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Forum Nucleare belga e italiano a confronto

Grazie a Roberta, lettrice di questo blog – che ringrazio – ho scoperto a chi e a cosa sono ispirati sia il Forum Nucleare Italiano, sia lo spot di Saatchi & Saatchi Italia che abbiamo discusso in L’autoscacco del Forum Nucleare Italiano.

L’ispirazione viene dallo spot che il Forum Nucleaire belga ha mandato in onda nel febbraio 2009, realizzato da Saatchi & Saatchi Brussels.

Ovviamente vanno considerate le differenze di contesto. Per capire quanto possa essere diversa la suscettibilità degli antinuclaristi in Belgio rispetto all’Italia, basti solo osservare che sul canale YouTube del Forum Nucleaire belga – a differenza che sul nostro – i commenti non sono stati disattivati, ma dal febbraio del 2009 a oggi ce ne sono solo 15 e quelli polemici sono comunque pacati. Altri canali YouTube hanno poi ripreso lo spot, senza sollevare alcun vespaio, a quanto ho visto.

Lo spot belga riesce a esprimere meglio di quello italiano la necessità di un confronto razionale, lucido, sereno sul nucleare, senza cadere nell’ambivalenza angosciante del nostro. Questo perché:

  1. invece della sala di scacchisti alieni, mette in scena un progettista (ingegnere? geometra? architetto?), dunque un soggetto competente (ha una professione) che lavora in un contesto concreto e quotidiano, presumibilmente a casa la sera, per finire un lavoro su cui nutre alcuni dubbi, per cui dialoga con se stesso (non con un sosia irreale);
  2. le luci sono morbide e i colori sono caldi, non freddi come nello spot italiano;
  3. il dialogo fra i pro e contro è rappresentato dai colori (non da una partita a scacchi, con gli impliciti che su questo blog sono stati molto discussi, ma che in ogni caso hanno permesso agli antinuclearisti di costruire diversi controspot): rosso (il calore della passione?) l’antinuclearista, blu (ragione? tecnologia?) la parte a favore;
  4. il tempo a disposizione del contro è inferiore a quello del pro, e il dialogo si chiude (come nello spot italiano) con la tesi nuclearista; tuttavia la ripresa finale dall’alto mostra un disegno che include tutte le fasi del dialogo.

E qui mi fermo, per ora.

Oltra ai due spot, propongo anche di confrontare i due siti: il Forum Nucleare Italiano ricalca in modo evidente – ma lo peggiora – il Forum Nucleaire belga, con cui condivide alcuni soci fondatori (va’ nella sezione «Soci» e «Membres», nella voce «Forum» e «Forum Nucleaire»).

A te la parola – se ancora ti va di discutere sulla comunicazione di queste iniziative, beninteso. 🙂

(Idee per la tesi: su questo confronto si può costruire una tesi di laurea triennale; per concordare il taglio e la metodologia, iscriviti a Ricevimento.)

Lo spot del Forum Nucleaire belga:

Per comodità, ecco di nuovo lo spot del Forum Nucleare Italiano:

Napolitano, i giovani e il coro

Che il discorso di fine anno del presidente della Repubblica sia fatto per mettere d’accordo tutti (sia bipartisan, come si dice) non è una novità: poiché deve rivolgersi a tutti gli italiani e le italiane, non può certo esprimere una parte.

Per questo, dal 1949 a oggi, i discorsi presidenziali di fine anno, pur differenziandosi per stile e contenuti – che dipendono un po’ dal presidente, un po’ dal contesto storico-politico – devono il più possibile dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Perciò di solito ottengono lodi e critiche equamente distribuite fra tutte le parti politiche, sociali, economiche.

Tuttavia, mentre l’anno scorso il bilancio delle lodi e delle critiche era in pareggio (vedi Il discorso presidenziale di fine anno: lodi e attacchi bipartisan), quest’anno Napolitano ha ottenuto solo consensi perché, pur affrontanto molti temi, ha usato la leva retorica che da noi va per la maggiore: i giovani.

Attenzione: non sto dicendo che Napolitano ha fatto il furbacchione per ottenere consensi. Credo che in questo momento il valore simbolico dell’attenzione ai giovani e ai problemi dell’università sia importante. Tanto, che pure il New York Times ha dedicato un articolo all’anomalia italiana: un paese che non solo invecchia («Fra un po’ non ci saranno più italiani né greci, spagnoli, portoghesi o russi – dice al NYT l’economista Laurence J. Kotlikoff – e immagino che i cinesi riempiranno il sud Europa»), ma costringe i pochi giovani che ha ad andarsene per trovare percorsi di lavoro decenti.

Il problema è il coro: tutti a ripetere che bisogna pensare ai giovani, da Berlusconi a Bersani, da Fini a Di Pietro. Tuttavia, come ho detto altre volte, in Italia bisogna sempre diffidare di chi blandisce i giovani: quando va bene, è vuota demagogia (lo dicono e non lo fanno), quando va male equivale a inserire nei partiti e nelle organizzazioni persone poco competenti e preparate, ma in compenso molto inquadrate, deboli e manipolabili dai dirigenti. Non a caso tutti i partiti fanno il coro del «largo ai giovani».

Ma la mancanza di prospettive, in Italia, non riguarda solo i giovani, ma tutte le generazioni. Ed è soprattutto un problema:

  1. del mercato di lavoro, più che del sistema educativo – pur avendo, questo, tutti i problemi che sappiamo;
  2. dell’incapacità, tutta italiana, di darsi regole per introdurre una vera e sana meritocrazia in tutti gli ambienti (aziende, università, scuole, pubblica amministrazione, politica, governo) e per tutte le generazioni.

Una persona va scelta per un certo ruolo (lavoro, carica, funzione) perché ha studiato per quel ruolo, perché è intelligente, creativa, preparata, perché in quel ruolo saprebbe fare questo e quello e lo farebbe con passione e onestà. Non perché ha 20, 30 o 40 anni. E nemmeno perché ne ha 70 o 80, naturalmente.

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Idee per una tesi (triennale o magistrale, a seconda del tipo e livello di approfondimento): analizzare dal punto di vista retorico-semiotico il discorso di Napolitano nel quadro dei messaggi presidenziali di fine anno dal 1949 a oggi (tesi magistrale), o dalla cosiddetta seconda repubblica a oggi (tesi triennale).

Trovi sul sito del Quirinale i testi di tutti i messaggi di fine anno degli ex presidenti italiani, fino all’attuale.

Guerrilla marketing e contropubblicità: matrimonio impossibile?

Guerrilla marketing, guerrilla advertising, ambient advertising, flash mob, marketing virale: sono solo alcune delle etichette che oggi gravitano attorno al cosiddetto «marketing non convenzionale».

Gli studenti più giovani sono di solito affascinati da questo tipo di comunicazione, perché profuma di ribellione e creatività. Di nuove frontiere. Tendono però a confondere le varie etichette fra loro o, peggio, le sovrappongono alle azioni di contropubblicità e controcultura che contestano il consumismo, la pubblicità e i media tradizionali.

In realtà, come ho notato più volte su questo blog, negli ultimi anni il guerrilla marketing è sempre meno ribelle e sempre più scontato, convenzionale (vedi Urban spam e Di cosa parliamo quando parliamo di flash mob?).

Su questo tema ha fatto una bella tesi di laurea triennale Francesca Malaspina, che innanzi tutto ha messo ordine fra i vari concetti, quindi ha individuato alcuni aspetti critici, esaminando un recente caso italiano di movimento contropubblicitario, il Be Yourself Movement, che all’inizio era interessante, ma è finito in pochi mesi a fare guerrilla marketing per Emily the Strange, il che è incoerente rispetto al manifesto iniziale.

Be Yourself Movement

Per saperne di più, ecco la tesi di Francesca: «Guerrilla: al confine tra marketing e sociale».

 

Come (non) cambia un cane a sei zampe

Nato nel 1952, il celebre marchio Eni-Agip del cane a sei zampe ha subito quattro restyling. Nonostante i cambiamenti, il bozzetto originario, disegnato dallo scultore Luigi Broggini (che però non ne riconobbe mai la paternità), ha resistito nella forma e nei colori. Ecco le tappe del suo percorso:

Il marchio nel 1952

Il marchio ENI nel 1953

Il marchio nel 1972

Il marchio ENI nel 1972

Il marchio nel 1998

Il marchio ENI nel 1998

Il marchio nel 2009

Il Marchio ENI nel 2009

Nel 2009 il restyling è stato affidato a InArea, un’agenzia cui fa capo una rete internazionale di designer e architetti specializzati nella creazione e gestione di sistemi di identità.

«Il passaggio nel 2009 al nuovo marchio monolitico e l’addio al marchio Agip hanno destato non poche critiche. C’è chi sostiene che il nuovo marchio sia troppo “modaiolo” e che risentirà ben presto dell’usura del tempo. Che sia molto meno autorevole del precedente a causa del nuovo lettering e della prima lettera minuscola. Che invece di comunicare dinamicità comunichi sfuggevolezza. Solo il tempo potrà dimostrare se queste critiche siano o meno fondate. Per adesso, possiamo semplicemente constatare che il marchio Eni, malgrado i numerosi restyling, si è sempre dimostrato vincente.»

È così che si conclude la tesi di laurea triennale in Scienze della Comunicazione che Anita Previdi ha dedicato alla storia di questo marchio, analizzando tutti i significati del simbolo originario e tutte le ragioni tecnico-grafiche, storiche e economiche dei suoi cambiamenti, fino alla versione attuale.

La suo lavoro si basa, fra l’altro, su documenti e studi messi gentilmente a disposizione da InArea, che ringraziamo per questo.

Se vuoi approfondire questa storia affascinante, ecco la tesi di Anita Previdi: «Il cane a sei zampe, fedele amico dell’uomo a quattro ruote. L’evoluzione del marchio Eni attraverso i suoi restyling».

L’influenza suina un anno dopo

Il 22 luglio 2009 scrissi «A chi giova l’influenza A (o suina, o H1N1)», in cui riprendevo un paio di articoli dal blog di Marcello Foa, uno del 25 aprile 2009 (il giorno dopo i primi casi in Messico), l’altro del 19 luglio 2009.

In entrambi gli articoli Foa individuava un allarmismo mediatico analogo a quelli a cui avevamo già assistito, negli anni scorsi, per la mucca pazza, la sars e l’aviaria. Inoltre si chiedeva – e io con lui – a chi potesse giovare tale allarmismo. A questo proposito lo stesso 22 luglio Maurizio Ricci scriveva su Repubblica: «Virus A, affari d’oro per Big Pharma. Il vaccino vale 10 miliardi di dollari».

Pur non essendomi mai piaciuto il cospirazionismo – in cui però Foa non cadeva – mi sembrava già chiaro ciò che poi si è verificato. Ma era altrettanto chiaro che, poiché anche l’OMS aveva garantito per la serietà dell’allarme, non ci si poteva fare più nulla: con la salute delle persone non si scherza e dunque il principio di precauzione imponeva ai governi di fare quel che hanno fatto, e cioè acquistare e distribuire i vaccini.

Allora pensavo pure che ci saremmo vaccinati tutti. Invece né io né molti altri l’abbiamo fatto, e milioni di vaccini sono finiti al macero o chissà dove.

Infine diedi qualche spunto per una tesi di laurea triennale e una magistrale, da preparare una volta che la questione fosse chiusa. Ebbene, la tesi triennale è arrivata, ed è talmente buona che ho deciso di pubblicarla.

La settimana scorsa Daniela Moroni ha discusso una tesi triennale dal titolo «L’influenza suina nella stampa italiana. Studio semiotico di un allarme visivo». Così la presenta nell’introduzione:

«Questo elaborato non ha la pretesa di stabilire se i giornali abbiano rappresentato obiettivamente il fenomeno dell’influenza suina, o se abbiano contribuito a creare una sorta di isteria collettiva da H1N1: non possiamo né legittimare né smentire la lettura corrente di questo accadimento del mondo. Con gli strumenti semiotici infatti non abbiamo modo di verificare direttamente la corrispondenza fra ciò che viene affermato e gli stati del mondo: la semiotica si occupa non della verità come corrispondenza fra discorso e realtà descritta, bensì di come il discorso possa produrre un effetto di verità, o di realtà (Barthes 1968), in virtù della sua costruzione.

Il quotidiano quasi sempre veicola un sapere presentandolo come un sapere oggettivo, ‘vero’, adeguato alla realtà. L’oggettività però (Greimas 1983, trad.it.: 108) è solo un effetto di senso: le componenti soggettive fanno parte integrante di qualsiasi discorso.

Indagheremo dunque i meccanismi alla base della costruzione della notizia, per mostrare come questo evento è stato percepito, selezionato, strutturato e riferito all’interno dei giornali.

Nella prima parte di questa tesina viene esposto il tema dell’influenza suina da un punto di vista scientifico: vengono brevemente passate in rassegna le origini della malattia, i veicoli di trasmissione, i sintomi, il pericolo di pandemia e i metodi di sorveglianza dell’influenza in Italia.

La seconda parte è centrata sulla vicenda dell’influenza suina vista come macronarrazione, la cui struttura discorsiva si compone di attori, tempi e luoghi. Vengono perciò presentati i protagonisti della narrazione giornalistica, ripercorse le tappe della diffusione del virus H1N1, e si espongono i criteri che hanno orientato la trasformazione della “suina” da accadimento del mondo a notizia.

Viene infine mostrato il trattamento subito dall’evento mediatico suina nei due quotidiani italiani presi in considerazione: il Corriere della Sera e La Repubblica.»

Puoi scaricare qui il pdf della tesi di Daniela Moroni: «L’influenza suina nella stampa italiana. Studio semiotico di un allarme visivo».

Questo è l’Indice della tesi.

Questa è l’Appendice 1, che contiene le immagini degli articoli cui Daniela ha fatto riferimento (attenzione: pesa 54,5 MB).

Questa è l’Appendice 2, che con un grafico mostra le diverse quantità di articoli apparsi sulle due testate da aprile 2009 a gennaio 2010.

Emergenza caldo, emergenza freddo

Negli ultimi giorni è rimbalzata sui giornali italiani questa notizia: nel trimestre aprile-giugno 2010 il National Climatic Data Center del Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) ha registrato nel mondo le temperature più alte da quando ha cominciato a raccogliere dati, e cioè dal 1880.

A quanto pare i dati, raccolti sia in terra che in mare, dicono che la temperatura media del mese di giugno 2010 è stata 16,2°C, cioè 0,68°C sopra la media del ventesimo secolo, che è di 15,5°C, mentre la temperatura media sulla terraferma è stata di 1,07°C superiore alle medie dello stesso periodo.

Vedi per esempio questa notizia di Adnkronos/IGN: «Allarme afa: il 2010 è l’anno più caldo mai registrato», 16 luglio 2010, e questo articolo su Repubblica di Luigi Bignami: «I meteorologi: è caldo record. “Giugno più rovente di sempre”», 16 luglio 2010.

Ma come? Abbiamo già superato le temperature del 2003? Sul caldo eccezionale di quell’estate c’è addirittura una voce di Wikipedia: «Ondata di caldo dell’estate 2003».

Inoltre, ricordi che a maggio in Italia si parlava di emergenza pioggia? (vedi per esempio Sky Tg24 «Maltempo: in nord Italia è emergenza pioggia», 12 maggio 2010).

E ricordi che a marzo c’era l’emergenza neve? (vedi per esempio Adnkronos/IGN «Italia paralizzata dal maltempo, neve e bora a Trieste. Crollo all’ospedale di Messina», 10 marzo 2010).

Uhm, qualcosa non torna.

D’accordo, bisogna distinguere le medie mondiali da ciò che accade nei singoli paesi… però.

Continuo a pensare che qualcosa non torni.

😮

Idea per una tesi (triennale o magistrale a seconda dell’approfondimento): analizzare la costruzione delle emergenze meteorologiche sulle maggiori testate giornalistiche italiane nel 2009-2010, confrontandola con quella di altri anni (ad esempio il 2003) e/o altri paesi, e verificando, per ogni notizia, i dati forniti dalle fonti scientifiche.

Per impostare il lavoro, vieni a ricevimento (a partire da settembre).

Come la BP (non) ha gestito la crisi

Dopo l’incendio e il crollo della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della multinazionale British Petroleum – il 20 aprile scorso nel Golfo del Messico – la BP si è impegnata a rimediare nei fatti al disastro umano, ambientale ed economico che l’incidente ha determinato: il più grave – si stima – di tutta la storia americana.

La gestione della crisi ha impegnato la BP anche sul fronte della comunicazione, con esiti spesso infelici, visto che la società ha fatto errori, è caduta in contraddizione ed è stata colta in fallo diverse volte.

A oggi la fuoriuscita del petrolio non è stata ancora fermata e le proteste contro la BP sono numerose in tutto il mondo.

Idea per una tesi (triennale o magistrale, a seconda dell’approfondimento): analizzare come la BP ha gestito la crisi dal punto di vista comunicativo, applicando strumenti propri della semiotica e degli studi di crisis management, con particolare riguardo alla comunicazione sul web.

Per impostare la tesi, vieni a ricevimento.

Per una prima sintesi degli eventi vedi la voce di Wikipedia.

Per i primi spunti sugli errori di comunicazione della BP, leggi questi articoli e segui i link che propongono:

Annamaria Testa, «Eh, no, dire bene e fare male non vale», 7 maggio 2010.

Mariella Governo, «Il dolore nella marea nera di BP», 19 giugno 2010.

Per cominciare la ricognizione sul web, vedi la sezione del sito «Gulf of Mexico response», il profilo Facebook, l’account Twitter, l’album Flickr e il canale YouTube della BP, dove i manager cercano di parlare agli americani nel modo più diretto possibile, come fa il responsabile delle azioni di risarcimento danni Darryl Willis, in uno dei video più recenti: