto applicazioni vocali e chat automatiche.

Il mio compito è rendere le interazioni non solo robuste ed efficaci, ma anche gradevoli e più simili possibile alle interazioni tra persone. È un lavoro che spesso sfocia nella ricerca pura, con l’obiettivo di spostare i limiti tecnologici sempre un pochino più in là.

Non sono la sola figura umanistica dell’azienda. Con me lavora Valeria, VUI Designer anche lei, mio stesso percorso accademico. E poi ci sono otto sviluppatori che ci supportano e sopportano quotidianamente.

Per fare un mini bilancio: sono convinto che il percorso formativo umanistico – e in particolare bolognese – sia stato decisivo, sia perché mi ha fornito competenze fondamentali, sia perché mi ha dato quella forma mentis che, fortunatamente, è sempre più apprezzata e ricercata nelle aziende.»