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Elevator music

L’espressione “elevator music” (o “lift music”) si riferisce a quegli arrangiamenti strumentali di celebri brani melodici che si sentono in sottofondo nei centri commerciali, negli aeroporti, nelle toilette pubbliche e negli ascensori, appunto. Il termine è usato spesso in senso dispregiativo, per indicare una musica orecchiabile e facile.

Con questo titolo Serdar Ferit, giovane regista e scrittore britannico, ha realizzato un video molto suggestivo – presentato durante il Pangea Day – che induce a riflettere sulle barriere fra generazioni, etnie, sottoculture, media vecchi e nuovi.

Sottocultura accademica

In sociologia e antropologia una sottocultura (o subcultura) è un gruppo di persone che si differenziano dalla cultura più ampia di cui fanno parte, perché sono accomunate da credenze e visioni del mondo, che di solito (ma non necessariamente) ruotano attorno alla stessa etnia, classe sociale, appartenenza di genere, età anagrafica, oppure allo stesso credo religioso o politico.

Una sottocultura si riconosce in simboli, rituali e pratiche (semiotico-linguistiche, estetiche, religiose, politiche, sessuali) che esprimono valori ben distinti da (e a volte contrapposti a) quelli della cultura da cui la sottocultura tende a smarcarsi.

Il senso comune attribuisce al termine “sottocultura” anche un significato dispregiativo, secondo il quale è un «complesso di valori e di modelli culturali degradati, deteriori e massificati, spec. con riferimento a frange marginali della società urbane» (De Mauro Paravia).

Detto questo, ecco cosa Henry Jenkins dice a proposito delle attuali università occidentali, dopo aver definito la «produzione teorica accademica» come una «pratica sottoculturale tra le molte possibili», «dotata di linguaggio, obiettivi e sistemi di circolazione tutti propri»:

«Sicuramente l’accademia possiede preziosi livelli di competenza che sono necessari in una varietà di conversazioni nell’attuale periodo, ma onde diventare mobile, tale competenza deve adottare un linguaggio che non parli soltanto agli altri accademici, ma a un pubblico più ampio. Ciò significa ripensare la retorica accademica. E significa riconoscere l’esistenza di altri tipi di competenza capaci di portare qualcosa al tavolo della conversazione… Il problema è che il mondo accademico si è tagliato fuori da quei dialoghi di cui dovrebbe fare parte.»

(Henry Jenkins, Fans, Bloggers, and Gamers. Exploring Participatory Culture, New York University Press, 2006; trad it. Fan, Bloggers e Videogamers. L’emergere delle culture partecipative nell’era digitale, Franco Angeli, Milano, 2008, p. 114 e p. 135).

È con la sottocultura accademica che spesso mi arrabbio.