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Media e terremoto: è proprio necessario indugiare sulle storie che coinvolgono i bambini?

È sempre molto difficile, per tutti, trovare, scrivere, pronunciare parole giuste, delicate, opportune quando si verifica una tragedia come quella che si è abbattuta sull’Italia tre notti fa. Detto questo, anche in questi giorni, come spesso purtroppo è già accaduto in occasioni analoghe, i media italiani, i politici, le figure pubbliche, i commentatori e le commentatrici non danno sempre il meglio di sé. E non mi riferisco solo a gaffe eclatanti – che pure ci sono state – ma a sfumature, allusioni, impliciti, telecamere che indugiano dove sarebbe stato meglio Continua a leggere

A un anno dal terremoto in Emilia puoi ancora fare molto: aiutarli

La mattina del 29 maggio 2012, a dieci giorni dalla prima forte scossa, dopo un continuo ed esasperante balletto di presunti “assestamenti”, l’Emilia subì un secondo fortissimo colpo. A un anno di distanza le sofferenze e i problemi sono ancora molti, anche se le donne e gli uomini dell’Emilia hanno la capacità di affrontarli col sorriso. Come quello di Claudia Miglia, che ho intervistato durante il Wworkers Camp 2013, e mi ha raccontato Continua a leggere

#terremoto e paura. Ma quali e quante paure ci sono?

Volevo scrivere d’altro oggi, ma vivo in Emilia e dal terremoto non posso prescindere. Dopo la forte scossa di ieri sera e gli ulteriori – continui – assestamenti di questa notte e stamattina, la tensione è risalita. Si percepisce anche a Bologna, dove pure siamo (ancora) fortunati a non aver subito danni (eccessivi) a persone, edifici e cose. Penso di continuo agli sfollati nei paesi sull’epicentro, dove ho amici e conoscenti.

Poi apro i giornali e vedo che la parola «paura» sta su quasi tutte le prime pagine.

La Repubblica, 4 giugno:

Repubblica 4 giugno

Il Corriere della sera, 4 giugno:

Il Corriere della sera 4 giugno

La Stampa 4 giugno:

La Stampa 4 giugno

I giornali usano sempre la stessa parola: paura. Ma quante e quali paure ci sono, anche di fronte alla stessa esperienza? Certo non una, ma dieci, cento, mille. Forse c’è una paura diversa in ognuno di noi – pur in relazione allo stesso fenomeno – perché le emozioni sono legate alle esperienze e alla storia personale. Alcune sono assimilabili, altre meno o per nulla: certo la mia paura non ha niente a che fare con quella che provano gli abitanti della cosiddetta «zona rossa». Tanto è vero che il Mattino di Napoli lo chiama «panico», riferendosi alle persone che il sisma ha colpito più duramente.

Il Mattino di Napoli 4 giugno

E allora mi chiedo: parlare di paura aiuta a provarne meno? No, se ti limiti a usare un’unica etichetta. Che resta vuota, per chi non la vive. Ma ti annoda lo stomaco in un groviglio di emozioni confuse, se stai già provando qualcosa che ci somigli.

Poiché i media non possono che usare la semplicistica etichetta, proviamo a tentare noi una maggiore varietà. Proviamo a usarlo noi un vocabolario più ricco, perché le emozioni hanno bisogno di parole, se non per essere provate, sicuramente per essere elaborate, comprese, condivise, trasformate, superate. Perciò ecco qua: di fronte a un terremoto si può provare: timore, apprensione, preoccupazione, inquietudine, esitazione, ansia… E poi angoscia, terrore, fobia, panico… E altro, continua tu, ma specifica per ogni parola cosa significa per te. Magari l’esercizio è utile a qualcuno.

Media by Banksy

Cristian mi ha mandato (grazie!) un disegno di Banksy, che risale a qualche anno fa e sembra fatto apposta per le nostre recenti discussioni (QUI e QUI).

Per altri lavori del grande street artist inglese vai al suo sito.

media-by-banksy

I registi fra le macerie

Nei giorni scorsi in Abruzzo si aggiravano un po’ di registi italiani. A quanto ne so, c’erano Mimmo Calopresti, Francesca Comencini, Ferzan Ozpetec, Michele Placido, Paolo Sorrentino. Di sicuro me ne sfugge qualcuno.

Già si trovano su YouTube i primi risultati del loro girare fra le macerie.

Calopresti accompagna le immagini del disastro con la canzone Perfect Day; Comencini fa parlare le donne di San Gregorio; Sorrentino si sofferma sulla non assegnazione delle tende, dopo che uno ha gridato «sono a sufficienza per tutti, sennò mi tagliate la testa!»; Ozpetec dedica il corto ad Alessandra Cora, una giovane di origini capresi che ha perso la vita nella tragedia; Placido, nel suo duplice ruolo di attore e regista, si fa riprendere mentre raccoglie le testimonianze di alcuni extracomunitari, che hanno scavato con le mani per salvare i compaesani.

Non so. Indipendentemente dalla qualità dei corti – a volte non distinguibili dalle centinaia di riprese giornalistiche di questi giorni – c’è qualcosa che non mi piace.

Documento? Arte? Autopromozione?

Capisco le buone intenzioni e la necessità di testimoniare, ma in questi casi il confine con lo sciacallaggio e l’intrusione nel dolore altrui è così sottile, che tenere qualche videocamera spenta non guasterebbe. O conservare il girato per tempi e storie successive. Perché il dolore ha bisogno di tempo. E di silenzio.

Cito a memoria Erri De Luca che, intervistato dalla Bignardi venerdì scorso, ha detto più o meno: «Durante una tragedia bisognerebbe vietare ai giornalisti di chiedere alla gente: “Cosa provi?”, “Come ti senti?”. Perché se la domanda è abolita, magari aguzzano l’ingegno e gli viene un’idea migliore.»

Anche ai registi bisognerebbe vietarla.

Mimmo Calopresti, «Perfect Day»

Francesca Comencini, «Le donne di San Gregorio»

Ferzan Ozpetec, «Nonostante tutto è Pasqua»

Michele Placido, «Le mani di Osmai»

Paolo Sorrentino, «L’assegnazione delle tende»

Sciacallaggio politico-mediatico

Fra i commenti sul blog di Rainews 24, ieri mattina ho pescato quello di Fabrizio, che a proposito del disastro in Abruzzo dice:

«Sono abruzzese, della provincia dell’Aquila ma vivo in Veneto. Quando accadono queste tragedie i politici non dovrebbero mai parlare. L’unico che dovrebbe farlo è il Presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità nazionale. Le notizie dovrebbero essere fornite da chi coordina i soccorsi: Protezione Civile, Croce Rossa, Vigili del Fuoco, ecc.

Non è giusto:

1. guardare in televisione il ministro Carfagna parlare di come il suo Ministero sia vicino alle donne colpite dal disastro;

2. sentire il ministro Gelmini rassicurare la popolazione che i ragazzi non perderanno l’anno scolastico;

3. che i ministri Maroni, Matteoli e il presidente Berlusconi partano da Roma con un aereo o con una macchina che poteva essere usata per portare medicine, sangue, acqua, utili a salvare anche solo una persona;

4. che tutte queste persone vadano in TV a dire che offrono il loro sostegno, e che lo dicano vestiti in giacca e cravatta davanti a una telecamera.

Non sono solo queste le cose ingiuste. Ma adesso parlare non serve più.»

L’opinione di Fabrizio è molto radicale e un po’ utopistica: i politici devono comunque svolgere un ruolo di rappresentanza, sui media e in loco. Il loro totale silenzio, oltre che impossibile, sarebbe un errore. Ma il commento esprime un disagio che tutti abbiamo provato guardando la tv generalista di questi giorni, ed è per questo che l’ho scelto.

Insomma parlare si deve, il problema è come. E con quali obiettivi.

E allora diciamolo senza mezzi termini: è da lunedì che il confine fra la notizia e la sua strumentalizzazione di parte viene sistematicamente violato. Anzi, se hai eccezioni positive da segnalare, ti prego di farlo subito, perché ho la nausea da due giorni e mi piacerebbe attenuarla.

Il colmo è questo sfoggio di ascolti e share da parte del Tg1 delle 13.30 di ieri, da molti segnalato su Facebook.