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Renzi: addio alla rottamazione?

Di recente molti esponenti del Pd che un tempo erano lontani da Matteo Renzi, o almeno tiepidi nei suoi confronti, si stanno schierando a suo favore. Altri sono in rapido avvicinamento. Questa è la mappa disegnata oggi da Repubblica (clic per ingrandire): Continua a leggere

Sono a “Libri come”, il Festival del Libro e della Lettura di Roma

Libri come

L’anno scorso, di questi tempi, presentavo SpotPolitik. Quest’anno, fra le varie cose (lezioni, interviste: faccio cose e vedo gggente), domani alle 12.00 partecipo a questa tavola rotonda: 🙂 Continua a leggere

Parentopoli e #tengofamiglia nei partiti: anche questa è comunicazione

Ho scritto un libro intero (SpotPolitik) per dimostrare che la comunicazione politica non va ridotta a semplici (ammesso che lo siano) questioni di grafica, estetica fotografica e affissioni più o meno ben (più spesso mal) riuscite. Eppure…

Un esempio di questi giorni. Se un partito inserisce nelle sue liste candidati e candidate “parenti di” (figli di, mogli di, cognati di ecc.), e lo fa in questo momento storico in Italia, be’, sta comunicando qualcosa di molto preciso ai suoi elettori: non siamo cambiati e non abbiamo intenzione di farlo. Alla faccia delle dichiarazioni e delle promesse. Alla faccia vostra.

Parentopoli

Leggi in proposito l’articolo di Marina Terragni oggi sul suo blog. Leggilo per intero. Stralcio qui solo il pezzo che riguarda il Pd, le donne e l’annosa questione delle cosiddette “quote rosa”. Sui casi singoli menzionati da Marina non mi pronuncio, perché – a parte i più noti a livello nazionale – non li conosco.

«Che un partito che si dichiara progressista come il Pd non metta un fortissimo impegno in questa direzione è cosa grave: il Comitato dei Garanti  – Francesca Brezzi, Luigi Berlinguer, Francesco Forgione, Mario Chiti – che sta vagliando le candidature dovrebbe occuparsene con il necessario rigore, portando alla luce i mugugni della base e dando una prova di trasparenza che aumenterebbe i consensi. Cose di questo genere capitano solo nei paesi arretrati, e li mantengono tali.

Del resto l’ottimo Codice Etico del Pd, che fa riferimento spesso alla questione “parenti e affini”, dice espressamente che “ogni componente di governo, a tutti i livelli, del Partito Democratico si impegna a: non conferire né favorire il conferimento di incarichi a propri familiari” e che gli eletti o gli aventi incarichi nel partito “rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite”.

Quanto alle donne: è pur vero, qualcuno dice, che quando si applicano quote “rosa” – mi scuso per dirlo in modo così orribile – come nel caso di questa tornata elettorale, è facile che entri una percentuale di mogli e figlie “segnaposto”. Capita anche nei cda costretti ad aumentare la partecipazione femminile. Sono gli uomini a decidere, e si sentono più tranquilli a candidare “donne di”, scelte per ragioni dinastiche: gli pare così di non sprecare una posizione e di poterla più efficacemente controllare. Perché le donne in gamba, si sa, hanno il difetto di ragionare con la propria testa.»

Il Pd, la grafica e la zuffa nel cortile

È disarmante il putiferio che si è scatenato in rete – su questo blog e altrove – dopo il mio post sui manifesti del Pd.

Disarmante constatare che, per difendere sei tavole in formato manifesto (ancora non so se andranno in strada o no), alcuni sedicenti grafici e aspiranti grafici scrivano palesi sciocchezze e lo facciano non solo con arroganza, ma con toni anche offensivi nei miei confronti.

Approfittano del fatto che non userei mai per esibizione personale e umiliazione altrui le inevitabili asimmetrie di competenza che mi separano, almeno nel mio settore, da chi ha letto, studiato e fatto meno di me, se non altro perché ho la fortuna di fare un mestiere che mi permette di studiare (e mettere alla prova ciò che ho studiato) tutti i giorni. Men che meno mi accanirei, per etica professionale, con chi è molto più giovane di me. Dunque non lo farò con loro, e in questo senso mi sono ritrovata «disarmata»: non uso armi contro i più deboli, anche se strillano e scalciano.

Combattimento di galli

Ma è stato ben più disarmante per me capire una volta di più che dalla SpotPolitik il Pd non riesce più a uscire, anche se cambia consulenti. L’ho detto e scritto tante volte ormai: la SpotPolitik è la politica che fraintende sistematicamente la comunicazione come se fosse solo una questione di estetica, di grafica o di cerone per andare in tv. E non fosse invece, come dovrebbe essere, capacità di entrare in relazione con le necessità e i problemi concreti dei cittadini e delle cittadine.

Grafica, invece. È stato questo l’oggetto della zuffa in rete: chi cita Steiner, chi Kandinskij, chi l’insegnamento di maestri italiani che, poveretti loro, non ha mai ben digerito. Chi parla di contaminazione, citazione, sperimentazione. Pastiche e non pasticciaccio, insomma.

Ma la comunicazione di un leader che voglia davvero vincere le primarie (o Bersani non vuole vincerle?), la comunicazione di un partito che voglia vincere le prossime elezioni (o il Pd non vuole vincerle?) deve arrivare alla testa, al cuore e alla pancia (sì, la famigerata «pancia», perché è con quella che si mangia) di un numero di persone sufficiente a vincere. Tante, moltissime persone, masse di persone. Per questo deve essere il più possibile semplice, diretta e chiara. Chiarissima.

Certo, è soprattutto un problema di contenuti, programmi e valori, come si è detto più volte. Perché la grafica e l’estetica nulla possono se quelli sono confusi, vaghi, finanche contraddittori. Ma di contenuti, programmi e valori si è parlato poco e niente nella zuffa da cortile. E men che meno se ne parlerà in futuro se il Pd e i suoi consulenti si ostineranno a girare in tondo con riferimenti più o meno dotti (e più o meno sbagliati) di cui alla maggioranza degli italiani e delle italiane, che pure voterebbero a sinistra, non potrebbe fregare meno. Specie in tempi di crisi.

Confusa e felice

Oggi sull’Espresso la “Bustina di Minerva” di Umberto Eco parte da SpotPolitikGrazie, mio insostituibile e ineguagliabile maestro. Clic per ingrandire:

Eco Bustina di Minerva 8 giugno 2012

Quattro chiacchiere su SpotPolitik con Eco e Testa

Domani alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2 a Milano, alle ore 18:30, ho l’onore e il piacere di chiacchierare di SpotPolitik con Umberto Eco e Annamaria Testa. Clic per ingrandire:

SpotPolitik presentazione a Milano

Colgo l’occasione per raccogliere qui tutte le recensioni, segnalazioni e interviste che il libro ha ottenuto finora, su carta e on line, ringraziando ancora una volta chi mi ha dedicato tempo e attenzione.

Sulla carta (in ordine cronologico decrescente):

Il Mondo, 25 maggio 2012, Antonio Calabrò “Questa pazza, pazza politica”

La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 aprile 2012, Gino Dato “Dimmi come parli e ti dirò che politico sei”

Repubblica, 25 marzo 2012, Luca Sancini “Errori e orrori dei politici in tv”

Europa, 17 marzo 2012, Roberto Fagiolo “Perché la casta non sa comunicare”

Repubblica, 13 marzo 2012, Anais Ginori “Uomini che copiano le donne”

Repubblica, 3 marzo 2012, Giovanni Valentini “Quando le donne non fanno notizia”

Corriere della sera, 2 marzo 2012, Maria Antoniettà Calabrò “McLuhan aveva torto: nei discorsi dei politici serve più sostanza”

On line (in ordine cronologico decrescente):

Blog Adci (Art Directors Club Italiano), 6 giugno 2012, Massimo Guastini “Giovanna Cosenza ‘one of us'”

Server Donne, 28 maggio 2012, “SpotPolitik. Marzia Vaccari intervista Giovanna Cosenza” (video)

Nybramedia, 19 maggio 2012, Armando Adolgiso “Intervista su SpotPolitik”

Il corpo delle donne, 5 maggio 2012, Lorella Zanardo “Votate domani? Leggete SpotPolitik!”

Spinning Politics, 22 aprile 2012, Walter Di Martino “Oltre la SpotPolitik”

Tafter Cultura e Sviluppo, 17 aprile 1012, “Recensione a SpotPolitik”

Lipperatura, 30 marzo 2012, Loredana Lipperini “Ciao, casalinga leccese”

Il mestiere di scrivere, 26 marzo 2012, Luisa Carrada “SpotPolitik: se la conosci la eviti”

Nybramedia, 16 marzo 2012, Armando Adolgiso “Recensione a SpotPolitik”

Valigia Blu, 14 marzo 2012, Matteo Pascoletti “SpotPolitik. Perché la ‘casta’ non sa comunicare”

Nuovo e utile, 8 marzo 2012, Annamaria Testa “La destra, la sinistra, il web e una bella storia cominciata su NeU”

Nazione Indiana, 7 marzo 2012, Orsola Puecher “SpotPolitik di Giovanna Cosenza”

Il Comizietto, 5 marzo 2012 “Recensione a SpotPolitik di Giovanna Cosenza”

Come si spiega il successo di M5S?

È appena uscita un’intervista su SpotPolitik per il sito Nybramedia.it, curato da Armando Adolgiso, che fra l’altro recensisce libri. La riprendo qui perché in parte risponde a quanti da ieri mi chiedono di commentare il successo del Movimento 5 Stelle: se segui il ragionamento che ho fatto con Armando, arrivi anche lì. Ma ci torneremo. Ecco intanto lo stralcio più pertinente dell’intervista. Il resto è QUI.

Movimento 5 Stelle

Rispetto al tempo in cui la comunicazione politica (allora detta “propaganda”) era affidata ai manifesti e ai comizi stradali, che cosa è cambiato con l’avvento della tv?
La risposta a questa domanda si legge in tutti i manuali di comunicazione politica: con la televisione, si dice, la politica si è spettacolarizzata e personalizzata. Il che vuol dire che la politica ha cominciato a seguire le regole che servono a catturare audience in televisione, facendosi rappresentare dai personaggi più capaci di “bucare lo schermo” e mescolandosi all’intrattenimento e al gossip. È la televisione che mette i politici a fianco dei personaggi dello spettacolo e premia – in termini di audience, ma anche di voti – coloro che sono più capaci di fare a loro volta spettacolo, con le performance televisive, ma non solo: anche con la vita privata, che è sempre più spesso sottoposta allo scandaglio del gossip mediatico.
E che cosa è poi successo con la Rete e i nuovi media?
La rete moltiplica i palcoscenici che ogni politico ha a disposizione per comunicare con i cittadini e le cittadine. Se prima c’erano solo i comizi di piazza, le dichiarazioni alla stampa e le ospitate nei vari programmi televisivi, ora il politico e il suo staff devono occuparsi – oltre che dei media tradizionali, che non sono certo scomparsi né a breve spariranno – anche del profilo Facebook, del’account Twitter, del canale YouTube, del forum, del sito web del partito e così via. Inoltre su ciascuno di questi palcoscenici il leader deve parlare coi cittadini ponendosi sempre in relazione uno-a-uno, e non uno-a-molti come nei media tradizionali. Su Internet, e in particolare sui social media, oggi si “conversa”, non si fanno discorsi dal pulpito. Chiaro che l’esplosione di mezzi rende ancora più difficile il lavoro già difficile del comunicare.
È possibile, aldilà del medium usato, identificare il principale errore, quello più comune, in cui incorrono i politici italiani?
Purtroppo in Italia tutti i politici fraintendono il concetto di comunicazione: come se per comunicare bastasse scegliere uno slogan generico, due colori per il logo e qualche foto per le affissioni. Come se fosse solo una questione di estetica superficiale e scelta grafica. O di cerone per andare in Tv. Invece comunicare è la cosa più importante per ogni essere umano, perché significa entrare in relazione con altri esseri umani. E in politica significa entrare in relazione con i cittadini e le cittadine, gli elettori e le elettrici. Questo sarebbe “comunicare” nel senso più alto e pieno della parola. Cosa che i politici italiani sono ben lungi dal capire, e questo vale per tutti, indipendentemente dal partito o schieramento e dai media che usano. È per questo che oggi si parla tanto di “casta”, che è per definizione chiusa e autoreferenziale.
Nel tuo libro SpotPolitik, non risparmi nessuno dei politici notando in tutti loro tanti tic e difetti.
Eppure, molti sostengono, che Berlusconi sia un grande comunicatore (anche se tu ne rilevi alcune cadute, specie in questi ultimi anni).
Ti chiedo: Berlusconi ha conquistato mente e cuori degli italiani con la sua iniziale comunicazione di marca aziendale oppure gli italiani erano già berlusconiani prima ancora dell’apparire di Berlusconi?
Né l’una né l’altra cosa. Nel 1994 Berlusconi non fece nulla di speciale: semplicemente fu il primo a introdurre anche da noi una commistione fra sistema politico, media, marketing e pubblicità, che negli Stati Uniti c’era almeno dalla metà del Novecento. Inoltre oggi la politica spettacolarizzata e personalizzata non è solo prerogativa italiana, ma accomuna tutte le democrazie cosiddette “mature”, pur in diverse dosi e varianti nazionali. Insomma non c’è nulla di eccezionale nella commistione fra marketing, tecniche pubblicitarie, uso dei media e comunicazione politica. Berlusconi ha conquistato gli italiani per tanti anni sia perché sapeva usare bene questa mescolanza di tecniche e mezzi (o almeno in modo sufficiente a conquistare, di volta in volta, la maggioranza), sia perché con queste tecniche e mezzi riusciva a entrare davvero nella testa, nel cuore e nella pancia, come si dice, dei suoi elettori e delle sue elettrici.
[…]
Altra singolarità di SpotPolitik è costituita dal fatto che pur riconoscendo la grande importanza della Rete, non la ritieni – a differenza di tanti altri autori – sufficiente da sola a risolvere i problemi della comunicazione politica. Puoi, in sintesi, dire perché?
La rete è fondamentale nella comunicazione odierna – non solo politica – ma non è una panacea. Inoltre non dobbiamo pensare, come molti tendono a suggerire, che, ora che c’è Internet, alla comunicazione politica basti buttarsi lì per recuperare il contatto coi cittadini: perché “è il futuro”, perché “così si intercettano i giovani”, perché ci si dà un look di “partito moderno e dinamico” e perché per giunta “costa poco”. La comunicazione politica, oggi più di ieri, va distribuita su una molteplicità di media: dalla televisione, che in Italia continua a essere il mezzo in assoluto più diffuso, alla stampa, dai comizi ai social media. Anzi, la comunicazione uno-a-uno tipica dei social media deve stimolare una rinascita della politica sul territorio: nei quartieri, nei centri sociali, nelle case. Come fece Obama nella campagna con cui vinse nel 2008, e come sta facendo anche ora, nella campagna 2012.

Ecco allora come si inquadra, secondo me, il successo del Movimento 5 Stelle in questa fase: il contatto diretto coi cittadini sul territorio, innanzi tutto, e la rete, pur molto meno di quanto molti chiacchierano, sono i loro mezzi di comunicazione fondamentali. E sono pure il “segreto” del loro successo, perché è proprio di questo che gli italiani sentivano più la mancanza, data l’incapacità pluriennale degli altri partiti.

Nello stesso tempo, la crisi dei partiti, il rigetto diffuso contro la “casta” e la crisi economica sono il contesto di cui M5S si alimenta. Sarà duraturo il loro successo? Molto dipende dal contesto, più che da loro: dalla congiuntura economica nazionale e internazionale, e da ciò che faranno gli altri partiti.