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Quando Twitter fa torto alla conferenza

Twitter è prezioso per molti scopi che sappiamo – e che sanno in molti, visto che il social network ha ormai circa 200 milioni di utenti nel mondo. È utilissimo ad esempio per condividere con i propri followers letture, video, immagini, brani musicali che ci piacciono e ci sembrano interessanti, senza perderci troppo tempo con analisi e commenti.

Come ogni tecnologia, però, ha i suoi effetti perversi.

Uno di questi emerge durante le conferenze: Tizio e Caio siedono nel pubblico e, mentre ascoltano, twittano frasi e parole che li colpiscono. O usano Twitter per prendere appunti e ricordarsi, un domani, ciò che hanno ascoltato alla conferenza.

In questo caso l’intenzione è generosa (condividere con altri i propri appunti), la conferenza magari è interessantissima e l’ascoltatore che twitta intelligente, serio e preparato, ma il risultato su Twitter un po’ fa ridere e un po’ fa venire il dubbio che i partecipanti alla conferenza (inclusi gli ascoltatori) si siano tutti bevuti il cervello. 🙂

È quello che è accaduto ieri durante la conferenza organizzata alla Triennale di Milano per il lancio di La Vita Nòva, il magazine del Sole-24 Ore progettato per iPad: i relatori e il pubblico erano di tutto rispetto (e lo dico con cognizione di causa, perché molti li conosco di persona), ma le frasi che sono apparse su Twitter si commentano da sole.

Ecco un paio di screen shot che ho preso ieri su Twitter, mentre seguivo l’evento on line (clic per ingrandire). 😀

Twitter Screen Shot 1

Twitter Screen Shot 2

 

 

Il social media marketing che guarda avanti

Mentre in Italia gli stereotipi sui social media insistono a collegarli ai ragazzini, cioè ai maschi adolescenti e postadolescenti, il mondo va da un’altra parte.

A dire il vero anche in Italia l’uso dei social media da parte delle donne e delle persone over 40 è in continuo e rapido aumento, ma tant’è: gli stereotipi se ne fregano.

Hanno invece le idee chiare le aziende americane. Alla fiera Ad:Tech di New York, dov’ero all’inizio di novembre, gli espositori offrivano servizi di social media a tutte le aziende, di tutte le dimensioni e tutti i settori merceologici.

Quanto agli stereotipi, un solo esempio basta a chiarire in che direzione guarda il marketing dei social media più avanzato.

«Marketing forward» era la headline che campeggiava nello stand della multinazionale Experian. E queste erano le immagini (clic per ingrandire):

Marketing Forward 1

Marketing Forward 2

10 cose che i social media non possono fare

Sul blog di B.L Ochman, affermata consulente newyorkese di internet marketing, ho trovato un fantastico decalogo, mirato a sfatare alcune ingenuità che affliggono il chiacchiericcio mediatico (e aziendale e politico) sui social media.

Traduco liberamente (e riassumo) le «10 things social media can’t do» secondo B.L Ochman:

1. Sostituire una strategia di marketing. Una campagna su Twitter o un profilo Facebook per annunciare le migliori offerte settimanali della tua azienda non sono una strategia di marketing.

2. Avere successo se dietro non ci sono manager capaci di entrare in relazione col cliente. I social media richiedono disponibilità ad ascoltare i clienti, a entrare in relazione personale con loro, a fare cambiamenti in base al feedback che forniscono.

3. Essere visti come un progetto a breve termine. I social media comportano un impegno di innovazione e sperimentazione a lungo termine.

4. Produrre in fretta risultati significativi e misurabili. Come le PR, il marketing basato sui social media spesso produce i risultati migliori dal secondo e terzo anno in poi, non prima.

5. Essere «fatti in casa». Una campagna di social media va integrata in un piano di marketing più ampio e complesso, che include la pubblicità, internet e le PR. Oggi i migliori esperti di social media hanno almeno 10 anni di esperienza fra forum, blog, e altri ambienti di interazione e produzione di user generated content sul web.

6. Rinfrescare velocemente l’immagine o riparare la reputazione danneggiata di un’azienda. I social media producono risultati veloci solo nel caso di aziende che sono già note e solide fuori da Internet.

7. Essere realizzati senza un budget realistico. Costruire un sito che comprenda interattività, user generated content e magari e-commerce, costa denaro, tempo e risorse, anche se si usano strumenti in parte gratuiti (come WordPress), che vanno comunque integrati in un sito complesso e nelle altre attività di marketing dell’azienda.

8. Garantire automaticamente vendite o influenza. Dopo aver costruito un ambiente di social networking, bisogna sapere come attirare visite e attenzione su quell’ambiente.

9. Essere realizzati da «ragazzini» che conoscono i social media in quanto «nativi digitali». Le aziende che cercano di costruire social media senza consulenti esperti sprecano tempo, denaro e reputazione.

10. Sostituire le PR. Per quanto siano meravigliosi il tuo blog o la tua strategia su Twitter, avrai comunque bisogno di farti conoscere. O finirai come un albero che cade nella foresta e nessuno lo sente.

QUI il post originale di B.L Ochman.

 

L’ossessione per la faccia

L’azienda californiana Particle scommette che i cosiddetti «status» di Twitter e Facebook funzionino meglio se accompagnati da un’immagine.

Dunque ha creato Robo.to, un sito che permette di pubblicare video di quattro secondi come «status». I microvideo possono essere caricati da una webcam o dal cellulare, e completati con un breve testo. In aggiunta, il sito permette di associare dati personali ai video, per costruire una sorta di biglietto da visita on line. Con i soliti problemi di privacy a cui un servizio del genere va incontro. (Ne abbiamo più volte parlato nella serie «Vita da Facebook». Ad esempio QUI.)

Ma cosa metti in quattro secondi? La tua faccia, naturalmente. Per mostrare al mondo cosa provi in quel momento: allegria, perplessità, noia… Smorfie varie.

Una faccina in carne e ossa, insomma.

Col che, si conferma l’ossessione del «metterci la faccia» che affligge la comunicazione odierna: dalla pubblicità alla politica, dai movimenti di protesta ai social network. Ne avevo già parlato QUI e QUI, in cerca di tesi sull’argomento (sono arrivate solo in parte, forza!).

Sembra che pure Justin Timberlake «metta la faccia» tutti i giorni in Robo.to, per aggiornare i fan sul suo stato emotivo minuto per minuto. Ciò nonostante il servizio, lanciato in agosto, è fermo a 100.000 iscritti, cioè non decolla (leggi cosa ne dice il New York Times).

Scommettiamo che non funzionerà? Guarda che roba: sembrano le foto animate dei film di Harry Potter… Che le persone si stiano finalmente stufando di metterci la faccia?
🙂

Vita da Facebook 8 – Facebook Manners

Trovato grazie a Giorgia. Per sorridere e riflettere.

«Do you have good Facebook manners? Timmy and Alice don’t. Watch their bad behavior to learn the dos and don’ts of Facebook breakups. “Responsible Relationships and You” is a production of www.YourTango.com»

Vita da Facebook 7 – A cosa stai pensando?

Da qualche giorno Facebook ha cambiato interfaccia per l’ennesima volta. Le trasformazioni più importanti – che molti ancora non gradiscono, come si vede dai gruppi di protesta – riguardano la home, riorganizzata per facilitare la vita di coloro che hanno molti «amici», perché permette di spiarli meglio dividendoli in gruppi. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Il cambiamento su cui oggi mi soffermo è solo in apparenza un dettaglio: lo spazio che si chiamava «Status» ora si intitola «A cosa stai pensando?» («What’s on your mind?»), con una domanda che ricorda il tormentone fra morosi a cui nessuno sa mai come rispondere, se non mentendo o dicendo la prima cosa che passa per la testa.

In realtà il cambiamento tocca una funzione fondamentale degli scambi umani, quella che il linguista Roman Jakobson chiamava la «funzione fática» del linguaggio: si dicono cose («Come stai?», «Bella giornata!» e simili) che sono irrilevanti per contenuto, ma cruciali per mantenere il contatto con l’altra/o, verificare che il canale di comunicazione sia ancora aperto e l’altra/o ci degni della sua attenzione. Un po’ come gli «mhm» e gli «eh» che accompagnano le conversazioni telefoniche: in loro assenza, ci viene il dubbio che sia caduta la linea.

A proposito di questa funzione, Mark Zuckerberg – il giovanissimo inventore di Facebook, ora CEO miliardario dell’azienda omonima – in un’intervista di alcuni mesi fa, aveva parlato di «emotional feed»: grazie a Facebook, diceva, le persone invieranno e riceveranno sul loro computer o cellulare aggiornamenti continui sugli stati emotivi propri e dei loro «amici».

Questa è la mission di Zuckerberg – dal mio punto di vista, una delle chiavi del suo successo – ora finalmente esplicita nella domanda «A cosa stai pensando?».

Questo è uno stralcio dell’intervista, rilasciata via instant messenger a Alex French per GQ:

Alex: How’s things?
Mark: There’s this definite evolution happening. Where the first part of the social web was mapping out the social graph. And the second phase is now mapping out the stream of everything that everyone does. All of human consciousness and communication.
Alex: Imagine if you could broadcast people’s emotions into a feed?
Mark: I think we’ll get there.
Alex: So how are you going to map all of human consciousness and communication?
Mark: We don’t map it directly. We give people tools so they can share as much as they want, but increasingly people share more and more things, and there’s this trend toward sharing a greater number of smaller things like status updates, wall posts, mobile photos, etc. A status update can approach being a projection of an emotion.
Alex: That’s what I use it for.
Mark: So it’s not so crazy to say that in a few years people will be doing a lot more of that. It takes time for people to be comfortable sharing more and for the social norms to change.

(Alex French, «Boy genius of the year».)

Meno mail, più social network

Copio e incollo dal Corriere del 10 marzo una notizia, che a sua volta traduce e sintetizza una indagine Nielsen, che puoi scaricare da QUI.

Cosa pensi della tendenza di cui parlano? Ti senti rappresentata/o?

I SOCIAL NETWORK «OSCURANO» L’EMAIL

Due terzi degli utenti della rete sono membri di comunità online. Mentre la posta elettronica perde popolarità

Che i social network, più che essere un fenomeno, stessero diventando «il fenomeno» della rete si era intuito ormai da tempo, tanto da far parlare gli esperti di «generazione Facebook» e teorizzare la nascita di un’altra identità per tutti coloro che comunicano e stringono amicizia utilizzando le pagine personali online. La rete di seconda generazione sta galoppando a una velocità impressionante e Facebook sta guidando la corsa che, inevitabilmente, va a scapito della vecchia mail, ormai considerata da molti superata e penalizzata dall’ingombrante fenomeno dello spamming.

I NUMERI DELL’UTENZA ONLINE – Le community dei social network hanno attratto nel 2008 globalmente il 67 per cento dei navigatori, contro al 61 per cento del 2007, con un incremento del 5,4 per cento in un solo anno. Lo rivela l’ultimo studio di Nielsen, che ha analizzato le abitudini online in nove Paesi, Italia compresa: nel corso dell’anno passato blog e social network hanno attirato un maggior numero di utenti rispetto alla mail e Facebook da solo viene visitato ogni mese da 3 persone ogni dieci utenti online.

I PAESI PIÙ IN CRESCITA – In Italia i social network hanno fatto un balzo del 9 per cento, con il doppio del tempo trascorso sui siti di seconda generazione rispetto al 2007. Il Paese che vanta invece la più alta penetrazione in assoluto è il Brasile, con l’80 per cento dell’utenza della rete che nel 2008 ha frequentato blog e siti come MySpace o Facebook e un minuto ogni quattro spesi online destinati alle applicazioni 2.0. Del resto la nazione sudamericana già nel 2007 vantava una percentuale altissima di visitatori di social network o blog (il 78 per cento).

Tra i Paesi in cui questo tipo di applicazioni web sono cresciute a ritmo più vertiginoso troviamo la Gran Bretagna, con il 69 per cento dei frequentatori della rete, un incremento rispetto al 2007 del 10,3 per cento e un minuto ogni sei trascorsi online destinato a siti del genere. Il tasso di crescita più alto è della Germania, con un balzo del 12,5 per cento in quanto a popolarità del social networking, nonostante in termini assoluti gli utenti tedeschi che si possono definire membri di comunità siano solo il 51 per cento dell’utenza del web. Il social networking sta diventando la quarta categoria più popolare online, preceduta dai motori di ricerca, i portali e i software e seguita dalla posta virtuale. Va segnalata infine l’importanza della telefonia mobile: in Inghilterra il 23 per cento degli abitanti approda a Facebook e simili direttamente dal cellulare.

Emanuela Di Pasqua
Corriere della sera, 10 marzo 2009

Per tua comodità, ecco la tabella Nielsen da cui hanno estrapolato i dati.

tabella-nielsen-su-social-networks
Changing share of time accounted for by “Member Community” Web sites across 2008. From Dec. ‘07 to Dec. ‘08 the global share of time accounted for by “Member Communities”’ increased by 38 percent – from 6.7 percent to 9.3 percent.