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Donne clonate, uomo pensoso

Spesso la pubblicità rappresenta le donne in gruppo, e per giunta una uguale all’altra, come fossero cloni privi di identità definita.

L’uomo, al contrario, è fotografato solo e pensoso: è dunque ben caratterizzato come individuo e rappresentato come fosse impegnato in chissà quale riflessione profonda.

Il che equivale a dire: donna = corpo replicabile; uomo = individuo pensante.

Siamo talmente abituati/e a queste rappresentazioni, che non ci facciamo più caso. Ma non occorre fotografare donne nude o simulare stupri di gruppo per offendere la dignità femminile.

Guarda la campagna primavera/estate 2009 di Sisley, per esempio. Il lavoro di queste immagini (clic per ingrandire) è tanto più sottile e infido, quanto più ci sembrano normali.

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La donna in scatola

Che la comunicazione di massa denudi e plastifichi il corpo delle donne, rappresentandolo nelle situazioni e pose più degradate e degradanti, è cosa abituale purtroppo. Fra l’altro, le immagini che identificano esplicitamente la donna con una bambola, un manichino, un giocattolo vanno particolarmente di moda negli ultimi quattro o cinque anni, in tutti i settori merceologici e persino della comunicazione sociale.

Su segnalazione di Manuele, ecco cosa propone a Bologna il Cosmoprof di quest’anno: donne fatte a pezzi (una testa tagliata), impacchettate, imbustate, a cui la headline chiede beffarda: «Where are you going, beauty?». Dove credi di andare, bellezza? (In quelle condizioni, proprio da nessuna parte.)

Non ho la forza di aggiungere altro. (clic per ingrandire.)

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What women can’t do in public

A proposito di maschi, femmine e differenze di genere, Annamaria mi segnala un video non solo corretto – finalmente! – ma gioioso.

Per cominciare bene la settimana.

🙂

La nuova Eva

Avevo promesso che avrei postato i pochi capitoli che meritano di Nouvelles Mythologies, aggiornamento corale (a cura di Jérôme Garcin, giornalista e condirettore del Nouvel Observateur) di Mythologies di Roland Barthes.

Ecco – con grassetti miei e un’omissione – il capitolo di Pascal Bruckner, scrittore, filosofo dei «nouveaux philosophes», sessantottino deluso (così lo definisce la scheda biografica).

Sono d’accordo su tutta la prima parte. Sono però meno ottimista di Bruckner nelle conclusioni: per «giocare con i luoghi comuni», per manifestare la «singolarità interiore» che lui – nonostante tutto – attribuisce alla nuova Eva, per essere davvero libere insomma, occorrono una coscienza delle regole e una freddezza che forse si trovano nello star system. Forse.

Ma i milioni di ragazze che seguono quegli esempi? Controllano il gioco o ne sono controllate?

«Un tempo alla borghese e alla puttana si attribuivano ruoli ben definiti: alla prima correttezza e convenienza, all’altra volgarità e pacchianeria. Questa distinzione ormai non regge più; la scollacciata può essere raffinata e sobria, e l’elegante spendere una fortuna per vestirsi da “svergognata”. Vediamo quindi, ormai da anni, mogli inappuntabili, gran dame e brave ragazze che, da Rio a Mumbai, da Malaga a Stoccolma, mostrano il corpo, strizzano il seno e il sedere, fanno uscire le mutande dai pantaloni, insomma, ostentano un atteggiamento da pornostar con una naturalezza disarmante.

È il trionfo della troietta: con gli attributi esposti fino all’esagerazione, questa si impone nel momento in cui il macho, che mette in mostra i suoi simboli fallici, è in declino. La parola stessa, con le sue implicazioni peggiorative e vagamente scatologiche, testimonia della nostra ambivalenza al riguardo di questo fenomeno: come se un po’ della riprovazione tradizionalmente riservata alle prostitute si fosse trasferita sulle loro parodie mondane. Ce l’abbiamo con loro per il fatto di attrarci con tanta facilità, e tuttavia non riusciamo a staccare gli occhi dalle loro grazie in bella mostra.

È paradossale che le donne, dopo aver conquistato l’indipendenza, si autorappresentino così, come oggetti puramente erotici. Il diktat dell’esplicito comporta in primo luogo la fine dell’intimità: occorre mostrare il proprio pedigree libidinoso in pubblico. Come se oggi il peggior nemico non fosse il puritanesimo, ma l’anonimato, come se le persone fossero pronte a tutto pur di avere un’esistenza sociale: a spogliarsi moralmente in televisione, e realmente nella vita quotidiana. La sessualità non è stata tanto liberata, quanto piuttosto integrata tra le norme di valutazione degli individui. Perché per chi lo porta quell’abbigliamento significa soprattutto: sto al passo, per quanto riguarda le promesse erotiche non mi troverete impreparata.

La troietta mette insieme il modello dell’adolescente e dell’adescatrice: gioventù ed esperienza. Sottintende prodezze erotiche, illimitata distribuzione di piacere. Qualche anno fa un settimanale femminile titolava in copertina: «Sei una porca?». Lo stupore non veniva soltanto da questo titolo provocante, ma anche dalle risposte date dalle redattrici del giornale in questione: ognuna di loro rivendicava con fierezza quella definizione, si rappresentava come l’ultima delle prostitute, la regina delle bagasce, la vacca assoluta.

Dobbiamo ammetterlo: il sesso è diventato l’ultima forma di snobismo alla quale occorre cedere, pena l’esclusione sociale. L’internazionale delle troiette possiede le sue icone: Britney Spears, Paris Hilton, ragazzine scollacciate e portatrici di una sottocultura della femminilità aggressiva.

L’uniforme, evidentemente, inganna, ed è fonte di infiniti malintesi. Sbaglieremmo a pensare che le nostre compagne siano improvvisamente preda dei furori di una Messalina. Così come le donne di un tempo in crinolina, garza e corsetto non erano tanto oneste quanto parevano, quelle di oggi, accessoriate, insalsicciate, siliconate, non sono poi tanto infoiate quanto sembrano. L’impudicizia non sempre è sinonimo di ragazza facile, è un gioco con gli emblemi della volgarità.

Si tratta soprattutto di attirare l’attenzione del principe azzurro: ai suoi soliti attributi, Cenerentola aggiunge il tanga sul didietro, il reggiseno sporgente, la canottiera sopra l’ombelico e il pantalone aderentissimo. Rispetto a sua madre, deve offrire qualcosa di più: l’abilità amorosa, ovvero una infinita scienza del godimento.

[…]

Tuttavia, la troietta resta un enigma: è talmente ligia alle regole della moda, da essere sospettabile di trasgressione. Talmente offerta, abbandonata, da diventare inaccessibile. Comunica in modo troppo vistoso perché il messaggio non ne risulti oscurato. La sua ostentata provocazione somiglia a uno sbeffeggiamento dei pregiudizi, riproposti e fatti a pezzi nello stesso tempo. Come se si riappropriasse dello stereotipo della donna oggetto, dell’animale da letto, trasformandolo in un segno del potere, e non più di sottomissione.

«Volete ridurmi ai miei organi sessuali? Lo faccio da me, ma con una tale sovrabbondanza di accessori, di maschere, che vi sarà impossibile riconoscere in me le vostre fantasie.» Gioca con i luoghi comuni, e fa del suo corpo una sorta di teatro nel quale essi fioriscono e muoiono.

Più si adegua al conformismo generale, più manifesta una singolarità interiore. L’indecenza non è meno enigmatica della castità. Imbacuccata o nuda, la donna resta indecifrabile.

E se questa strategia dell’eccesso fosse una possibile strada verso la libertà, un modo per sovrapporre le maschere, per moltiplicare le identità?

Sotto il tanga della troietta, batte pur sempre un cuore.»

(«La nuova Eva» di Pascal Bruckner, in Nouvelles Mythologies, sous la diréction de J. Garcin, Seuil, Paris, 2007, trad. it. di Maria Cristina Maiocchi, Nuovi miti d’oggi. Da Barthes alla Smart, ISBN Edizioni, 2008, pp. 40-43).

Liberta sessuale coatta 2

Prosegue idealmente le riflessioni sulla libertà sessuale che Pasolini faceva nel 1975 (qui commentate qualche giorno fa) Zygmunt Bauman nel 2003:

«È giusto, forse anche entusiasmante e nel complesso meraviglioso, che il sesso si sia emancipato a tal punto. Il problema tuttavia sta nel come fare a trattenerlo una volta scaricata la zavorra; come preservarne la forma se non esistono più strutture disponibili. Volare leggeri è una cosa gioiosa, volare senza barra di comando è angosciante. Il cambiamento eccita, la volatilità disturba. L’insostenibile leggerezza del sesso?

Volkmar Sigusch è un terapeuta che ogni giorno incontra le vittime del “sesso puro”. I riepiloghi delle sue scoperte sono tanto assennati quanto foschi:

“Tutte le forme di relazione intima attualmente in voga portano la stessa maschera di falsa felicità indossata dall’amore coniugale e in seguito dall’amore libero […]. Quando abbiamo guardato meglio e abbiamo levato la maschera, abbiamo trovato desideri insoddisfatti, nervi scossi, amore deluso, dolore, paure, solitudine, ipocrisia, egotismo e compulsione ripetitiva […]. Le prestazioni hanno sostituito l’estasi, le proprietà fisiche sono ‘in’, le proprietà metafisiche sono ‘out’ […]. Astinenza, monogamia e promiscuità sono tutte parimenti lontanissime dalla libera vita della sensualità che nessuno di noi conosce” (Volkmar Sigusch, The neosexual revolution, in “Archives of Sexual Behaviour, 4, 1989, pp. 332-359).

[…]

Quando il sesso sta a significare un mero evento fisiologico e la parola “sensualità” evoca ben poco se non una piacevole sensazione fisica, il sesso non si è affatto emancipato da ulteriori, superflui, inutili, onerosi e attanaglianti carichi. Al contrario, viene sovraccaricato. Travolto da aspettative che non è in grado di soddisfare.»

(Zygmunt Bauman, Liquid Love. On the Fraility of Human Bonds, Polity Press e Blackwell Publishing Ltd, Oxford, 2003, trad. it. Amore liquido, Laterza, Roma-Bari, 2004, pp. 64-65).

Maschio per obbligo

Grazie a questo post di Loredana Lipperini, ho appena scoperto il progetto Maschio per obbligo.

Dalla loro home:

«Maschio per obbligo, progetto di Medici per i Diritti Umani onlus, ha l’obiettivo di attivare una riflessione sullo stereotipo dell’uomo che lo inquadra nel cliché della virilità, intesa come prevaricazione. Il panorama dei cliché della virilità su cui agire è ampio e variegato: pervadono la pubblicità, i libri scolastici, i testi militari, i manuali educativi, i mass-media in genere e non ultimo le esternazioni dei nostri attuali governanti e le leggi che emanano.

Gli interventi nello specifico:

– Monitoraggio dei mass media in genere (tv, cinema, giornali, pubblicità, ecc.) per l’individuazione e la denuncia dei contenuti di violenza/aggressività relativamente alle relazioni eterosessuali ed omosessuali. Denuncia e diffusione degli interventi disinformativi/diseducativi che possano derivare da personaggi politici, dello spettacolo e comunque di risonanza pubblica.

– Attivazione a livello della popolazione generale e in particolare nei giovani della capacità di analisi e lettura critica dei contenuti sessisti dei mass media e della produzione culturale in genere (video, testi canzoni, libri, testi scolastici, ecc.). Elaborazione di materiale informativo/educativo (poster, cartoline, opuscoli).

– Riattivazione in ambito culturale/intellettuale del dibattito relativo agli stereotipi sessuali per ripristinare livelli di controllo/denuncia costanti e visibili (convegni, saggistica, dibattiti)

– Coinvolgimento del livello politico per garantire l’attenzione a livello normativo e legislativo di queste tematiche.»

Sul loro sito trovi, fra l’altro, una selezione di pubblicità, testi, interventi politici, che negli ultimi anni hanno contribuito – spesso in modo grave – a confermare e diffondere una visione violenta dei rapporti fra i sessi.

Pregevole, li seguirò.

La guerra dei sessi 2

Come ieri Roberta osservava, ultimamente in pubblicità la guerra dei sessi va di moda.

Il 14 febbraio scorso Breil ha lanciato lo spot “The love era”, per promuovere le nuove collezioni di orologi e gioielli della linea Breil Tribe. Spiega il sito creato per l’occasione: “Dopo più di due milioni di anni di conflitto, la guerra dei sessi è finalmente finita. È un momento epocale. Uomini e donne da tutto il mondo si incontrano per entrare in una nuova era d’amore”. Chiude la presentazione un coro di voci femminili e maschili, che reinterpretano la celebre “Love is in the air” di John Paul Young (1978).

Gli stereotipi di genere messi in scena da questo spot sono molto simili a quelli visti ieri: un’automobile (maschi) col tetto sfondato da una lavatrice (femmine), un pallone (maschi) perforato dal tacco a spillo di una décolleté dorata (femmine).

Indipendentemente dalle polemiche (l’agenzia che ha lavorato per Breil è stata accusata di aver plagiato lo spot del Mail on Sunday), qui la guerra di stereotipi è sicuramente più scontata e meno divertente di quella dello spot inglese.

Unica consolazione: la devastazione complessiva e lo scioglimento finale sembrano alludere a una certa parità fra i sessi, pur mediata da ovvi desideri di consumo: una collana a te, un orologio a me.