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Basta coi pregiudizi contro Scienze della comunicazione

Venerdì scorso, in un pezzo su Linkiesta, sono tornata sull’annoso problema degli stereotipi negativi che affliggono le lauree del settore della Comunicazione, sulle quali abbondano battute del genere «scienze delle merendine», come quella che fece l’ex ministro Gelmini proprio un anno fa.

In realtà, anche i dati di Almalaurea più recenti (2010), nonostante la crisi,  continuano a non dire affatto che i laureati in Scienze della comunicazione lavorino meno degli altri, anzi: dicono che in media trovano lavoro come gli altri, e senz’altro più di tutti i giovani che hanno un titolo di studio umanistico.

Giovani al computer

Però dicono anche che in media vengono pagati meno e restano più a lungo precari degli altri.

Ora, è chiaro che l’offerta universitaria qualche problema ce l’ha. Basti pensare che in Italia i corsi di laurea nel settore delle Scienze della comunicazione erano 5 nel 1993 (appena nati) e sono circa 150 (fra trienni e magistrali) oggi: l’inflazione, si sa, è sempre un brutto sintomo.

Però l’Italia ha un disperato bisogno di bravi, qualificati e di conseguenza ben pagati comunicatori. Perciò così ho concluso il mio articolo su Linkiesta:

I problemi ci sono, inutile negarlo. Ma non è dicendo ai giovani si evitare come la peste i corsi di comunicazione che si risolvono, specie in un paese come il nostro, in cui la cultura della comunicazione è scarsa in tutti i settori professionali: campagne pubblicitarie banali e volgari, comunicazione sociale inefficace, televisione urlata e politici incapaci di rivolgersi ai cittadini in modo convincente ci mostrano tutti i giorni quanto in basso sia scesa la comunicazione in Italia. Di bravi e qualificati comunicatori il nostro paese avrebbe un disperato bisogno, altro che. Se solo, ovviamente, il mercato non fosse a sua volta condizionato dai pregiudizi di cui stiamo parlando.

È infatti da oltre dieci anni che gli studenti e i laureati in comunicazione sopportano battutine sul loro conto e uscite come quelle degli ex ministri Gelmini e Sacconi: non possiamo pensare che tutto ciò non influisca sulla decisione delle imprese riguardo a stipendi e stabilizzazione del lavoro. È anche a causa di questi pregiudizi infatti che, se un’azienda fa un colloquio a un neolaureato in ingegneria bravo e uno in comunicazione altrettanto (o più) bravo, decide quasi per automatismo di pagarlo meno: l’ingegnere vale di più a priori, non perché «serve di più» all’azienda.

La stessa cosa accade quando un’impresa deve decidere di stabilizzare due precari: a parità di condizioni, si stabilizza prima l’ingegnere (l’informatico, ecc.) perché «altrimenti scappa». È la somma di decisioni come queste che un po’ alla volta ha creato un mercato di stipendi più bassi e di precarizzazioni più frequenti per i laureati in comunicazione. E il circolo vizioso è ormai chiuso.

Un circolo vizioso che sarebbe ora di rompere, una buona volta. Restituendo dignità alle professioni della comunicazione, a partire da come se ne parla. Facendo sempre considerazioni basate su dati e non su stereotipi, pur consapevoli che i dati vanno letti con attenzione e possono essere variamente interpretati. E cominciando a fare tutte queste cose proprio sui media – televisione, stampa, radio, internet – visto che, come dicevo, non si vede perché gli operatori della comunicazione debbano continuare a sminuire ciò che gli dà mangiare.

Per sapere i dati precisi, leggi tutto l’articolo su Linkiesta: «Fai scienze della comunicazione e troverai lavoro».

Sullo stesso tema vedi anche:

Giorgio Soffiato, Mamma voglio fare il comunicatore…, 9 gennaio 2012

Stefano Cristante, Scienze della comunicazione in Italia, tra amenità e simulazione, 31 ottobre 2011

Giovanna Cosenza, La laurea in Scienze della comunicazione è utile: parola di ex studenti, 5 luglio 2011

Giovanna Cosenza, Scienze della comunicazione: sfatiamo i pregiudizi, 17 febbraio 2011

Giovanna Cosenza, Scienze della comunicazione: amenità contro dati, 14 gennaio 2011

Verona, immigrati e stereotipi

Da una ricerca condotta dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti e dalla Bocconi fra settembre e novembre 2009 in otto città italiane (Alessandria, Bologna, Brescia, Lucca, Milano, Prato, Rimini e Verona), emerge che a Verona gli immigrati regolari, quasi 26 mila su 265 mila residenti, si sentono meno discriminati che nelle altre città esaminate, mentre si sentono più a disagio i clandestini, la cui percentuale massima (11%) è inferiore alla media nazionale (14%) e più bassa di altre città del nord Italia con forte presenza di immigrati.

I risultati dell’indagine, basata sulla distribuzione di 1037 questionari anonimi, sono stati presentati a Verona il 29 aprile dal sindaco Flavio Tosi e da Tito Boeri, docente della Bocconi e direttore della Fondazione Debenedetti. Dalla ricerca emerge inoltre che:

  1. a Verona gli immigrati regolari si sentono meno discriminati (16,9%) che nel resto d’Italia (20,3%);
  2. gli immigrati irregolari si sentono più discriminati a Verona (42,9%) che nel resto d’Italia (27,8%);
  3. la città è in grado di attrarre immigrati mediamente più istruiti;
  4. molti immigrati clandestini che hanno avuto problemi con la legge li avevano già prima di arrivare in Italia;
  5. i bambini immigrati sono ben accolti nelle scuole comunali dell’infanzia.

La sintesi della ricerca, che ho tratto da una notizia sul Gazzettino e da un’Ansa, mi è stata segnalata dal collega Fabrizio Bercelli, il quale ha aggiunto un commento che – essendo io siciliana di nascita ma avendo vissuto per anni a Verona – rispecchia anche la mia esperienza diretta. Lo riporto qui sotto, perché mi pare un interessante spunto di riflessione per tutti:

«Perché segnalo questa notizia? Sono veronese d’origine e, conoscendo abbastanza bene i veronesi, trovavo inverosimili le accuse di diffusa ostilità agli immigrati rivolte loro un po’ dappertutto: Verona simbolo del razzismo leghista, e il sindaco Tosi suo emblema vivente.

Poi mi capita di avere, dall’anno scorso, per ragioni d’affari, intensi rapporti con vari immigrati regolari in un paese della bassa veronese (Vigasio), e un’esperienza diretta dei loro rapporti quotidiani con la gente del posto.

Ne ho ricavato l’impressione di un’accoglienza estremamente rispettosa e perfino affettuosa da parte di vicini di casa, coinquilini, amministratori di condominio, negozianti, datori di lavoro, colleghi, nonché impiegati e funzionari del comune – gente che per lo più vota Lega, alcuni leghisti militanti.

Molta freddezza, invece, verso i clandestini, e nessuna indulgenza con i pochi immigrati anche regolari che violano regole fondamentali per (molti di) noi. Ad esempio (esempi reali), un marito arabo che maltratta la moglie in casa, un gruppo di maschi indiani conviventi che regolarmente buttano la spazzatura dal balcone, altri che sistematicamente non pagano l’affitto e vandalizzano il condominio in cui abitano. Comportamenti di questo genere non godono di nessuna tolleranza e suscitano dure proteste e sanzioni. Ma gli immigrati “che i fa pulito” (che si comportano bene) sono festeggiati e quasi coccolati – questa la mia personale impressione.

La mia ipotesi, prima di avere notizia dei risultati di questa ricerca, era che il modello veronese di accoglienza “a due facce” fosse eccellente, oltre che assai poco razzista. Un’ipotesi, certo, basata su esperienze limitate e su una certa conoscenza della cultura locale, niente di più.

Ora i risultati di questa ricerca suggeriscono che questa ipotesi (ovviamente non solo mia) sia meno assurda di come la qualificavano i miei amici emiliani “di sinistra” quando osavo dirla, venendo trattato da provocatore.

Se Verona e Nord-Est razzisti, oltre che leghisti, sono falsi stereotipi, alimentati da giornalisti inetti e politici interessati, di quanti altri stereotipi simili siamo vittime o complici?»

Che cos’è uno stereotipo

Lunedì 30 novembre, nella sezione «Vocabolario» della trasmissione Fahrenheit di Radio 3 condotta da Loredana Lipperini – che ringrazio per l’ospitalità – ho fatto un breve intervento (7’08”) sulla nozione di stereotipo.

Lo puoi ascoltare in streaming qui:

http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/puntate.cfm?Q_TIP_ID=1309

PS: fino a venerdì 4 dicembre, alle 15.45, puoi sentire in diretta su Radio 3 altre «parole del giorno» curate da me.

Le donne italiane su Meetic

L’anno scorso, di questi tempi, dicevo che mi sarebbe piaciuto avviare una ricerca sul dating on line italiano (vedi Una ricerca tabù e Una ricerca tabù 2). Ti aggiorno sullo stato dell’arte.

A dicembre 2008 è uscito questo mio lavoro:

«Stereotipi femminili nel dating on line. Le donne italiane su Meetic» di Giovanna Cosenza, in C. Demaria, P. Violi (a cura di), Tecnologie di genere. Teoria, usi e pratiche di donne in rete, Bononia University Press, Bologna, 2008, pp. 233-264.

Per gentile concessione dell’editore e delle curatrici del volume, puoi scaricare il pdf dell’articolo QUI.

Nel frattempo, ho assegnato una tesi triennale che, sulla falsariga del mio lavoro sulle donne, ha indagato gli stereotipi maschili su Meetic. Francesco discuterà la sua tesi ai primi di marzo.

Avanti il/la prossimo/a.

PS. Il libro Tecnologie di genere sarà presentato e discusso in pubblico domani 18 febbraio, alle ore 18.00, presso il Centro delle Donne, in via del Piombo 5 a Bologna. Se sei interessata/o, scarica l’invito QUI.

Pubblicità e stereotipi di genere

Abbiamo già toccato altre volte questo tema. Per esempio qui, qui e qui.

Questa campagna della birra israeliana Gold Star Beer sta facendo molto discutere in Europa (e forse anche in paesi extraeuropei?). Ho ricevuto diverse segnalazioni in proposito, da Roberto a Londra, da Marcella e Monica in Italia.

La cattiva notizia è che la campagna ci propina la solita rappresentazione (ormai scontata fino alla noia) delle differenze di genere: mentre i maschi eterosessuali sarebbero più felici («Thank God you’re a man» è la headline) perché rudemente e direttamente orientati a una sessualità priva di sentimenti e preoccupazioni, completata da una “sana” bevuta di birra e da una visita al bagno, le femmine eterosessuali sarebbero più infelici perché inutilmente inclini a complicarsi la vita con vestiti diversi per occasioni diverse e con fantasie mal riposte su amore, principi azzurri, famiglia e bambini.

La buona notizia è che, per quanto orribilmente trita, questa campagna almeno non mette in scena né corpi femminili nudi né azioni di violenza esplicita fra i generi. Col risultato che molti commentatori (e commentatrici, ohimè) concludono sorridendo: «Che c’è di male, è carina!». (Di questo tenore sono la maggior parte dei commenti che ho letto nella blogosfera.)

Che dire? Non è affatto «carina» perché rinforza stereotipi e attribuzioni di valore (più furbi e felici gli uomini, più scemotte le donne…) che, al contrario, andrebbero scardinati.

Tuttavia c’è di peggio.

E dalla pubblicità non possiamo aspettarci rivoluzioni.

A questo proposito cito Annamaria Testa (che parla dell’Italia, ma il discorso può essere esteso):

«La pubblicità non si colloca mai all’avanguardia proprio perché la sua vocazione è farsi accettare facilmente, rispecchiando il sentimento medio del pubblico. Possono spingersi un po’ più in là prodotti d’élite che appaiono su mezzi di comunicazione segmentati e rivolti a un pubblico ristretto. Ma non si può chiedere alla pasta o ai sofficini che appaiono in prima serata su Rai Uno o su Canale 5 di proporre modelli non condivisi dalla maggioranza degli spettatori. O meglio ancora: di proporre modelli che il management delle imprese (costituito, nel nostro paese, da una stragrande maggioranza di maschi in età non giovanissima) ritiene non condivisi. […]

Insomma, poiché la pubblicità, come ogni altra forma di discorso persuasivo, si fonda sul consenso, e poiché il consenso si guadagna essendo conformisti (e magari trasgressivi nelle forme, giusto per colpire e farsi ricordare. Ma difficilmente nella sostanza), non appena cambierà davvero il ruolo delle donne cambierà anche il ruolo delle donne negli spot. La pubblicità non mancherà di registrare il cambiamento, magari amplificandolo. Ma un attimo dopo. Di sicuro, nemmeno un attimo prima.»

(citato in L. Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano, 2007, pp. 73-74).

Ecco le immagini (clicca per ingrandire).

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La separazione del maschio

Alti e bassi nel romanzo di Francesco Piccolo La separazione del maschio, appena finito di leggere.

Non mi entusiasma lo stereotipo che il libro propone: maschio eterosessuale italiano, borghese, sposato con moglie che ama e dotato di bimba che va alle elementari (Caos calmo ?); ma anche poligamo, sessuomane e privo di sensi di colpa. Pare fatto apposta – lo stereotipo – per suscitare polemiche: quelli a favore diranno: «Il libro rappresenta la cruda verità, per questo è difficile digerirlo»; quelli contro: «Ma io non sono fatto così, i maschi non sono così!» (uomini), oppure: «Il mio uomo non è così, orrore!» (donne).

D’altra parte, negli stereotipi qualcosa di vero si trova sempre. Ma anche no. Per questo l’idea di costruire un intero romanzo attorno a uno stereotipo è un po’ furbetta, come osservava Loredana Lipperini un mese fa. Specie se lo stereotipo include scene di sesso. 😉

Ma Francesco Piccolo è abile scrittore e fine osservatore di umanità italica, come ben si capiva dal reportage narrativo L’Italia spensierata. E allora redime il protagonista con riflessioni, dolcezze, malinconie e verità per nulla scontate. Dettagli che valgono la lettura del libro.

Prendi questo passaggio sulla bellezza:

«Sono convinto […] che le persone davvero libere, uomini e donne, che sono capaci di concedere e cedere a tentazioni, che vivono passioni e amano il sesso, per la maggior parte sono belli che sono diventati belli, che hanno acquistato una loro bellezza, alle volte anche oggettiva, ma che non sono nati così, erano brutti (o quantomeno: non belli) e hanno faticato e sofferto da bambini o adolescenti e adesso è rimasto loro dentro quel desiderio di rivalsa, di riscatto, come se la bellezza così come è apparsa possa svanire e devono approfittarne per conquistare e godere. A me sembra di essere stato così, e di aver incontrato e amato e desiderato soltanto persone così.»

(F. Piccolo, La separazione del maschio, Torino, Einaudi, 2008, p. 185)

Love for all

Love for all è un sito di dating on line di proprietà dell’azienda svedese che produce ed esporta abiti, abbigliamento intimo, calzature, borse, occhiali e profumi con il marchio Björn Borg.

Il sito promette che «In just a few moments you will find true love» e si autodefinisce «The dating site with 100% guaranteed success». Dopo di che, come in tutti i siti di incontri personali, ti puoi iscrivere come «man» o «woman» che cerca un «man», una «woman» o «anyone I can get» per trovare «eternal love», «a one-night stand», «friendship», «hot sex», «platonic love» o «something on the side».

Niente di nuovo sotto il sole: è così che ci si registra anche su Meetic, il sito di incontri personali che ho studiato mesi fa (a proposito: un mio primo articolo sta per uscire) e su cui ho proposto (e in parte ottenuto) ricerche e tesi di laurea QUI e QUI.

È interessante, tuttavia, paragonare gli spot che pubblicizzavano Meetic l’anno scorso in Francia e Italia (li trovi QUI), con quello che sta andando in onda ora in Svezia (su segnalazione di Alberto: grazie!).

Se li guardi in sequenza, ti rendi conto all’istante di quanto siano diversi gli stereotipi sui generi sessuali, l’amore e la coppia nei tre paesi europei.

Non anticipo nulla: a te la parola.

Qui lo spot ad alta definizione: http://www.bjornborg.com/en/Love/film/.