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Le pari opportunità di TTTLines

Ricordando le proteste degli anni scorsi (vedi: TTTLines: fra noia e proteste), la compagnia di navigazione TTTLines ha deciso quest’anno di degradare gli uomini invece delle donne.

Perciò ha preso due bei ragazzi sorridenti e li ha fotografati in queste condizioni: hanno il volto tagliato, indossano un papillon e una giacca nera aperta sul torso nudo muscoloso (come fossero due «coniglietti»), tengono in mano un vassoio con un babà napoletano e un cannolo siciliano, a simboleggiare la rotta Napoli-Catania (clic per ingrandire):

Dopo di che, la headline «Babà o Cannolo?» e il relativo baseline «Napoli-Catania: tutti i giorni… instancabilmente» (con tanto di puntini di sospensione) si fanno carico di chiarire – a chi non l’avesse capito – cos’altro rappresentano babà e cannolo: oltre alle due tradizioni alimentari, anche l’organo sessuale maschile, del quale TTTLines promette esercizio quotidiano instancabile, confermando lo stereotipo per cui gli uomini del sud sarebbero grandi amatori.

Insomma, il livello della campagna è basso oggi come negli anni scorsi (per concept, resa grafica, creatività linguistica, fotografia: tutto). Ma quest’anno nessuno protesterà: non le donne, per una volta non denudate né rese oggetto, ma neppure gli uomini meridionali, che saranno sotto sotto orgogliosi che un’azienda ricordi le meraviglie delle loro prestazioni sessuali.

Pari opportunità?

Non direi, perché c’è una differenza importante: il degrado del corpo maschile è ammorbidito dall’ironia dell’implicito riferimento alle campagne precedenti; inoltre è compensato dall’allusione alla «grandezza» dell’organo maschile e delle sue prestazioni.

Il degrado del corpo femminile che TTTLines aveva fatto nel 2008 e 2009 era invece – come spesso accade in pubblicità – del tutto privo di queste consolazioni (vedi: TTTLines: fra noia e proteste).

TTTLines: fra noia e proteste

La compagnia di navigazione TTTLines lo rifà. Nel 2008 aveva promosso la rotta Napoli-Catania con questa affissione (clic per ingrandire tutte le immagini):

Vesuvio ed Etna

Quest’anno ha scelto la headline «Abbiamo le poppe più famose d’Italia» per presentare i fondoschiena seminudi di alcune turiste che prendono un traghetto. Il formato è gigantesco:

Abbiamo le poppe

Niente di nuovo sotto il sole estivo. Nella pubblicità italiana l’uso di seni e sederi femminili, nudi o seminudi, risale almeno ai primi anni Settanta. Solo che oggi è più frequente. Meno frequente è il tentativo, da parte di gruppi e associazioni femminili o femministe, di scagliarsi contro queste immagini con iniziative come quella di Napoli, quartiere Fuorigrotta:

Protesta Abbiamo le poppe

Non facciamoci illusioni. Queste iniziative sono preziose, ma le persone – donne e uomini – che trovano «divertenti», «simpatiche» e «azzeccate» le similitudini di TTTLines sono più numerose di quelle che se ne sentono offese. Basta farsi un giro in rete per constatarlo. Sentire le chiacchiere in autobus.

Perciò coprire le immagini con striscioni e tasselli non basta. Innanzi tutto attira subito l’accusa di moralismo censorio e limitazione della libertà individuale. Quale libertà? Quella di girare in short e minigonne, naturalmente. Già me li immagino, donne e uomini, ragazzine e ragazzini, tutti a scuotere la testa: «Ma sono rimaste indietro? si scandalizzano per un bel culo?». Oppure: «Non capiscono il gioco, l’ironia? non sono capaci di ridere?». Infine l’acidità peggiore: «Le femministe sono invidiose perché non hanno niente di bello da mostrare».

Dunque, come uscire da questa impasse? Credo che alle manifestazioni di protesta vada aggiunto un lavoro minuzioso e attento sulla comunicazione. Su tutti i media, in tutti gli ambienti, tutti i giorni. Il modo migliore per corrodere la comunicazione è usare le sue stesse regole. Specie se si vogliono raggiungere le masse e ottenere risultati duraturi.

Inventiamo campagne di contro-pubblicità, per esempio. Che siano davvero intelligenti e nuove. Originali. Non ripetitive fino alla noia, tutte seni e sederi. Un po’ quello che su altri fronti fanno gli Adbusters, ma in modo meno intellettualistico di loro, più mirato al grande pubblico.

Ancora più facile: inventiamo campagne che giochino sul corpo maschile. E non mi si obietti che la pubblicità già lo fa, perché esibisce pure corpi maschili. Attenzione: i bei ragazzi della pubblicità – comunque meno delle ragazze – alludono spesso al mondo gay. Ma nessuno gioca su quei corpi come fa TTTLines con le donne. Io invece penso a campagne rivolte a tutti, con questo obiettivo: scherzare col corpo maschile, metterlo alla berlina. Come da sempre si fa con quello delle donne.

Ma invertendo i ruoli, una buona volta.

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NB: questo articolo è uscito oggi su www.zeroviolenzadonne.it, nella sezione Controimmagine.