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Monti e Berlusconi: vecchi trucchi in nuova sobrietà

Venerdì 20 gennaio Mario Monti, ospite da Lilli Gruber a «Otto e mezzo», ha offerto uno splendido esempio della sua abilità di usare due vecchi trucchi della comunicazione politica: negare l’evidenza e spostare subito il focus del discorso.

In serata infatti Berlusconi aveva rilasciato questa dichiarazione, tanto breve quanto chiara:

«La cura di Monti non ha dato alcun frutto. Quindi se dovessi dire paradossalmente, ci aspetteremo di essere richiamati a occupare le posizioni di governo che avevamo prima, visto che questa è la democrazia e che noi siamo stati eletti dagli italiani».

Ciò nonostante, alla domanda di Lilli Gruber, che, dopo aver riportato la frase di Berlusconi, gli chiede: «Per lei questo è un segnale di allarme?», Monti risponde con volto imperturbabile:

«No. Il presidente Berlusconi, col quale parlo abbastanza spesso e che di tanto in tanto incontro, mi dà segnali incoraggianti e io ricorro anche al suo consiglio, così come ricorro al consiglio dei leader degli altri partiti che appoggiano il governo in Parlamento. Non credo che abbia detto, e non sarebbe vero, che non ci sia alcun frutto della politica economica di questo governo. Quello che è vero, o perlomeno che era vero fino a qualche giorno fa – l’andamento dello spread è più incoraggiante in questi ultimi giorni – è che ci aspettavamo tutti una discesa più rapida dello spread, il famoso divario di tasso di interesse che penalizza l’Italia rispetto alla Germania in particolare…»

E prosegue nel parlare dello spread e della politica economica, cioè tralascia di dire altro su Berlusconi e chiude dicendo che apprezza «il modo in cui tutte le tre grandi forze politiche che ci sostengono finora l’hanno fatto» e che sarebbe lieto se le forze politiche trovassero il modo di «dialogare di più tra loro».

Ricapitolando: Monti innanzi tutto nega l’evidenza: «Non credo che abbia detto», quando invece non solo Berlusconi l’ha detto, ma lui sa benissimo che l’ha detto. Inoltre non si limita a spostare il discorso, ma fa di più: sposta l’attenzione dal conflitto fra lui e Berlusconi a quello all’interno della maggioranza dei partiti che lo sostengono, ben sapendo, evidentemente, che non c’è nulla di più facile che cancellare un conflitto con un altro conflitto. Abilissimo, insomma, nell’applicare i trucchi più antichi della retorica e della comunicazione politica. Chapeau.

PS: questo articolo oggi è apparso anche sul Fatto Quotidiano.

Berlusconi su Monti: «La cura non ha dato alcun frutto»

Monti su Berlusconi: «Il presidente Berlusconi mi dà segnali incoraggianti» (dal minuto 8’30” circa in poi)

I discorsi di Berlusconi, Monti e Napolitano: vince Napolitano

Ieri sera attorno alle 21.00 abbiamo assistito, nel giro di pochi minuti, ai discorsi di tre presidenti: Berlusconi, Presidente del consiglio uscente, Monti, Presidente entrante, e Napolitano, Presidente della Repubblica.

BERLUSCONI

Il discorso di Berlusconi è stato, a detta di tutti, uno dei migliori degli ultimi mesi, tanto da poter essere accostato – come lui stesso ha fatto – a quello della discesa in campo nel 1994. Sono d’accordo, ma solo per quel che riguarda i contenuti strettamente intesi, e cioè senza minimamente tenere conto né del contesto, né della storia degli ultimi anni e mesi, né della performance. Il che però è impossibile, in politica come in qualunque ambito.

Il contesto e la storia recente rendono buona parte del discorso non credibile. Dice di aver «raggiunto molti degli obiettivi che ci eravamo prefissi fin dal 1994», ma non è così. Dice di voler «modernizzare l’Italia, riformando la sua architettura istituzionale, il suo sistema giudiziario, il suo regime fiscale», e di voler «liberare il nostro paese dagli egoismi e dalle incrostazioni ideologiche e corporative che gli impediscono di sviluppare tutte le sue meravigliose qualità e potenzialità», ma sono anni che lui e il suo partito si sono dimostrati troppo lontani da questi obiettivi perché oggi queste parole non suonino vuote.

Nella performance Berlusconi appare teso, stanco, provato: ha gli occhi fissi dell’animale impaurito che gli abbiamo visto diverse volte negli ultimi anni (vedi La faccia di Fini e Berlusconi). A un certo punto, verso la fine, sembra gli manchi pure il fiato: «Non mi attendo… [pausa lunghissima e respiro affannoso mentre scuote impercettibilmente la testa] riconoscimenti, ma non mi arrenderò finché non saremo riusciti a modernizzare l’Italia». Inoltre non sorride mai, se non in chiusura, ma lo fa in modo visibilmente forzato: «A tutti voi l’augurio di poter trasformare in realtài sogni e i progetti [è qui che tenta per la prima volta di sorridere] che portate nel cuore per voi e per i vostri cari [il sorriso si fa più più ampio, ma è sempre tirato]. Viva l’Italia. Viva la libertà».

Insomma l’unica emozione che Berlusconi esprime è la tristezza. Eppure, a leggere il testo del discorso, le emozioni a cui fa riferimento – da bravo ex comunicatore – sono molte: dopo la tristezza, che in effetti nomina all’inizio («È stato, consentitemi di dirlo, triste, vedere che un gesto responsabile e, se permettete, generoso, come le dimissioni sia stato accolto con fischi e con insulti»), ci sono la gratitudine («ringrazio comunque gli italiani, grazie per l’affetto, per la forza che ci avete trasmesso»), l’amore («Fu – e rimane – una dichiarazione d’amore per l’Italia»), l’orgoglio («Siamo un grande paese»), la determinazione («Non mi arrenderò finché…»).

Tante emozioni nominate, ma una sola davvero agita col viso e corpo. Una sola davvero espressa, dunque: la tristezza.

MONTI

Monti fa un discorso molto controllato dal punto di vista emotivo. Esprime gratitudine nei confronti della fiducia che il Presidente della Repubblica gli ha dato, parla di «grande senso di responsabilità», di «sfida del riscatto», di «sforzi», di «dignità e speranza», ma parla soprattutto di doveri («il paese deve vincere… deve tornare a essere… deve essere sempre di più elemento di forza», «lo dobbiamo ai nostri figli…»). Per tutto il discorso Monti esprime solo calma e autodisciplina, facendo molte pause fra una parola e l’altra, anche quando parla del «momento di difficoltà», del «quadro europeo e mondiale turbati», addirittura di «emergenza» e «urgenza».

Non sorride mai, se non rispondendo alla giornalista che gli chiede un riscontro sulle voci circolate sui ministri. Il sorriso, lievissimo e quasi beffardo («ho avuto poco tempo per leggere»), accompagna una netta smentita: «mi dicono che ne sono circolate molte in questi giorni [è qui che sorride], attinenti ai tempi e ai nomi: sono voci di pura fantasia».

È infine quasi brusco quando si sottrae alle ulteriori domande sui tempi: «Proprio per lavorare presto e bene vi saluto e vi ringrazio molto per la vostra attenzione».

Insomma Monti è freddo, ma non può che essere così, perché deve esprimere il massimo controllo della situazione.

NAPOLITANO

Il discorso del Presidente della Repubblica è un vero e proprio storytelling, come oggi va di moda dire, che serve a ricostruire ciò che ha fatto, il contesto e i motivi per cui l’ha fatto.

Napolitano ci rispiega (casomai non l’avessimo capito, noi e i politici che abbiamo votato) «la gravità della crisi finanziaria e dei pericoli di regressione economica dinanzi a cui si trovano l’Italia e l’Europa», regalandoci un bignami della situazione che include dettagli molto concreti: «Da domani alla fine di aprile verranno a scadenza quasi duecento miliardi di Euro di Buoni del Tesoro e bisognerà rinnovarli collocandoli sul mercato».

Mette a posto quelli che alludono alla scarsa democraticità di un governo tecnico: «Non si tratta ora di operare nessun ribaltamento del risultato delle elezioni del 2008 né di venir meno all’impegno di rinnovare la nostra democrazia dell’alternanza attraverso una libera competizione elettorale per la guida del governo».

È interessante come Napolitano riesca a distribuire per tutto il discorso, pur rimanendo sempre nei limiti della correttezza formale, valutazioni personali e pure qualche stoccata. Ricorda che aveva fatto di tutto perché le cose non finissero così: «dopo anni di contrapposizioni e di scontri nella politica nazionale, e di molti inascoltati appelli alla moderazione, a un confronto non distruttivo, a una maggiore condivisione e coesione su scelte e obbiettivi di fondo». Nel definire «Mario Monti, personalità indipendente, rimasta sempre estranea alla mischia politica», fa fare alla politica italiana la figura della «mischia», appunto. Nel raccontare le consultazioni con le forze politiche, placa ogni polemica sulle dimissioni tardive di Berlusconi con un semplice avverbio: le «dimissioni correttamente rassegnatemi dall’on. Berlusconi».

Nella mischia complessiva l’immagine che Napolitano ci offre di sé è impeccabile: «come Capo dello Stato ho seguito con scrupolosa imparzialità questo travaglio, rispettando il ruolo del Presidente del Consiglio e del Governo, in uno spirito di leale cooperazione istituzionale».

E conclude dicendo: «Non è tempo di rivalse faziose né di sterili recriminazioni. È ora di ristabilire un clima di maggiore serenità e reciproco rispetto.» Il che implica, ovviamente, che finora tutto ciò non c’è stato, mentre proliferavano «rivalse faziose e sterili recriminazioni».

Ma il meglio di sé, come persona, Napolitano lo dà rispondendo ai giornalisti: asciutto ma non brusco, gentile ma senza concessioni, lucidissimo e preciso anche senza leggere, liquida il chiacchiericcio mediatico di questi giorni con parole che spero restino a futura memoria: «Naturalmente se qualcuno si inventa prima che si fa il governo in due ore, poi i tempi risultano allungati, ma non si è mai detto con una base minima di serietà che bastasse un giorno, o ventiquattro ore, o tre ore. Come ha detto il professor Monti, farà nei tempi più brevi che consenta il necessario scrupolo per consultare, ascoltare, raccogliere tutti gli elementi e poi venire qui a dirmi se scioglie, come mi auguro, la riserva».

A chi insomma oggi mi chiedesse un buon esempio di leadership politica italiana, risponderei mostrando ciò che ha fatto Napolitano in questi mesi, fino a questo discorso finale. A chi mi chiedesse un parere sulla polemica fra giovani e anziani, in politica come fuori, risponderei definendo Napolitano il più giovane politico e comunicatore che al momento abbiamo. E per fortuna che c’è.

 

 

Bersani: «La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia»

«La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia», dice Bersani in piazza San Giovanni sabato 5 novembre. E tutti subito a pensare: «Cattiva la finanza (volatile, inaffidabile), cattiva la comunicazione. Buona l’economia (solida, ci dà da mangiare), buona la politica». E mentre la frase già rimbalza su Twitter e Facebook, Bersani prosegue:

«Utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito. Se ci chiamiamo Partito democratico è perché rivendichiamo un punto di vista politico, autonomo, sulla realtà.»

Utili e buone entrambe, dice Bersani. Ma non basta: l’idea che la finanza sia cattiva in questo momento vince su tutto. Quindi Bersani ha svalutato entrambe, inutile che tiri il sasso e ritiri la mano.

Anche perché, solo qualche giorno prima a «Finalmente sud», aveva battuto sullo stesso chiodo:

«La prima cosa da imparare è l’autonomia della politica. Si può anche attraversare il deserto, si può essere amici di tutti, ma parenti di nessuno, bisogna avere un’idea in testa e combattere, avere rapporti amichevoli con la comunicazione, ma non essere subalterni e subordinati alla comunicazione, dobbiamo andare più a fondo, il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione, ha delle parentele, sì, ha delle vicinanze, ma è un’altra cosa.»

Le critiche a Bersani non si sono fatte attendere. Faccio solo tre esempi (e mi scuso per quelli che dimentico): sul Post Pippo Civati (Non mi è piaciuto, Bersani) e Luca Sofri («La “comunicazione” è fare politica»), su Linkiesta Antonio Aloisi («Caro Bersani, non pensare all’elefante»).

Pare assurdo che un politico dimentichi che comunicazione e politica coincidono da sempre, da quando cioè nel V secolo a.C. la retorica si affermò nel mondo greco come arte di ottenere il consenso nelle contese politiche, in stretta connessione, dunque, allo sviluppo della pólis e alla nascita della democrazia in occidente.

Non pare assurdo se si pensa:

  1. che la sinistra italiana ha sempre snobbato la comunicazione come qualcosa di cui il politico «autentico» e «di sostanza» non ha bisogno o, peggio, qualcosa di eticamente riprovevole, perché produce «menzogne», mentre il politico autentico dice sempre la «verità» (non a caso, di verità Bersani parla anche nel discorso in piazza San Giovanni);
  2. che la comunicazione del Pd fa acqua da quando il partito è nato e Bersani ha peggiorato la situazione. Facile attaccare e perfino ridicolizzare qualcuno che non solo ha problemi di comunicazione, ma rivendica con orgoglio la distanza fra sé (e il proprio partito) e la comunicazione. (Ma di questo abbiamo discusso più volte: metti «Veltroni» o «Bersani» nella casellina del motore di ricerca e vedi quanta roba esce.)

Il problema è cosa si intende, oggi, per comunicazione politica. Se si intende che basti fare qualche scelta cromatica per il logo e i manifesti, inventarsi qualche formula generica come slogan, coinvolgere testimonial dello spettacolo, allora Bersani ha ragione: ci vogliono prima le idee e i contenuti, e poi si pensa a queste cose. Ovvero, parlando seriamente: prima si definiscono i contenuti e si fa un piano strategico, poi si applicano le tecniche di comunicazione. Altrimenti, il marketing politico resta superficiale e fa flop.

Se invece fare comunicazione politica vuol dire entrare in relazione il più possibile diretta e continua con i bisogni, le aspettative e i problemi dei cittadini, allora Bersani ha torto marcio. E poiché credo che la comunicazione politica sia questa seconda cosa, e non un insieme di tecniche di marketing raffazzonate, Bersani ha torto marcio. Ma assieme a lui hanno torto marcio la maggior parte dei politici italiani, che da tempo hanno perso il contatto con l’elettorato. Non a caso li chiamano «casta».

Dunque, piano a criticare Bersani: fraintende la comunicazione lui, come la fraintendono molti in Italia, in politica ma anche nelle aziende e istituzioni. Non sa comunicare lui, come non lo sanno fare in molti, oggi, da Berlusconi (che fino al 2008 invece lo sapeva, eccome) al Pd, passando per il Terzo Polo.

E mentre nel Pd litigano, il Pdl si prepara al dopo Berlusconi

Mentre nel Pd fanno la guerra fra generazioni (e non solo), il Pdl si prepara al dopo Berlusconi. I segnali c’erano già nella campagna per le regionali del Molise, vinta dal candidato del Pdl Michele Iorio con uno scarto minimo rispetto allo sfidante Frattura (solo lo 0,79%), ma comunque vinta.

Per la campagna infatti avevano eliminato non solo il volto di Berlusconi (cosa già fatta nelle politiche del 2008), ma anche il suo nome dal simbolo di partito.

Iorio presidente del Molise

Lunedì si è chiusa la campagna per il tesseramento e sul sito del Pdl dichiarano 1 milione di tessere, mentre il coordinatore del partito Ignazio La Russa parla, più cautamente, di 800 mila. E Linkiesta prova a fare una proiezione dal numero di tessere al numero di voti: Con un milione di tessere il Pdl punta al 60%.

Pdl 1 milione di tessere

È la fine della leadership di Berlusconi? Se intendiamo quella esplicita, penso di sì. Se intendiamo la sua influenza economico-mediatica, e dunque politica, non credo proprio.

Sono i primi segnali della fine del personalismo nella politica italiana, come sento spesso dire a sinistra? Non direi: dal personalismo non si esce, finché per informarsi si guarda soprattutto la televisione. Che in Italia ancora domina più che altrove. Credo piuttosto sia solo un momento di standby, perché il Pdl non può ancora sostituire un’altra faccia a quella di Berlusconi.

In attesa di metterci il volto di Alfano – dietro al quale ci sarà comunque Berlusconi (finché campa?) – vanno in scena i cittadini e le cittadine qualunque. In questi due spot per il tesseramento: semplici, azzurri, euforici. Con quel tanto di nostalgia per i vecchi spot di Forza Italia – giusto per farci dimenticare la crisi – ma non troppo. Il primo si chiude con un «adulto» e un «giovane» abbracciati (padre e figlio?). Guarda caso.

La nuova tv di Santoro sul web: dove sta la differenza?

Ci siamo: da qualche giorno è on line Serviziopubblico.it, che lancia la nuova trasmissione di Michele Santoro «Comizi d’amore» (a proposito: cosa dice Vendola del fatto che gli ha soffiato il titolo? Immagino poi che Pasolini si rigiri nella tomba). Il programma andrà in onda dal 3 novembre fra siti internet, Sky e tv locali, ed è prodotto da una società che include anche Il Fatto Quotidiano.

In rete già infuriano le polemiche fra chi ama Santoro e chi lo detesta. Pochissimi i commenti razionali e ragionevoli: come sempre, quando si tratta di Santoro, purtroppo gli insulti e le invettive prevalgono. Mi piacerebbe invece che in questo spazio riuscissimo a ragionare in modo pacato. Di solito – per fortuna ma non per caso – ci riusciamo.

Due sono gli spunti che propongo. Che senso ha, per un uomo di televisione navigato come Santoro, uno che si muove da decenni nel mercato dei media e della politica, uno a cui il potere e i soldi non mancano, assimilare se stesso al giovane tunisino Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante che il 17 dicembre 2010 si è dato fuoco, dopo che la polizia gli ha confiscato le merci?

Io quando ho sentito ‘sta roba ci sono rimasta male. Molto:

«Mi sento come quel tunisino da cui è nata la rivolta nel Maghreb. Che andava a vendere la frutta e la verdura al mercato e che, visto che lo Stato metteva tasse e gabelle insostenibili, si è dato fuoco. Anche noi siamo con il carrettino a cercar di vendere la nostra frutta e la nostra verdura su Internet, sulle tv a diffusione regionale, su Sky e potrebbero esserci pressioni governative per limitarci o per impedirci di andare in onda. Solo che noi non ci daremo fuoco e faremo il nostro programma lo stesso.»

Ieri mattina ho fatto l’errore di postare frettolosamente su Facebook un pezzo scritto da ilNichilista, che chiudeva dicendo:

«Io non so se Santoro si renda conto dell’incredibile mancanza di rispetto del suo paragone verso chi è davvero oppresso, verso chi è disposto a rinunciare alla propria vita (e non a una trasmissione in prima serata) per denunciare la sua mancanza di libertà.»

Anch’io mi chiedo la stessa cosa. Ma ieri mattina sulla mia bacheca è scoppiato il finimondo. Proviamo a ragionarci con calma?

Ho anche un’altra domanda però. La prima (ehm) inchiesta di «Comizi d’amore» è un’intervista di Francesca Fagnani a Imane Fadil, testimone nel processo Ruby.

La ragazza difende Berlusconi: parla di Ruby come di «una ragazza che avrebbe potuto creare problemi», «in grado di ricattarlo», dice che erano le ragazze a voler stare con Berlusconi, non viceversa. Dice che lo voterebbe eccetera.

E allora mi chiedo: che differenza passa fra questa intervista e quella che fece Alfonso Signorini a Ruby su Mediaset, da tutti additata come un atto di cortigianeria?

Io da un programma che sbarca sul web per essere «libero» e da una tv che si propone come nuova e alternativa non mi aspetterei mai, per cominciare, l’ennesima intervista a una escort (penso anche a quella che «Annozero» fece a Patrizia D’Addario il 1 ottobre 2009).

Ma Santoro, che vuole sollevare subito un bel polverone, ovvio che lo fa. E allora?

Francesca Fagnani intervista Imane:

Signorini intervista Ruby (da un servizio del Tg1, perché non trovo più l’originale):

Prima parte dell’intervista a Patrizia D’Addario, «Annozero» 1 ottobre 2009:

Ma Bagnasco parlava di Berlusconi o no?

Era da tempo che molti lamentavano il silenzio della chiesa sui comportamenti del presidente del consiglio che emergono dalle inchieste. Lo aveva fatto Barbara Spinelli su Repubblica giorni fa, per esempio. Ma abbiamo sentito e letto lagnanze del genere fin dai primi scandali sessuali nel 2009. Lagnanze che venivano anche dalle parrocchie.

Ora che Bagnasco ha parlato di «comportamenti licenziosi e relazioni improprie», «non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui»; ora che ha ricordato l’articolo 54 della costituzione dichiarando «Chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore», la stessa Spinelli legge le parole di Bagnasco come fossero «chiare», e i titolisti di Repubblica parlano di «condanna» e di «vescovi contro Berlusconi».

Più cauto, giustamente, è il Corriere che titola «I vescovi e le critiche indirette al premier». Indirette, appunto. Sta tutto lì, il gioco, perché Bagnasco ha parlato in generale e non ha mai nominato Berlusconi. E come avrebbe potuto? Non poteva, certo. Per mille motivi, ufficiali e ufficiosi. E allora?

Allora sono già arrivate le reazioni degli uomini del Pdl, che parlano di «strumentalizzazione», come hanno fatto Giovanardi e Bondi, il quale precisa che «la società italiana, nella sua interezza, ha bisogno di un profondo rinnovamento». Analogamente il ministro Rotondi: «Il monito non va mai riferito a una persona, la tradizione vuole che sia rivolto alla generalità dei cittadini». Vedi: Il Fatto Quotidiano, «Ma Bagnasco non parlava di Berlusconi».

Per non parlare dell’uscita di monsignor Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto, che aggiunge la sua chicca omofoba: «Credo che l’omosessualità praticata sia un peccato gravissimo e contro natura, peggiore di chi va con l’altro sesso. Alla luce dei fatti, senza stilare classifiche, Vendola pecca molto più di Berlusconi». Non dimentichiamo, infatti, che Vendola è cattolico. Vedi: Il Giornale, «E il monsignor pro Cav attacca Vendola: lui pecca più di Silvio».

Ecco qua: tutti nello stesso calderone.

Ma Bagnasco parlava di Berlusconi o no?

Né sì e né no. Ha semplicemente alzato il tiro. Infatti Gianni Letta si prepara a trattare. Scommettiamo?

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Berlusconi: chi di massa ferisce di massa perisce

Ieri – l’abbiamo visto – i media puntavano su una intercettazione inutile come notizia (non c’era nulla di nuovo), ma utile a vendere di più.

Oggi invece, vivaddio, le prime pagine sono più interessanti: puntano sui numeri, sulla quantità.

Centomila intercettazioni  Silvio, arrenditi!

«Centomila intercettazioni» (Corriere, Repubblica), «Trenta ragazze per il premier» (La Stampa), «Tutte le escort» (Repubblica) mettono Berlusconi «sotto scacco» (Il Riformista), lo fanno «prigioniero» (L’Unità), lo mettono sotto assedio, gridandogli: «Silvio, arrenditi. Sei circondato» (Libero).

Credo che il sistema dei media italiano, nel suo insieme, abbia finalmente colto il punto: Berlusconi sta finendo per quantità, non per qualità.

L’amore degli italiani per Berlusconi ha resistito dopo Noemi (aprile-maggio 2009) e dopo Patrizia D’Addario (giugno 2009): secondo un sondaggio che Ipr Marketing faceva per Repubblica nel giugno 2009 (nel bel mezzo del caso D’Addario) gli italiani che avevano «molta/abbastanza fiducia» in lui erano ancora il 49%. All’epoca sondaggi più favorevoli lo davano addirittura oltre il 60%.

L’amore degli italiani ha preso uno scossone dopo Ruby (ottobre-novembre 2010): sempre per Ipr, gli italiani «molto/abbastanza» fiduciosi in lui erano il 35% nel novembre 2010. Ma è stata più una faccenda di accumulo graduale, che di sconvolgimento per la sola Ruby.

Poi, nel 2011, il calo è stato sempre più rapido, fino ad arrivare al dato che Ipr Marketing ha pubblicato ieri: i «molto/abbastanza» fiduciosi sono ormai solo il 24%. Ma è stata più l’incapacità di Berlusconi nel gestire la crisi economica, che il turbamento per la sua vita privata. (Trovi tutti i sondaggi su Sondaggipoliticoelettorali.it.)

O meglio: le due cose assieme hanno fatto calare la fiducia degli italiani, la questione morale da sola non ce l’avrebbe mai fatta.

Perché è così che funzionano gli italiani: per uno scandaletto solo non si turbano più di tanto (siamo uomini e donne di mondo, no?). Specie se il protagonista dello scandalo è il leader che più amano da 17 anni. Ma a lungo andare, se gli scandali si ripetono, ma soprattutto, se ci si mette pure la scontentezza per come lavora, be’, allora sì.

Un po’ come una moglie che sopporta i tradimenti del marito: devono essere molti, ravvicinati e smaccati, perché lei si stufi e chieda la separazione. Specie se il marito è ricco e lei no. Se poi porta pure a casa meno soldi, allora la pazienza va via prima. L’immagine è sessista, ma pure l’Italia lo è. Dunque è adatta.

Vista in termini di comunicazione: Berlusconi sta vivendo una specie di contrappasso. Lui, che è stato il più abile di tutti, in Italia, a gestire la comunicazione di massa (televisione, stampa, pubblicità), è ora affossato da ciò che più conta nella comunicazione di massa: i numeri, la quantità.

Non uno, non due o tre, ma cento, mille, centomila intercettazioni e scandali lo elimineranno dalla scena politica.

La quantità con Berlusconi funziona, ne sono certa. Lentamente, ma funziona.