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Essere una piccola iena. A vent’anni. Di già

Iena

«Ma come fai ad avere tanti studenti bravi, intelligenti, svegli? – a volte mi chiedono amici e colleghi – io vedo giovani svogliati, incapaci…».
«Eh già, – rispondo io – non ci sono più i giovani di una volta. Non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio…». E il discorso di solito cade lì. In realtà di giovani orribili ne incontro anch’io, eccome. Solo che preferisco vedere il bicchiere mezzo pieno. Ultimamente, però, mi sono stancata della retorica sui «poveri giovani buoni, vittime innocenti di un’Italia che non li merita, li lascia senza lavoro e li costringe a emigrare». Allora ho deciso di raccontare qualcosa sulle piccole iene che incontro. Così, tanto per far capire che, se un domani le piccole iene occupassero posti di potere, non migliorerebbero la situazione. Attenzione a bloccarli sul nascere, dunque. Continua a leggere

Morire d’ansia a vent’anni. Per scadenze, moduli, prenotazoni. Ma che vita è?

Ansia

Quand’ero studentessa, la burocrazia era già pesante. Eccome lo era. Andavi allo sportello, dove un tizio più o meno imbronciato ti spiegava che fare, e lo capivi al volo – ma già lo sapevi, l’avevi messo in conto – che non ti sarebbe bastata una mattina, nooo, ti ci sarebbero voluti diversi giorni fra uffici, documenti, timbri. Perciò cominciavi subito, magari in compagnia di un’amica per rendere più piacevole la fila allo sportello, magari alternando le visite agli uffici con una capatina al bar e in biblioteca. Alla fine raccoglievi un discreto malloppo e con quello tornavi allo sportello iniziale, dove un altro tizio imbronciato Continua a leggere

Studenti&Reporter 7 – Il tramonto di Bologna visto dagli studenti

Per l’inchiesta Studenti&Reporter, uscita oggi su Repubblica Bologna, abbiamo lavorato su una lamentazione ricorrente fra i bolognesi, per cui Bologna «non sarebbe più quella di una volta» (un po’ come le stagioni). Abbiamo chiesto agli studenti dell’ateneo cosa pensano del «tramonto di Bologna», come è stato chiamato dal cardinale Caffarra – l’ultimo ad aver ripreso, a modo suo, la questione.

Puoi scaricare il risultato dell’inchiesta, condotta da Daniele Dodaro, Laura Mazzanti e Marco Salimbeni, seguendo questo link: «La città è promossa, anche se mense e affitti non piacciono ai ragazzi» (dalla rassegna stampa di Unibo Magazine).

E QUI c’è il mio pezzo introduttivo:

Il giorno di Pasqua il cardinale Caffarra, durante l’omelia in San Pietro, ha definito Bologna una città destinata ad «avviarsi sul viale del tramonto». È un monito a cui la chiesa ci ha abituati da anni: da quando Biffi, nel 1985, lanciò la celebre definizione di Bologna «sazia e disperata», molti l’hanno ripresa, per ribadirla e adattarla ai tempi, o negarla polemicamente. Lo stesso Caffarra, ad esempio, l’ha menzionata più volte negli ultimi anni, parlando di Bologna ora «sfregiata e disperata», ora «non più sazia ma disperata».

A prescindere dalla chiesa cattolica, che vuole sempre sottolineare il proprio ruolo educatore e moralizzatore contro il materialismo e individualismo dei bolognesi, l’idea di una «Bologna in declino» o «al tramonto» torna spesso anche in altri ambiti, perché si sa: lamentarsi dei mali della città è uno dei passatempi preferiti dai bolognesi.

Siamo dunque di fronte al solito luogo comune? In parte sì, anche se non si può negare che, negli ultimi anni, il lamento si sia fatto più acuto e frequente, specie per quanto riguarda le politiche culturali e la sicurezza cittadina (si veda l’inchiesta di Studenti&Reporter il 17 febbraio 2010).

Inoltre, la crisi economica ha contribuito al malessere generale con numerosi e fondati motivi. Non a caso, subito dopo Pasqua, le parole di Caffarra sono state riprese persino dalla Fiom-Cgil, che le ha collegate ai problemi di migliaia di lavoratori del settore metalmeccanico, che sono in cassa integrazione e hanno prospettive assai incerte.

Insomma, l’impressione generale è che oggi lo stereotipo di Bologna «sul viale del tramonto» possa essere più fondato di una volta. È a partire da queste considerazioni, allora, che ci siamo chiesti: come la vedono i ventenni su questo punto? Credono anche loro che Bologna sia in declino? E cosa pensano gli studenti fuori sede che, avendo scelto di studiare a Bologna, forse ne avevano un’immagine positiva? Le loro aspettative sono state soddisfatte o deluse?

Come vedremo, la maggioranza dei giovani che abbiamo intervistato – residenti o meno – danno prova di grande concretezza: non lanciano anatemi contro la città in cui vivono e studiano, ma individuano chiaramente diversi problemi.

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Qui le puntate precedenti di Studenti&Reporter:

Studenti&Reporter 6 – La fabbrica delle ragazze immagine

Studenti&Reporter 5 – I ventenni e il viagra

Studenti&Reporter 4 – Il femminismo, che roba è? 3 marzo 2010

Studenti&Reporter 3 – Insicurezza reale e precepita, 17 febbraio 2010

Studenti&Reporter 2 – La movida Made in Bo, 3 febbraio 2010

Studenti&Reporter 1 – Presentazione, 20 gennaio 2010

Graffiti e sindaci da Bologna a Bari

Ieri su Repubblica Bologna è uscito questo mio commento, col titolo «I graffiti tra sceriffi e scarabocchi».

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Come promesso in campagna elettorale, a Bologna la prima azione del sindaco neoeletto Flavio Delbono è stata mettere in moto la macchina amministrativa per ripulire i muri sporchi della città. Da cosa? Dai «graffiti», dicono tutti. Dagli «scarabocchi» dice Delbono. Vorrei ripercorrere le principali implicazioni comunicative e simboliche di questa mossa. Non tutte positive, a mio avviso.

Il primo problema sta nel termine «graffiti». È vero che il dizionario riporta, come primo significato di «graffito», «qualunque segno inciso, scalfito su una superficie, spec. di pietra, metallo, intonaco e sim.» (De Mauro on-line). Dunque, alla lettera, chiamarli «graffiti» non sarebbe sbagliato. Ma è ormai da anni che a questa parola tutti associano subito – e strettamente – il «graffitismo» o «graffiti writing», cioè quel movimento artistico, impostosi negli Stati Uniti fin dagli anni Ottanta, per cui nelle città si realizzano pitture murali con bombolette spray.

Se li chiami graffiti la gente pensa al writing e si divide subito in due: quelli che ne pensano bene, pur facendo i distinguo del caso (non sempre sono «arte», non tutti sono «belli», eccetera), e quelli che ne pensano male (sono atti di vandalismo, imbrattano le pareti, sono illegali, eccetera). È chiaro che le cose sono più complesse e le distinzioni fra graffitismo, aerosol-art, street-art, tagging e semplici brutture sono più sottili.

Ma il senso comune funziona così: o buono o non buono.

Perciò un sindaco che li chiama «scarabocchi» finisce all’istante – anche se non vuole – dalla parte di quelli che ne pensano male. Il che, per una giunta di centrosinistra non è il massimo, visto che il graffitismo è collegato alle fasce più giovani della popolazione, con cui la sinistra fa fatica a dialogare, e agli studenti, con cui questa città non va sempre d’accordo.

Peggio ancora, poi, se il neoassessore Nicoletta Mantovani, con delega alle politiche giovanili, alla domanda che questo giornale le ha fatto: «Che ne pensa del piano anti-graffiti?» risponde: «Tutto il bene possibile. Che la città sia tremendamente sporca lo vedrebbe chiunque».

Peggio ancora, infine, se ricordiamo che nel 2007 un piano anti-graffiti fu avviato (e finì nel nulla) anche da Sergio Cofferati, da tutti denominato «sceriffo» anche per mosse (sbagliate) come questa. Vuole forse Delbono continuare questo infausto cammino?

Insomma, per ripulire i muri sporchi senza sbagliare, è sufficiente evitare la parola «graffiti»? Certo che no, anche se nella comunicazione politica le parole contano, eccome contano. Ma è ovvio che cambiare una parola non basta.

Come non basta nessuna azione basata su logiche esclusivamente negative: no graffiti, no sporcizia, no degrado. A ogni azione negativa va affiancata sempre un’azione costruttiva e positiva. Altrimenti l’immagine dello sceriffo, tutto censura e repressione, è dietro l’angolo.

Ma quali azioni positive? A Bologna sono tutte da studiare (o ristudiare, visto che progetti su questo tema giacciono in diversi cassetti dai primi anni 2000).

Suggerisco di dare un’occhiata – mutatis mutandis – a ciò che sta facendo Michele Emiliano a Bari, che ha già dato agli artisti un muro di 200 metri nel quartiere San Paolo e promette a breve un muro in ogni quartiere. E intanto studia un piano per ripulire Bari da ciò che arte non è.

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Ecco il video con cui Emiliano ha presentato l’iniziativa in campagna elettorale:

Street art @ San Paolo

Bologna e i suoi studenti

Da anni c’è un muro fra Bologna e i suoi studenti. Finché pagano affitti salati (meglio se in nero), birre e piadine al bar, va tutto bene. Ma i bolognesi tendono a guardarli con sospetto, ad associarli a degrado, chiasso, disordine. E se fai un giro per locali, la sera, scopri che gli studenti frequentano posti diversi dai coetanei residenti.

Con questo problema ha fatto i conti Miguel Sal, quando ha deciso di inserire i giovani nella campagna di Flavio Delbono per le amministrative. Doveva dare un’immagine positiva, contrastare i pregiudizi.

Ecco allora un improbabile bacio in piazza Santo Stefano. Perché improbabile? I due ragazzi sono abbigliati come una coppia anni Cinquanta, e guardali bene: gli scappa da ridere. Inoltre, vogliamo dire che le «buone relazioni» sono solo quelle fra coppie eterosessuali? E gli omosessuali? Le diverse razze, etnie?

Poi ci sono i neolaureati con la corona d’alloro: sembrano usciti da una pubblicità del CEPU. Povera università. Colpa del pubblicitario? Ma no, Miguel Sal ha fatto benissimo a rappresentarli così. Non aveva altra strada.

È la rappresentazione dorata e lontana dal mondo che i bolognesi hanno in testa quando pensano ai loro figli: «bravi ragazzi» che non hanno nulla a che fare (per carità!) con il chiasso e il degrado.

Vedrai, agli elettori benpensanti piacerà.

Bacio

Laureati