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Compagnie telefoniche: se dici o scrivi parolacce a un servizio di risposte automatiche, riesci a parlare con un essere umano?

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Diversi amici e conoscenti mi hanno segnalato, negli ultimi mesi, un fenomeno curioso nelle loro relazioni con le compagnie telefoniche: se interagisci con la voce registrata di un call center o con un servizio automatico di risposte sms e non ottieni quel che cerchi, conviene dire o scrivere una parolaccia. D’improvviso, come per incanto, la risposta si fa, da inadeguata e/o priva di senso che era, pertinente e sensata, e in due mosse ottieni l’informazione o il servizio che cercavi. Tanto varrebbe, allora, esordire con una parolaccia? Mi chiedo se stiamo assistendo alla codificazione del turpiloquio – e dell’aggressività che implica – come metodo per ottenere in modo più rapido ed efficace ciò che si vuole. Qui l’esempio di un esilarante scambio con TIM (ringrazio Luca per avermelo passato):

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Se Tim tratta male gli studenti… com’è andata a finire

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Dopo il post del 20 giugno Se Tim tratta male gli studenti, è perché dimentica che sono clienti? in poche ore sono contattata su Twitter dallo staff di TimOfficial, che, sollecitato dall’utente @m_qualunque, avvia questo scambio, prima con lui e poi con me: Continua a leggere

Se Tim tratta male due studenti, è perché dimentica che sono clienti?

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Alessandro e Francesco sono due studenti della magistrale in Semiotica che, per sostenere il mio esame, hanno preso Tim come caso di studio, per analizzare l’uso di testimonial femminili da parte di un’azienda che in poco tempo è passata da Belén Rodríguez a Bianca Balti e Chiara Galiazzo. Per andare oltre il puro esercizio accademico, ho raccomandato loro di chiedere a Tim alcuni dati di mercato e, conoscendo come (non) funzionano alcune aziende italiane, li ho avvisati che non sarebbero stati accolti a braccia aperte, ma ho raccomandato loro di insistere. «In ogni caso imparerete qualcosa», è stato il mio incoraggiamento. I due ragazzi hanno scritto, telefonato, insistito. Dopo più di tre settimane sono tornati con la coda fra le gambe. Ecco il loro racconto: Continua a leggere

La differenza di Wind

In agosto è andato in onda il nuovo spot istituzionale di Wind – curato dall’agenzia DDB – che si nota per diversi motivi.

Innanzi tutto mancano Aldo, Giovanni e Giacomo, da anni testimonial di Wind. Il che già distingueva Wind fra gli operatori italiani di telefonia mobile: tre uomini bruttini che fanno ridere o almeno sorridere (un certo target), invece di corpi femminili anonimi (vedi la campagna di 3 qui e qui discussa), invece di Belén Rodríguez per Tim (testimonial che si distingue per il corpo), invece della coppia Totti+Blasi per Vodafone (testimonial femmina+maschio, ancora una volta famosi per le qualità fisiche: bellezza+prestanza atletica).

Inoltre, sulle note di Hey, soul sister di Train, Wind ringrazia i 22,78 milioni di clienti che l’hanno scelto, alludendo solo implicitamente ad alcuni servizi.

Nulla di particolarmente originale, beninteso: la retorica del ringraziamento ai clienti è usata spesso dalle aziende per costruire, confermare e rinforzare l’idea di appartenenza a un gruppo sociale («siamo belli, siamo tanti…»), oltre che a un marchio (il che, in un settore in cui nessuno è sicuro che le proprie tariffe telefoniche siano davvero più convenienti di altre, è tutto ciò che conta).

E tuttavia, nel contesto italiano della comunicazione degli operatori di telefonia mobile, pare una stella cometa.