Archivi tag: Stati Uniti

Il linguaggio della crisi economica

Gaël – che ringrazio – mi segnala questo articolo del Sole 24 ore di ieri, sugli eufemismi che la crisi economica ha introdotto nelle imprese americane:

LA CRISI CAMBIA LE «LETTERE» PER I LICENZIAMENTI

di Monica D’Ascenzo

«Dear employee, you are simplified». Suona di certo meglio del celebre «You are fired» che Donald Trump gridava in faccia agli sfortunati partecipanti al reality finanziario «L’apprendista» che ha spopolato sulla tv americana. L’enfasi è diversa, ma la sostanza non cambia: «semplificato» è solo uno dei nuovi termini con cui le imprese americane stanno cercando oggi di addolcire la pillola delle ristrutturazioni aziendali.

Con la recessione che avanza, il problema di come comunicare i tagli al personale è diventato talmente frequente che le società hanno iniziato a creare un nuovo linguaggio per preservare un’immagine positiva nei confronti dei dipendenti e del mercato. Così la scorsa settimana il ceo di American Express, Kenneth Chenault, ha preferito parlare di «re-engineering plan» per annunciare 7mila tagli al personale, pari al 10% della forza lavoro della società. C’è chi invece preferisce «cost improvement plans», cioè piano di miglioramento dei costi che tanto piace agli analisti e agli investitori in Borsa: come nel caso di Rodger Lawson, presidente di Fidelity Investment, quando ha descritto 1.300 tagli in una nota al suo staff.

Ma la lista degli eufemismi continua ad arricchirsi con termini come «rightsizing», letteralmente in finanza la riallocazione delle azioni di un aumento di capitale non sottoscritte. Oppure «reduction in force» o «workforce reduction», riduzione della forza lavoro. Ma anche «streamlining», nel senso di ottimizzazione.

Non manca per altro chi vuole dare all’azione un senso più alto. Lo scorso mese Elon Musk, ceo di Tesla Motors, in un post sul sito della società ha definito i tagli del 10% del team che opera sull’auto elettrica come parte di una «special forces philosophy», ovvero una filosofia di azione rapida. Da eBay preferiscono, invece, parlare di «simplification» (semplificazione) riferendosi a 1.500 posti di lavoro in meno. Le metafore sono comunque varie: Jerry Yang, ceo di Yahoo, in una mail ai dipendenti ha definito i tagli del 10% del personale un modo «to became more fit», per snellire la società. Lo stesso Yang in un’altra occasione aveva parlato di «riallineamento del personale ai risultati».

Coloro che perdono il posto di lavoro poco apprezzano questa ricerca dell’eufemismo giusto, ma i manager ritengono ugualmente indispensabile per il bene della società comunicare al mercato che i tagli fanno parte di un piano e che la situazione è sotto controllo.

Di giorno in giorno si moltiplicano gli annunci di tagli al personale e negli Stati Uniti si è già raggiunto quota mezzo milione di posti di lavoro persi negli ultimi due mesi. Nella sola giornata di ieri hanno superato quota 11mila i licenziamenti annunciati: 2.200 Virgin Media, 1.300 Yell, 900 Volvo, 1.900 Gm oltre i 3.600 di venerdì scorso e 1820 Nokia Siemens. Questo forse si tradurrà anche in un ampliamento del vocabolario usato per l’occasione, di certo non c’è eufemismo che possa consolare quanti si trovano senza uno stipendio e magari con famiglia e mutuo a carico.»

Monica D’Ascenzo, Il Sole 24 ore, 12 novembre 2008

The best campaign team in the history of politics

Ore 23.00 circa, East Coast statunitense (ore 5.00 in Italia): la Cnn, la Fox, la Nbc e l’Abc annunciano ufficialmente che Barack Obama è il 44esimo presidente degli Stati Uniti.

Ore 24.00 circa, Chicago, Grant Park (ore 6.00 in Italia): col viso un po’ tirato per la commozione, Obama sale sul palco assieme alla moglie e le figlie che, dopo aver salutato la folla, lo lasciano solo.

«Hello Chicago! Se c’è ancora qualcuno che dubita che l’America sia il posto in cui tutto è possibile, qualcuno che si chiede se i sogni dei nostri fondatori siano ancora vivi oggi, qualcuno che ancora si interroga sulla forza della nostra democrazia, stanotte ha trovato la vostra risposta…»

Comincia così il discorso di Obama, che durerà più o meno 17 minuti ed entrerà in tutti i libri di storia. Su questo discorso – equilibrato, commovente, perfetto – si spenderanno fiumi di parole e inchiostro. L’unica osservazione che mi pare sensato fare, a caldo, in un blog che si occupa di comunicazione, è questa.

Obama, dopo aver richiamato all’unità, dopo aver gridato al mondo che gli Stati Uniti non sono una semplice «collection of individuals or a collection of red States and blue States», dopo aver reso l’onore delle armi a McCain, annunciando che lavorerà con lui per rinnovare il Paese, dopo aver ringraziato il suo vice Joe Biden, dopo aver dedicato la vittoria alla moglie Michelle, alle figlie Sasha e Malia («vi amo più di quanto immaginiate») e alla nonna Madalyn appena morta…

Ebbene, dopo 5 minuti da quando ha preso la parola, Obama ringrazia David Plouffe, il suo campaign manager e David Axelrod, il suo chief strategist e tutti coloro che definisce gli «eroi di questa campagna», coloro «che hanno costruito la migliore campagna politica nella storia degli Stati Uniti d’America», e a questo scopo hanno composto – come dice senza falsi pudori – «the best campaign team ever assembled in the history of politics».

È proprio mentre ringrazia queste persone che – facci caso – Obama, prima serio, finalmente sorride.

Questo magnifico staff (che nel 2004 già sostenne Obama nella campagna per il Senato) ci ha insegnato come si fa comunicazione politica oggi. Dalle loro lezioni nessuno potrà più prescindere. Ma il loro livello è talmente alto che la cosa più frequente e stupida a cui assisteremo, prevedo, saranno tristi tentativi di imitazione. Come in parte è già capitato.

Un ultimo esempio di quanto sono bravi? La grandezza si vede nelle piccole cose, come sempre.

Ore 07:30 circa (ora italiana): lo staff di Obama invia un sms sul cellulare dei milioni di persone che lo hanno sostenuto. Testo: «Abbiamo appena fatto la storia. Tutto ciò è potuto accadere perché hai dato il tuo tempo, il tuo talento e la tua passione a questa campagna. Tutto questo è accaduto per merito tuo. Grazie. Barack» (fonte: La Repubblica).

Trovi dettagli sul team di Obama su NationalJournal.com, a questa pagina.

Ma ora goditi la prima parte del suo discorso. I ringraziamenti allo staff sono dal minuto 6:35.

American Stories, American Solutions

Ieri Tes – in cui riconosco Cristian, mio brillante ex allievo di master (ciao! 🙂 ) – ha regalato a questo blog una mini-analisi dello spot di 30 minuti “American Stories, American Solutions”, mandato in onda dallo staff di Obama la settimana scorsa. L’intervento di Tes è talmente ricco, che mi pare giusto dedicargli il post d’inizio settimana, ultimo giorno prima delle elezioni americane.

Aggiungo solo un’osservazione, fatta da Piero in una conversazione che abbiamo avuto sullo spot: l’allestimento presidenziale della stanza in cui Obama parla ricorda una vecchia idea di Jacques Séguéla, che già nel 1981 aveva fatto fotografare e riprendere François Mitterand in contesti «presidenziali» prima che fosse eletto. È sempre una mossa efficace, perché conferisce al candidato tutta la forza che proviene dalla certezza di vincere (fra l’altro, lo slogan allora coniato da Séguéla per Mitterand era «La force tranquille»).

Quando gli allievi superano la maestra… 🙂

Ecco l’intervento di Tes:

«Colgo l’occasione offerta dal post della Professoressa Cosenza sulle elezioni americane per analizzare il mega spot (30 minuti complessivi) con cui Barack Obama ha sostanzialmente chiuso la sua campagna elettorale “above the line”.

In primo luogo la collocazione temporale è stata accuratamente scelta: prime time (ore 20 della costa est) di mercoledì (in mezzo alla settimana, quando la gente è prevalentemente a casa), prima dell’inizio delle World Series (le finali del campionato professionistico di baseball).

Lo spot, o meglio, come è stato ribattezzato, l’infomercial è costato, solo per l’acquisizione dello spazio sui maggiori network nazionali, oltre 3 Mil $ ed è stato diretto dal regista documentarista Davis Guggenheim, già premio oscar per An Inconvenient Truth girato insieme ad Al Gore.

La scelta è stata premiata dal pubblico (vedremo poi se anche dall’elettorato), che ha seguito lo spot con indici d’ascolto impensabili per la comunicazione politica: 21,7%, che si concretizza in 33.6 Mil di telespettatori (rilevazioni Nielsen).

L’infomercial è, a mio avviso, una pietra miliare nella comunicazione politica contemporanea, che ne sarà, inevitabilmente, segnata negli anni a venire. Lo spot sarà uno spartiacque di cui non si potrà non tener conto.

Cerco di analizzarne forma e contenuto (velocemente, altrimenti anziché un post mi viene fuori una bozza di tesi).

L’apertura è nel segno del grano, che vuol dire terra e natura, ma anche radici e America profonda (Midwest), il tutto accompagnato dalla voce narrante di Obama che infila subito le parole del sogno americano: ottimismo, speranza e forza.

Subito dopo il candidato democratico fa la sua apparizione in un interno allestito in modo “presidenziale” e parla dello “state of our union”, facendo chiaro riferimento al discorso che il Presidente degli USA tiene davanti al Congresso. In tal modo Obama si presenta al pubblico come se fosse già capo dello stato, tranquillizzando al contempo l’elettorato: l’enormità del cambiamento (un presidente di colore a meno di 50 anni dalle grandi battaglie per i diritti civili agli afro-americani) è presentata in maniera semplice e naturale .

La comunicazione è accuratamente positiva (non attacca in nessun modo Bush o McCain) e ha come obiettivo il ceto medio americano e le questioni economiche, il che è evidente in uno dei primi passaggi di rilievo: “We measure the strength of our economy not by the number of billionaires we have or the profits of the Fortune 500, but by whether someone with a good idea can take a risk and start a new business, or whether the waitress who lives on tips can take a day off and look after a sick kid without losing her job – an economy that honors the dignity of work”.

Ciò è reso ancor più evidente dalla forma stessa del mini-documentario, che ospita le storie di 4 famiglie americane, ognuna centrata su un tema sociale (famiglia, pensione/sanità, educazione, disoccupazione) e ambientate nell’America profonda dei piccoli centri urbani, con un sottofondo musicale che alterna momenti di melò ad altri di energia blues.

Nelle sequenze in cui il candidato si rivolge direttamente ai telespettatori guardando in camera, due sono le cose da notare: lo sguardo sereno che pare “guardare oltre”, verso un futuro meno conflittuale e di maggiore tranquillità economica per il paese (tutt’altra cosa rispetto alla foto elettorale di Veltroni, giustamente criticata su questo blog qualche mese fa) e il testo scritto “d’appoggio” (in sovrimpressione), che potenzia e semplifica il messaggio orale sulle proposte più rilevanti del programma politico di Obama.

Ma la vera e propria chicca dell’infomercial sta nella sua parte finale: la sezione documentaristica dura 27 minuti, ma l’adv si chiude con un’appendice di circa 3 minuti andata in onda in diretta dalla Florida, dove il candidato chiude con enfasi un suo comizio. Scelta assolutamente innovativa che mischia registrato e live, offrendo una forma di comunicazione politica tra la gente (il pubblico realmente presente al comizio) anche quando è in tv, e che riesce a trasmettere un forte senso di immediatezza (assenza di post produzione televisiva), vicinanza (il pubblico intorno) e comunanza tra leader e popolo (quando il candidato chiude con enfasi il suo discorso, la folla risponde aumentando il volume della propria approvazione sonora) che non ha precedenti nemmeno nell’evoluta comunicazione politica a stelle e strisce.

Ciò porta a pensare che anche sui media tradizionali si sia imposta una forma di comunicazione più orizzontale e meno verticale, e quindi più democratica e coinvolgente, ma anche più umana, come dimostrano le ultime parole del documentario (prima del passaggio alla parte live): “I’m reminded every single day that I am not a perfect man. I will not be a perfect president. But I can promise you this – I will always tell you what I think and where I stand. I will always be honest with you about the challenges we face. I will listen to you when we disagree. And most importantly I will open the doors of government and ask you to be involved in your own democracy again.”

La battaglia sui media è stata stravinta da Obama, vedremo tra qualche ora se questo porterà (come di solito avviene) a un successo nelle urne.» Tes

American Stories, American Solutions: 30 Minute Special


Come si vota negli USA

In questa notizia Apcom, una sintesi utilissima di come si vota negli USA.

Usa 2008/ Tutti i possibili incubi della notte elettorale

Il voto elettronico non lascia traccia su carta in 22 Stati

Usa 2008/ Tutti i possibili incubi della notte elettorale

New York, 30 ott. (Apcom) – A dirlo meglio di tutti è Homer Simpson, nella puntata del cartone animato cult che andrà in onda domenica prossima, e che è dedicata interamente alle elezioni presidenziali del 4 novembre. Di fronte allo schermo al tatto, in un seggio della fantomatica Springfield, Homer prova a votare per il democratico Barack Obama, ma il computer registra il suo voto per il repubblicano John McCain, non una, ma più volte, prima di inghiottirlo.

Il segmento dei Simpsons, diffuso in anticipo su YouTube, è stato visto da milioni di persone ed è diventato una sorta di manifesto degli incubi elettorali nella notte in cui gli americani sceglieranno il prossimo presidente. Anche perché l’incidente di Homer è accaduto per davvero, in alcuni stati è previsto il voto anticipato, e potrebbe succedere anche martedì prossimo.

I guai in vista sono numerosi, vanno dalle irregolarità nelle operazioni di voto con il possibile malfunzionamento delle ‘macchine elettorali’ ai problemi legati alle liste, alle code interminabili ai seggi. E poi naturalmente ci sono i timori di più banali brogli: voti invalidati, elettori che per qualche motivo saranno respinti dai seggi o se ne andranno perché stufi di aspettare il loro turno, magari sotto la pioggia.

La premessa è d’obbligo: negli Stati Uniti non si vota – salvo rare eccezioni – con una scheda elettorale e una matita indelebile, ma con sistemi meccanici o informatici spesso bizzarri, modernissimi o gli stessi di decenni fa. E neppure lo scrutinio assomiglia a quello cui sono abituati gli italiani: in molti i casi i voti sono contati dalle stesse macchine o con speciali scanner ottici. Non ci sono copie in carta del voto espresso e non esiste, in almeno 22 Stati americani, alcuna possibilità di controllare che le operazioni si siano svolte in maniera legittima. Di più: nove milioni di elettori, inclusi quelli di Florida e Ohio, useranno macchinari introdotti nel marzo scorso e mai sperimentati.

Anche dove il voto è espresso con carta e penna, o dove vengono utilizzati macchinari che timbrano o bucano le schede premendo pulsanti o muovendo leve, i rischi di irregolarità sono concreti.

Sembra impossibile, ma la realtà del voto assomiglia drammaticamente a quella di Homer Simpson. Ad esempio in West Virginia, Colorado, Tennessee e Texas dove alcuni elettori hanno premuto sullo schermo al tatto sul nome di un candidato notando che il voto veniva attribuito all’altro. Su YouTube ci sono i filmati che dimostrano questi problemi. I sistemi di voto sono previsti dagli Stati e non sono uniformi sull’intero territorio americano.

Il 55 per cento degli elettori voterà con sistemi elettronici a scanner ottici, il sei per cento in più rispetto alle politiche del 2006. Un terzo degli americani sceglie il candidato su un touch screen, che assomiglia a quello di un bancomat, ma spesso non rilascia la ricevuta. Lo stato di New York utilizza ancora un sistema meccanico a leve introdotto negli anni Sessanta. I terribili macchinari che bucano le schede quando l’elettore preme il pulsante relativo al proprio candidato, sono ancora in vigore in Idaho: si tratta degli stessi utilizzati in Florida nel 2000, nel contestatissimo duello tra George W. Bush e Al Gore, poi deciso dalla Corte Suprema. Solo alcune piccole contee di Maine e Vermont usano le schede di carta e le preferenze espresse dagli elettori vengono contate a mano.

Dopo lo scandalo della Florida (ci sono le prove di migliaia di voti non contati o attribuiti al candidato sbagliato) il governo federale ha investito milioni di dollari per rinnovare i sistemi di voto in molti stati. Sono state quindi introdotte le nuove macchine con schermo al tatto. La tecnologia non è garanzia di accuratezza. I voti vengono registrati su un chip di memoria, non su carta e la manomissione è un gioco da ragazzi: Cnn ha filmato il procedimento simulato da una associazione che si batte per garantire la regolarità del voto: basta togliere il vecchio chip, sostituirlo con uno nuovo.

I ‘bancomat’ elettorali sono semplici computer, in fin dei conti, e quello utilizzato per votare è un semplice software: basta poco per riprogrammarlo in maniera da aggiungere un 10% di voti a un candidato. Chi mai riuscirebbe ad accorgersene? La Florida insegna inoltre che il voto può essere influenzato ancora prima che i voti siano espressi: è sufficiente che i commissari responsabili dei seggi non consentano di votare ad alcuni elettori, per presunte irregolarità nelle liste elettorali.

È vero che il voto è segreto, ma fino a un certo punto poiché gli elettori sono registrati come democratici, repubblicani o indipendenti. E non è un segreto, ad esempio, che il 95 per cento degli afroamericani voti per Obama e che per il democratico votano la stragrande maggioranza degli americani di origine ispanica, due terzi di quelli che hanno un nome ebraico, quasi tutti i giovani sotto i 25 anni.

Apcom 19:43 – ESTERI – 30 OTT 2008

Ho trovato su un canale francese di YouTube l’anticipazione della puntata in cui Homer Simpson finisce maciullato dalla macchina per votare.

😦