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Quei sorrisi di Camusso e Bersani a Cernobbio

Più tempo passa, più l’abilità comunicativa di Monti dà il meglio di sé. A parte qualche scivolone infatti (vedi «Il governo Monti sta perdendo sobrietà comunicativa?»), per il resto il Presidente del consiglio sta dando prova di capacità notevoli nell’uso strategico dei media per appianare situazioni di difficoltà e contrasto politico. Capacità in parte favorite dal consenso complessivo con cui le maggiori testate giornalistiche accompagnano le sue azioni, ma non per questo meno degne di nota.

Il pranzo a Cernobbio con vista lago è un esempio magistrale: Monti sceglie un tavolo davanti a un’enorme vetrata proprio per facilitare fotografie e videoriprese (come dire: «Non abbiamo nulla da nascondere»); e sceglie di avere accanto Susanna Camusso proprio per permettere i ritratti di loro due sorridenti, amichevoli e quasi intimi che sono apparsi sui principali quotidiani, nei Tg e pure sullo sfondo dell’intervista di Lucia Annunziata alla leader della Cgil. È chiaro che immagini del genere servono ad addolcire – se non a contraddire – qualunque dichiarazione di scioperi e proteste da parte del sindacato. Stesso discorso vale per Bersani: uno come lui, che di solito sorride poco nelle interviste, appare invece di ottimo umore assieme a Monti.

Certo, a parole sia Bersani sia Camusso continuano a essere critici e guardinghi nei confronti della riforma del lavoro. Ma quelle immagini e quei sorrisi da un lato dicono il contrario, dall’altro inglobano i due leader – che più di tutti dovrebbero rappresentare le fasce meno abbienti e più sofferenti della popolazione italiana – nella stessa atmosfera elitaria che contraddistingue il governo Monti: ambienti raffinati, belle maniere e cibi buoni. Ora, in comunicazione un’immagine vale più di mille parole. E Monti lo sa.

Foto Ansa:

Pier Luigi Bersani a Cernobbio, foto Ansa

Susanna Camusso a «In 1/2 ora» di Lucia Annunziata, 25 marzo 2012:

Susanna Camusso In 1/2 ora, 25 marzo 2012

PS: questo articolo è uscito oggi anche sul Fatto Quotidiano.

A cosa serve lo sciopero di oggi?

Non è una provocazione. E nemmeno una domanda retorica. È un dubbio che mi assale da anni, sugli scioperi, e a maggior ragione su questo di oggi, indetto dalla Cgil e dalla Fiom, ma contestato dalla Cisl e Uil, sostenuto dall’Idv, da Sel, dalla Federazione della sinistra e dal Pd di Bersani (mentre altri nel Pd non sono d’accordo), ma contrastato da Fli e dall’Udc.

Camusso con cappellino rosso

Osserva giustamente Polisblog:

«Per ragioni che andrebbero analizzate a fondo, lo sciopero sembra svuotato del suo significato più profondo, e sembra essere sempre meno un’effettiva possibilità di ottenere qualcosa quando le concertazioni falliscono.

Anche perché i precari, i contratti a progetto, il popolo delle partite IVA, i lavoratori atipici, tutti coloro che, per prassi e per fatti compiuti, di fatto, non sono più tutelati dallo Statuto dei lavoratori – e che, prima del diritto a non essere licenziati senza giusta causa, dovrebbero conquistare il diritto al lavoro stabile – hanno un’oggettiva difficoltà a scioperare.»

In tema di diritti vanno poi considerati – come sempre si fa in questi casi – anche quelli di coloro che subiscono disagi più o meno gravi per lo sciopero. È in nome di diritti negati, per esempio, che oggi Ferruccio de Bortoli contesta la Cgil, che gli ha impedito di uscire col giornale cartaceo: Effetto sgradevole dello sciopero generale.

Ma il sacrificio di alcuni diritti sarebbe accettabile e pure sacrosanto, se lo sciopero servisse a qualcosa. Intendo: se avesse obiettivi precisi e portasse a risultati concreti.

In realtà, diciamocelo francamente: sono in dubbio proprio i risultati. I sindacati – uniti, e non a spizzichi e bocconi – non potevano trovare modi più efficaci di contrattare la manovra?

Sto assumendo una posizione conservatrice? Sto affondando nel ventre molle del centrismo più moderato? Al contrario, sto cercando di guardare oltre, sto cercando una posizione più innovativa e radicale.

Lo sciopero di oggi è un atto di protesta ritualizzato e irregimentato, che segue ancora codici del primo Novecento. Una forma di comunicazione per dire al governo: «Guardaci, ci siamo» e «Non ci piace quel che fai, vattene a casa». Con l’aggiunta di qualche parolaccia.

È a questo che serve. Anche in un’ottica internazionale: in tutte le capitali europee la gente protesta, e noi? Che figura ci farebbero un sindacato e un’opposizione che non portassero la gente in piazza? Perciò tutti in piazza. Ne parleranno i media oggi e domani. Inizierà il balletto dei numeri: 2 milioni diranno gli organizzatori, 200 mila la questura.

Più grosse saranno le cifre, più potente il simbolo.

E speriamo non ci siano violenze. Tranquilli, non ci saranno: non siamo a Londra e neppure nel Maghreb. Perché non siamo ancora abbastanza poveri, come ho detto più volte. Non oggi. Domani chissà.