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Umberto Eco su Internet e i media digitali: un anticipatore lungimirante, altro che apocalittico

Eco in conferenza stampa all'Università di Torino

Quando Riccardo Chiaberge, direttore scientifico della serie Il libro dell’anno dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, mi ha chiesto di scrivere un articolo su Umberto Eco per l’edizione del 2016, con particolare riguardo al suo rapporto con Internet e i media digitali, sono stata ben felice di potere offrire un’immagine il più possibile realistica di cosa davvero Eco pensasse in questo campo. In barba alle polemiche che, negli ultimi anni, lo dipingevano come un apocalittico, un retrogado, uno con la tendenza a demonizzare la rete e il digitale. Ecco il mio contributo a Treccani. Il libro dell’anno 2016, pp. 316-319: Continua a leggere

Treccani contro la povertà lessicale: #carino. Ma è anche analfabetismo emotivo

Treccani carino

Osservo da anni la povertà lessicale che manifestano molti, specie i più giovani, quando si chiede loro di esprimere cosa provano in un certo momento o rispetto a qualcosa o qualcuno: una vera e propria afasia, connessa alla difficoltà di trovare parole che non siano le solite – una o due al massimo – per esprimere le loro emozioni, i loro sentimenti. È un esercizio che faccio fare spesso in aula, per introdurre una serie di lezioni in cui spiego quanto al contrario sia fondamentale la capacità di mettere in gioco, indurre, stimolare emozioni negli altri per qualunque comunicazione si voglia efficace (in qualunque ambito) e quanto sia dunque fondamentale essere consapevoli Continua a leggere

Lo so: parlare di Monti in rete non funziona

È un dato: ogni volta che scrivo di Monti – qui o sul Fatto Quotidiano – le visite e i commenti si fanno al lumicino. Colpa di quel che scrivo? Forse. Ma, data la popolarità di molti altri post, credo che il tema ci metta del suo: è come se fra Monti e il “popolo del web” ci fosse un gelo difficilmente scaldabile. Insomma, è anche un po’ per ridurre i commenti e le visite che negli ultimi due giorni hanno tempestato il blog, che ho deciso di condividere il pezzo che ho scritto per lo Speciale Elezioni del portale Treccani. Tiè, raffreddati i bollenti spiriti con questo. 🙂 (Se leggi bene, nel pezzo trovi  fra l’altro spiegato cosa c’è, fra Monti e la rete, che non funziona.)

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Che cos’è la Semiotica dei nuovi media

L’espressione si riferisce a una disciplina nata in Italia una decina d’anni fa: risalgono alla fine del 2001 i primi insegnamenti universitari che portano questo titolo e qualche anno dopo uscirono le prime pubblicazioni sistematiche sull’argomento (cfr. G. Cosenza, a cura di, Semiotica dei nuovi media, numero monografico di Versus, 94-95-96, Bompiani, Milano 2003; G. Cosenza, Semiotica dei nuovi media (Laterza, Roma-Bari, 2004, 5a edizione aggiornata con l’aggiunta di un capitolo 2008 ).

Prima di quegli anni, l’espressione «Semiotica dei nuovi media» non era mai stata usata né in Italia, né in alcun contesto internazionale.

La giovinezza della disciplina dipende da quella degli oggetti di cui si occupa. Fu più o meno a metà degli anni novanta, infatti, dopo la nascita del web (avvenuta fra il 1991 e il 1992) e in concomitanza con la diffusione su larga scala dell’accesso a Internet nei paesi occidentali, che l’espressione «nuovi media» cominciò a circolare in ambito sociologico (cfr. J. Van Dijk, The Network Society. An Introduction to the Social Aspects of New Media, Sage, London 1999, trad. it. Sociologia dei nuovi media, Il Mulino, Bologna 2002). Essendo all’epoca già radicato l’uso del termine «media» per indicare i mezzi di comunicazione di massa, l’etichetta «nuovi media» cominciò a riferirsi agli strumenti digitali e alle reti informatiche, nella misura in cui questi sono usati, appunto, come mezzi di comunicazione di massa.

Fra il 1993 e il 1995 in Italia furono istituzionalizzati i corsi universitari di Teorie e tecniche dei nuovi media (poi affiancati da Sociologia dei nuovi media), come afferenti al settore scientifico-disciplinare “Sociologia dei processi culturali e comunicativi” (così definito dal D.M. 4 ottobre 2000 del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica, e successive modifiche).

Ma fu solo nell’anno accademico 2001-2002 che la Semiotica dei nuovi media prese posto ufficialmente nel settore scientifico-disciplinare “Filosofia e teoria dei linguaggi”, quando fu attivato il primo insegnamento in Italia con questo nome, presso il corso di laurea in Scienze della Comunicazione della Facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna.

Dal 2003 sono titolare di Semiotica dei nuovi media presso il corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione.

E nel 2009 ho avuto l’onore di scrivere la voce «Semiotica dei nuovi media» per il volume della Treccani XXI Secolo. Comunicare e rappresentare, a cura di Tullio Gregory, Istituto dell’Enciclopedia Treccani Fondata da Giuseppe Treccani S.p.A, Roma, pp. 225-232.

Questo è il pdf della voce Semiotica dei nuovi media che ho scritto. 🙂

Questo è infine l’elenco degli autori che hanno contribuito al volume, con le voci relative (clic per ingrandire).

Elenco autori Treccani XXI secolo

 

La Treccani e le coatte

Mi scrive Il Comizietto:

«Cara Giovanna, sono quasi sicuro che non ti sei persa l’ultima campagna dell’istituto Treccani. Questa estate, in uno dei servizi “intelligenti” tipici dei tg estivi, due ragazze “coatte” hanno avuto il loro attimo di celebrità:

Molti in rete hanno poi ripreso queste interviste, ricombinandole e citandole nei modi più disparati e ora l’istituto Treccani ha pensato bene di trarre spunto dalle due involontarie protagoniste, per pubblicizzare i suoi dizionari con questi spot:

Anche se gli spot sono molto divertenti, non mi sembra siano utili all’istituto Treccani. C’è lo stereotipo della ragazza stupida e quello dell’intellettuale ingessato e grigio, ma non c’è nessun contatto fra i due mondi: l’intellettuale resta grigio e le coatte ignoranti.

Qual è il messaggio? Ognuno per la sua strada. Ma la Treccani non dovrebbe mirare a vendere i suoi libri a chi vuole essere meno ignorante?

Mi fermo qui. Spero che una tua riflessione in merito a questi spot rientri nei tuoi progetti disambiguanti. :-)»

Caro Il Comizietto, sono talmente d’accordo con te che rincaro la dose: contrariamente alle buone intenzioni dell’istituto Treccani, gli spot, proprio perché così simpatici, non solo non avvicinano i due mondi, ma possono contribuire a rendere ancor più «di tendenza» comportamenti e slang «da coatte».

Non credo affatto che faranno vendere più dizionari… 😦