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Femminicidio in Italia: obiezioni e contro-obiezioni

Ferite a morte

Nell’ultimo anno in Italia si è parlato molto di femminicidio. E negli ultimi giorni l’attenzione mediatica sul tema ha avuto un’ulteriore fiammata. È un argomento doloroso e, nonostante le apparenze, “divisivo”, come si dice ora: piovono accuse, gli animi si scaldano, molti/e sono addirittura infastiditi/e dalla stessa parola “femminicidio” (devo ammettere che anche a me non è mai piaciuta molto). Tipicamente, le obiezioni contro il clamore mediatico sul femminicidio sono: Continua a leggere

Buon compleanno Taslima Nasreen!

Ricevo e volentieri pubblico un scritto di Till Neuburg in occasione del cinquantesimo compleanno di Taslima Nasreen. Forse non tutti/e sanno chi è: un’occasione buona per impararlo.

Taslima Nasrin

Giorno di festa! di Till Neuburg

Oggi sabato 25 agosto, una donna molto speciale raggiunge la prima metà di un secolo di vita. Lo annuncio con la serena certezza che nel 2062 qualcun altro avrà l’onore di scrivere una dedica ‘doppiamente’ significativa di questa.

Per capire il valore di questa straordinaria combattente, partiamo qui da noi dove, per fortuna, abbiamo delle rompiscatole come Tina Anselmi, Emma Bonino, Paola Concia, Milena Gabanelli, Sabina Guzzanti, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Rossana Rossanda, Franca Valeri. Eppure, a ben trentasette anni dalla legalizzazione dell’aborto, le donne italiane sono tuttora una maggioranza discriminata – nel lavoro, nella politica, nell’economia. Il divario tra diritti costituzionali e realtà, è tuttora vergognoso.

Se qui, a pochi chilometri dal Vaticano, c’è sempre poco da ridere e molto da ridire, figuriamoci cosa succede a una ribelle che nasce nel Bangladesh. Anche lì, l’interruzione della gravidanza è legalmente accettata ma – uso un termine trucemente paradossale – il più delle volte si tratta di aborti “selettivi”. Questo significa semplicemente che quando negli screening prenatali il feto risulta di sesso femminile, l’interruzione di gravidanza è incoraggiata, se è maschile, no.

Taslima Nasreen è medica, scrittrice, poetessa, giornalista, attivista dei diritti civili, femminista, atea e dichiaratamente gay. Cosa significhi tutto questo per una donna che agisce in un contesto massicciamente misogino e fondamentalista, noi non ce lo possiamo immaginare nemmeno alla lontana.

Per punirla per le cose che racconta nei suoi libri, i militanti musulmani avevano emesso nei suoi confronti ben tre Fatwa promettendo che, se catturata, avrebbe pagato i suoi peccati con il linciaggio per lapidazione. In India, le minoranze musulmane, hanno offerto una taglia di 500.000 rupie per la sua decapitazione. Nel suo paese d’origine, la sua autobiografia è severamente proibita e lo stesso governo l’ha accusata di blasfemia. Dopo un lungo peregrinare in vari stati europei, oggi vive in esilio, prevalentemente negli USA.

Nonostante anni di persecuzioni, Taslima Nasreen è stata insignita di ben 21 premi umanitari e letterari internazionali tra i quali spiccano il Premio Sakharov per la Libertà di Pensiero conferitole nel 1994 dal Parlamento Europeo, il Premio Simone de Beauvoir per i Diritti Civili del governo francese, il Premio UNESCO Madanjeet Singh per la promozione della tolleranza. È cittadina onoraria di Parigi, Nantes, Lione, Metz, Esch, Venezia e Barcellona. Ha ricevuto il dottorato honoris causa delle università di Gent e dell’Università americana e dell’Université Didérot di Parigi. Ha parlato all’UNESCO, nel Parlamento Europeo, nell’Assemblea Nazionale di Francia, alla Sorbona, a Oxford, Harvard e Yale.

Nell’infanzia ha subito ripetute violenze sessuali da parte di parenti e altri uomini, eppure scrive sin dall’età di 13 anni. Finora ha pubblicato 35 libri.

Da una sua intervista di Bianca Madeccia, cito: «Sono convinta che l’unico modo di arginare il fondamentalismo e la sua perversa influenza sia l’unità di chi crede nei valori dell’umanesimo e del laicismo».

È un frase particolarmente significativa se consideriamo che tra pochi giorni dovrà essere votata nel parlamento tunisino la nuova Costituzione nella quale la donna non sarà più considerata “uguale”, ma “complementare” all’uomo.

Till Neuburg

Di politica, grafica e sinistra italiana

Ricevo da Till Neuburg – che molto sa di comunicazione, di grafica, di cultura visiva e di politica, non solo italiane ma internazionali – uno scritto  che prende spunto dalle polemiche degli ultimi giorni sui manifesti del Pd, per interpretarle in un orizzonte più vasto (i grassetti sono miei):

La gragragrafica del Pd

Oggi, tra chi in Italia coltiva ancora l’eredità del sommo Giambattista Bodoni, per catturare lettori, cittadini, habitués visuali, che cosa c’è?

Ci sono (a) le bombe grafiche ‘intelligenti’, (b) una semiclandestina banda di partigiani della cultura visiva, e soprattutto (c) una gabbia similoro, extralarge, dove si trastullano gli uccellacci e gli uccellini che tweetano con emoticon, shopping nelle libraries fotografiche e Photoshop.

I bombardamenti a tappeto innescati dall’ignoranza e dalla volgarità (a), li vediamo esplodere dappertutto, a ogni ora, nei negozi, nei moduli statali, nei giornali, nei biglietti da visite, nei siti, sulle pareti sei per tre, nel packaging, alla tv.

I partigiani rimasti fedeli alla fantasia e alla qualità (b), combattono ancora isolati, in qualche sparuta isola nel mare sempre meno mosso della nostra cultura. Alcuni di loro sono talmente bravi che sono molto più conosciuti fuori Italia che non tra i nostri markettari aziendali, politici o istituzionali.

Infine, nella voliera del trasformismo grafico e del trendismo carpito dalla moda e da Lürzer’s Archive (c), svolazzano i soliti pappagalli, corvi, rapaci, pavoni, avvoltoi, oche da ingrasso, ma anche i galli con la cresta colore Sol dell’Avvenir, dove gli allevatori delle mode intensive e del riciclaggio della cultura geneticamente mai modificata gli sparpagliano di continuo il loro becchime trendy – sotto forma di happy hour, gossip, premi, convegni, nostalgismo vintage, toksciò.

Che i maximi lider del nostro politichese viaggino di preferenza nell’Italo italiano della finta modernità (c), non sorprende. Infatti, osservando la scenografia kitsch in cui il nostro potere appende il suo solito loden bocconiano, non si sa se ridere o arrossire: stucchi, tappezzeria damascata, ninnoli, marmi, peltro, appliques veneziane, poltrone Luigi XV, la solita ortensia d’ordinanza.

Monti stringe la mano

Se invece guardiamo l’ufficio della sua vituperata collega tedesca, alle spalle della Cancelliera c’è solo un ritratto di Adenauer dipinto da Oskar Kokoschka, mentre lei stessa siede su una più che “sobria” poltrona di Charles Eames.

Merkel in studio

Sono due modelli di cultura completamente contrapposti. Di qua la polvere e le auto blu, di là pareti ariose e “Das Auto”.

Questo è “il contesto” che, ovviamente, ha il suo fall out culturale anche nella cosiddetta Sinistra storica. Da quando l’allora PCI si era astenuto nella votazione per buttare giù Andreotti, le cose non sono più sostanzialmente cambiate. Nei vari festival dell’Unità, gli imperterriti compagni “di vertice” continuavano a far montare i soliti striscioni ingialliti che dicevano sempre le stesse cose: Il Sud, Il Posto di Lavoro non si tocca, Le Donne, Per i nostri Giovani, La Cultura è un Valore – non accorgendosi che nel frattempo venivano al mondo strane creature come il divorzio, la Fininvest, l’ecologia, Internet, la telefonia mobile, Schengen, l’Euro, la globalizzazione.

Il badge dell’attuale segretario PD mostra la foto di un buon uomo. Bersani non è né ignorante né cattivo. Ai “suoi” tempi con Prodi era persino un ministro apprezzato ed efficiente. Oggi, il suo ruolo d’ordinanza nel PD sarebbe fare l’allenatore, ma che il reale ispiratore del gioco – e chi decide le sostituzioni in campo – non sia lui, l’hanno capito persino i raccattapalle del giornalismo più servile.

Il noto cospiratore del Copasir è allo stesso tempo portiere, difensore, centrocampista, ala tornante, stopper, capitano, portavoce, presidente e playmaker di una squadra che si rifiuta tenacemente di vincere lo scudetto. L’unico ruolo che D’Alema perentoriamente non intende svolgere è quello di segnare gol. Piuttosto che puntare alla rete avversaria, preferisce segnare autoreti. In realtà, il nostro Maximus è uno skipper sostanzialmente solitario che non solo “Non deve chiedere mai”, ma che semplicemente, ai suoi occhi a spillo, non sbaglia mai. Quando lo intervistano, fa sempre capire con aria impaziente e stizzita, che lui l’aveva previsto, che le cose non stanno come sembrano, che occorre avere pazienza, che le trattative sono difficili, che bisogna sedersi a un tavolo.

Ecco, il tavolo – il suo arredo preferito. Molto meglio se non rotondo, basta che sia quadrato e biposto. Con chi aveva poi discettato per anni in quella torre d’avorio di controllo, lo sanno persino i bambini di Macherio che frequentano le Scuole Steineriane di Milano e Milanello.

Lo Schettino di quella lunghissima crociera politica è palesemente un uomo che non ha mai spinto un carrello in un supermercato, che non sa come sono fatti dentro gli autobus, che non ha mai fatto la fila davanti a uno sportello che non fosse aperto dal suo autista. Pertanto non sa nemmeno cosa siano la grafica, la comunicazione, la pubblicità. Sono tutte cosette che uno come lui delega volentieri ai suoi ufficiostampisti di ruolo, gente palesemente nata e cresciuta con il ciclostile e i floppy disk.

Oggi, per fortuna, il risultato di quest’accultura non è avanti gli occhi di tutti, ma comunque, secondo me, di troppi cittadini. Quei puzzle tipografici sembrano dei sacchi dell’immondizia non ritirati, con sopra l’etichetta NON CONFORME, ma mi ricordano anche gli sportelli delle poste o dell’Inps di qualche anno fa, dove gli avvisi ai cittadini erano incollati, mezzi strappati, ingialliti, cancellati a mano o con lo Scotch.

La grafica di queste frasi strafatte è la citazione di una citazione déjà-vu. Più che fascista, la considero semplicemente sgangherata. Non invita alla lettura. Leggere quei titoli, sottotitoli e sottosottotitoli è come leggere “Boh”.

Tutta quanta l’iniziativa sembra essenzialmente un brief: “Ecco ragassi, queste son le cose che sono venute fuori, vedete un po’ come sistemarle. I ricreativi siete voi. Ma mi raccomando, come diciamo da noi nel Piacentino, l’erba per diventare latte buono non ha bisogno di essere ruminato troppe volte”.

Valli a capire ‘sti politici del piddì. E così, i nostri ragassi della Giovine Grafica si sono detti: “Dai, perché stavolta non proviamo a farlo strano?”

Pubblicitari che cambiano

Quest’anno, in occasione dell’8 marzo, due delle più importanti associazioni di pubblicitari professionisti italiani hanno voluto dare due importanti segnali di  cambiamento.

Mercoledì 7 marzo, alla Mediateca Santa Teresa di Milano, l’ADCI ha celebrato l’ingresso nella Hall of Fame – una sorta di pantheon della creatività e della comunicazione – di Philippe Daverio e Annamaria Testa, la seconda donna dopo Fernanda Pivano che vi sia mai entrata dal 1990, quando la Hall of Fame fu istituita. Due donne su circa 50 eletti sono pochissime (bicchiere mezzo vuoto), ma è buono che Annamaria ora sia lì (bicchiere mezzo pieno).

Ho avuto il piacere di partecipare alla cerimonia: breve, efficace, per niente retorica. Il tema del rispetto della dignità delle donne è stato affrontato da tutti i relatori: non solo dai due nominati, ma anche da Massimo Guastini, presidente dell’ADCI, e Till Neuburg, che moderava l’incontro. Notevole poi che alla cerimonia abbia partecipato anche lo Iap: nella persona del suo segretario Vincenzo Guggino, ha invitato l’ADCI a lavorare assieme per una pubblicità meno stereotipata, più creativa e rispettosa di tutti e in particolar modo delle donne. Non era mai capitato.

Ricordo fra l’altro che nella primavera dell’anno scorso l’ADCI aveva pubblicato un Manifesto deontologico, che andava nella stessa direzione: rileggilo, era davvero ben fatto. Insomma, grazie all’operosità del presidente Massimo Guastini e del Consiglio direttivo dell’ADCI, insediatisi un anno e mezzo fa, qualcosa si sta muovendo, anche se il lavoro per cambiare la pubblicità italiana è ancora lungo e faticoso.

Un secondo segnale viene da TP, l’associazione dei pubblicitari professionisti, che per l’8 marzo ha preparato e diffuso in rete questo manifesto (clic per ingrandire):

TP pubblicitari professionisti 8 marzo

Ci stanno davvero provando: questa è la notizia. Spero insistano. Spero riescano a convincere i loro associati ad andare oltre le dichiarazioni di principio. E spero riescano a contagiare anche i settori meno illuminati e culturalmente avanzati del mondo pubblicitario italiano. Noi come sempre vigileremo.