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Come farsi la campagna elettorale in due clic

Ho criticato più volte su questo blog – e in SpotPolitik – il fatto che in Italia sia ormai diffusa un’idea al ribasso della comunicazione politica: come se per comunicare bastasse scegliere due colori per la grafica e qualche foto per i manifesti, e non fosse cruciale – come invece è – entrare in relazione ravvicinata (e possibilmente autentica) con i desideri, i bisogni e i problemi dei cittadini e delle cittadine.

Ebbene, quest’idea becera di comunicazione due-colori-una-foto-e-via è ormai talmente consolidata che qualcuno prova pure a farci business: il sito Novastart (ringrazio Annamaria per la segnalazione), su cui normalmente puoi farti la carta intestata, in occasione delle amministrative ha aggiunto la sezione «Votoclick»:

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Qualcuno obietterà: ma potrebbe pure essere un segnale in direzione contraria. Come dire: «Non dare troppo peso, caro/a candidato/a, a robette di superficie come la grafica e il lettering: quelle le risolve il sito. Tu pensa piuttosto alle cose serie: rapporto con gli elettori, programmi, soluzione dei problemi». Già, potrebbe.

Quattro chiacchiere (e risate) di politica, comunicazione e altro

Martedì sera dala 19 alle 20 sono stata ospite di radiocitta’fujiko, nella trasmissione «Impronte digitali», condotta da Filippo Piredda e Inkiostro.

radiocitta'fujiko

Il pretesto era la presentazione di SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicare, ma si è chiacchierato (e riso) di molte cose: Monti, Obama, il Pd nazionale e locale, la fine di Berlusconi, ma poi anche Alfano, Formigoni, i problemi della comunicazione e dell’uso dei new media in Italia, non solo in ambito politico.

Insomma ci siamo divertiti. Il podcast dura un’oretta, ma ci sono diversi stacchi musicali e la conversazione fila via leggera. La puoi tenere in sottofondo mentre fai altro. Se ti va.

Clicca il link e ascolta: MP3 – Impronte digitali – SpotPolitik

La comunicazione patinata di «Il nostro tempo è adesso»

La rete «Il nostro tempo è adesso – La vita non aspetta» ha lanciato la campagna per la mobilitazione del 19 marzo, al grido di «In piazza contro la precarietà».

Ecco un altro esempio di quella che chiamo SpotPolitik: una comunicazione politica fatta più di immagini patinate e slogan generici che di contenuti concreti e proposte stringenti. È vero che, nel caso di un movimento di protesta, la pars construens è giocoforza meno rilevante della pars destruens. Ma in questo caso:

(1) La grafica coordinata (giallo, nero e tracce di rosso) stride con l’idea stessa di protesta. È come dire di essere poveri e andare in giro griffati: non importa se i pantaloni di marca te li hanno regalati o prestati, il risultato è comunque incoerente e come tale poco credibile (clic per ingrandire).

Precari con immagine coordinata

Striscione «Monotonia portami via»

(2) Le facce dei «nemici» Monti e Fornero sono rese in modo caricaturale (smorfie, rughe in evidenza, sguardi stralunati o luciferini), come si fa in ogni protesta che si rispetti. Ma stavolta la caricatura passa da fotografie in primo o primissimo piano, che inducono a concentrare l’attenzione più sui soggetti fotografati che sull’intervento di chi ha scelto (e/o fotoritoccato) quegli scatti. È come se i manifesti ci dicessero: «Guarda quanto sono brutti, combattiamoli per questo». In altre parole: una caricatura disegnata a mano mette in rilievo l’abilità del caricaturista, la sua capacità di mostrarci tratti del soggetto caricaturizzato a cui non avevamo pensato; una fotografia impietosa ci fa pensare alla bruttezza fisica del soggetto ritratto: chiunque, se fotografato nel momento storto, può apparire orrendo, ma che senso ha evidenziare – per protesta – le rughe, le macchie e il naso di un ministro o un presidente del consiglio? Non sarebbe meglio scegliere altre immagini per protestare contro questo e quel provvedimento, spiegando in tre parole perché? (Clic per ingrandire.)

Fornero reddito minimo garantito

Monti flessibilità

3) Ostentare rughe e macchie di qualcuno vuol dire sottolinearne anzitutto la vecchiaia: non a caso «Il nostro tempo è adesso – La vita non aspetta» si autodefinisce come una «rete di realtà giovanili» e la battaglia pare soprattutto generazionale, anche se si dicono pure dalla parte dei «padri» precari o senza lavoro.

Ho più volte spiegato, QUI e altrove, perché diffido oggi in Italia delle bandiere generazionali: se va bene sono vuota demagogia (si difendono i giovani solo a parole), se va male implicano scegliere le persone «in quanto giovani» e non in quanto preparate, serie, competenti, oneste; o dimenticare che i problemi del paese non riguardano solo i 15-24, gli under 30 o under 40 a seconda di chi si definisce «giovane», ma fasce di popolazione anagraficamente trasversali.

Inoltre, la coerenza di un uomo e una donna di governo vanno misurati sulle loro azioni, non sull’età che hanno, come suggerisce questa immagine (clic per ingrandire):

Monti 68 anni

Bersani, il treno e la «Destinazione Italia»

Da alcuni giorni sulla pagina Facebook di Pier Luigi Bersani e sul sito del Pd (in una sezione apposita) appare questa immagine:

Bersani, Destinazione Italia

È da tempo che – pur sollecitata – non dico nulla sulla comunicazione del Pd: dal «Rimbocchiamoci le maniche» in poi, parlar male delle immagini e degli slogan che negli ultimi anni il Pd ha prodotto a raffica è diventato uno sport nazionale, tanto che aggiungermi al coro mi pare quasi di cattivo gusto, un po’ come sparare sulla Croce rossa.

Ho taciuto di «Ti presento i miei», per esempio, con Faruk, Eva e gli altri. Ma non riesco a tacere della campagna «Destinazione Italia», con cui il Pd presenta il: «progetto “Destinazione Italia” che vedrà Bersani e i dirigenti del Pd impegnati in un tour del Belpaese per discutere dei problemi seri delle persone e per avanzare risposte alla crisi», come si legge sul sito.

Ora, a parte gli elettori del Pd più convinti e i fan di Bersani più accaniti, molti restano sgomenti di fronte all’immagine perché:

  1. Bersani è ritratto in treno, solitario e pensoso, mentre guarda fuori dal finestrino. Ma il leader di un partito non viaggia quasi mai da solo, perché ritrarlo così? Inoltre: è preoccupato dopo aver letto i giornali? angosciato per la pesantezza del «tour» che lo attende? triste perché solo?
  2. Dal finestrino non si vede nulla. Ora, non c’è niente di meglio, quando si viaggia in treno e non c’è nulla di urgente da fare, che guardare il paesaggio che scorre. Specie sul nostro territorio, denso di bellezze naturali e artistiche. Perché cancellarlo? Per dar spazio e risalto allo slogan, risposta ovvia. Ma ciò aumenta l’inquietudine sia di Bersani sia nostra che lo guardiamo, e implica fra l’altro che la «Destinazione Italia» coincida col vuoto lattiginoso del finestrino: associazione quanto meno problematica.
  3. Che l’Italia sia per Bersani una «destinazione» implica che lui non ci abiti, ma debba arrivarci. E l’implicito non è certo un complimento né per lui né per il partito che rappresenta: è come dire che quei signori lì non ci «stanno dentro», all’Italia.
  4. Last but not least: negli ultimi mesi le ferrovie italiane sono state spesso al centro di polemiche, vuoi per i tagli dei treni notturni, vuoi per l’infelice campagna con cui Trenitalia ha messo persone di colore negli scompartimenti di quarta classe, vuoi per i vagoni extralusso abbandonati o le proteste contro la Tav sulla Torino-Lione e non solo. Era proprio necessario, di questi tempi, associare l’immagine di Bersani a quella, da più parti contestata, delle ferrovie italiane?

Ecco insomma l’ennesimo esempio di quella che chiamo SpotPolitik: una politica (in questo caso del Pd, ma non solo) che usa in malo modo tecniche pubblicitarie mal digerite. Piuttosto che ottenere questi risultati, meglio evitare affissioni, slogan, banner e compagnia bella, per concentrare tutti gli sforzi comunicativi verso il contatto diretto con le persone, sul territorio e in rete.

PS: questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

SpotPolitik: la prima recensione non si scorda mai

È uscita oggi sul Corriere della sera, firmata da Maria Antonietta Calabrò, che ringrazio, la prima recensione di SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicare, da ieri in libreria.

SpotPolitik cover

Tranquilli: non ammorberò il blog con tutte le recensioni che riceverà il libro e le presentazioni che ne farò in giro. Ma la prima recensione è pur sempre… la prima. Perciò arrossisco mentre la linko, ma insomma eccola: 😀 (clic per ingrandire)

Maria Antoniettà Calabrò, “McLuhan aveva torto: nei discorsi dei politici serve più sostanza”

SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicare

Sarà in libreria dal 1 marzo, ma ieri mi sono arrivate le prime copie: è SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicare, il mio ultimo lavoro con Laterza (Saggi Tascabili, pp. 208).

SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicare

Lo dico subito: anche se sono un’accademica, ho scritto un libro divulgativo, che possono leggere tutti senza rompersi troppo la testa (né qualcos’altro). Parlo dei disastri della comunicazione politica italiana negli ultimi cinque anni (tutta: a destra come a sinistra), tiro le fila di molte discussioni che abbiamo affrontato qui, cerco di inquadrare le singole analisi in uno sguardo d’insieme e provo pure a vedere, alla fine, una luce in fondo al tunnel.

Ecco la quarta di copertina:

Che cos’è la SpotPolitik? È la politica che pensa che per comunicare basti scegliere uno slogan generico, due colori e qualche foto. Quella che riduce la comunicazione a uno spot televisivo. Di SpotPolitik hanno peccato tutti i partiti italiani con pochissime eccezioni. Gli anni dal 2007 al 2011 sono stati i peggiori in questo senso, ma non illudiamoci che sia finita: la cattiva comunicazione potrebbe sommergerci ancora. Riflettere sugli errori del passato può essere utile ai politici, per non caderci ancora; e a tutti noi per scoprire come sia stato possibile accettare (e votare) quella roba.

Ed ecco uno stralcio dei ringraziamenti che riguardano questo blog (per tutti gli altri, che sono molti, bisogna vedere il libro): 🙂

[…] Alle mie studentesse e ai miei studenti passati presenti futuri, perché contraddicono minuto per minuto, giorno per giorno, in aula e fuori, tutti gli stereotipi più sciocchi sui giovani d’oggi che «non sono più come una volta, non sanno più scrivere, non sanno più questo e nemmeno quello».

A tutta la rete e i social media del mondo, perché permettono spazi di libertà, pensiero e relazioni umane una volta impensabili, e tutti i giorni nutrono il mio lavoro e la mia mente.

Ai lettori di Dis.amb.iguando, perché oggi 30 dicembre 2011 il contatore di WordPress dice che in quasi quattro anni ho scritto circa 900 articoli, ma loro hanno aggiunto quasi 13.000 commenti. Grazie soprattutto a Ben, Ugo, Skeight, Il Comizietto, Luziferszorn, Replicant, Zauberei, Donmo, Broncobilly, Attilio, che hanno postato i commenti più lucidi, argomentati e documentati, facendo nascere discussioni a volte accese, ma sempre costruttive e ragionate. Al punto che ormai per me il blog è uno strumento imprescindibile di ricerca. È da lì che viene parte di questo libro. Meglio di così una aca-blogger (academic + blogger) non poteva desiderare. Grazie.