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Compagnie telefoniche: se dici o scrivi parolacce a un servizio di risposte automatiche, riesci a parlare con un essere umano?

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Diversi amici e conoscenti mi hanno segnalato, negli ultimi mesi, un fenomeno curioso nelle loro relazioni con le compagnie telefoniche: se interagisci con la voce registrata di un call center o con un servizio automatico di risposte sms e non ottieni quel che cerchi, conviene dire o scrivere una parolaccia. D’improvviso, come per incanto, la risposta si fa, da inadeguata e/o priva di senso che era, pertinente e sensata, e in due mosse ottieni l’informazione o il servizio che cercavi. Tanto varrebbe, allora, esordire con una parolaccia? Mi chiedo se stiamo assistendo alla codificazione del turpiloquio – e dell’aggressività che implica – come metodo per ottenere in modo più rapido ed efficace ciò che si vuole. Qui l’esempio di un esilarante scambio con TIM (ringrazio Luca per avermelo passato):

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Può il rap essere “politicamente corretto”?

Incredible Mozart Rap

Mac Lethal è un artista hip hop americano, celebre per essere di lingua particolarmente veloce. Un bel giorno una sua fan, che di mestiere insegna musica a scuola, gli scrive lamentandosi del fatto che lui, come la grande maggioranza di musicisti rap e hip hop usano troppo turpiloquio e presentano contenuti troppo negativi e distruttivi perché si possano introdurre ufficialmente a lezione con i ragazzini. Mac Lethal, allora, Continua a leggere

Lui si gira, la guarda e le grida in faccia: «Uh, ma che cessa!»

Ragazzo manga cattivo

Da mesi le chiacchiere mediatiche sul turpiloquio, l’aggressività verbale e il cosiddetto hate speech si sprecano. Di solito lo sciocchezzaio più frequentato addossa le colpe a Internet, al Web, a Facebook. Come se la rete favorisse il “linguaggio dell’odio”, lo rendesse più facile (perché l’aggressore si nasconde dietro l’anonimato) e lo rendesse più pesante (perché se non guardi in faccia la tua vittima, è più facile colpirla). Casca a fagiolo l’episodio che mi ha raccontato Lucia (nome inventato), 22 anni, terzo anno di Scienze della comunicazione. Continua a leggere

Grillo, il turpiloquio e il linguaggio politically correct

Grillo

Mi sono trovata spesso a difendere il turpiloquio di Grillo dagli schizzinosi che lo attaccano per perbenismo linguistico, della serie non-si-dicono-le-parolacce-gnè-gnè-gnè: le parolacce si dicono, eccome, le diciamo tutti e, nel contesto giusto e con i toni giusti, possono avere una funzione liberatoria e a volte persino innovativa, spiazzante. Mi sono trovata spesso a spiegare che il turpiloquio di Grillo è diverso da quello della Lega e di qualunque altro politico, perché viene dalla satira e come tale attacca il potere, ma soprattutto perché, se pronunciato (e agito) da lui nelle piazze, fa ridere e la risata stempera ogni aggressività. Mi sono trovata spesso a correggere chi dice «grillini», Continua a leggere

Misurare le parole

Che il linguaggio contribuisca a forgiare ciò che pensiamo, sentiamo e addirittura percepiamo è qualcosa che la ricerca scientifica sa da tempo: schiere di psicologi, filosofi, sociologi e semiologi hanno ripetuto per tutto il Novecento che gli esseri umani sono fatti di parole e segni, oltre che di carne e ossa. È con le parole che costruiamo la nostra capacità di pensare, è di parole che sono fatti gran parte dei nostri pensieri, ed è dalle parole che dipende pure il mondo esterno, o almeno quella fetta che rientra nei limiti della nostra comprensione.

Questa consapevolezza è ormai talmente diffusa da essere entrata nel senso comune: capita a tutti di sentir ripetere nei contesti più disparati, dai talk show ai supermercati, frasi come «Le parole sono pietre», che era il titolo di un libro di Carlo Levi, o «Le parole sono importanti», che fu urlata da Nanni Moretti nel film Palombella Rossa, per dar voce alla rabbia che il personaggio Michele Apicella provava contro i luoghi comuni sciorinati dalla giornalista che lo stava intervistando.

Le parole sono pietre

Le parole siamo noi insomma, e lo sappiamo. Inoltre sono pietre, nel senso che possono fare male, e molto. Se non si scelgono con ponderazione e non si usano con tatto. Anche di questa ponderazione ci riempiamo la bocca da anni, con il linguaggio politically correct: non diciamo più «handicappati» ma «disabili», non più «spazzini» ma «operatori ecologici», non più «negri» ma «neri» o «persone di colore». Per non parlare delle acrobazie linguistico-simboliche con cui cerchiamo di consolare le donne della loro discriminazione sociale ed economica, particolarmente più grave in Italia che in altri paesi sviluppati: «care colleghe e cari colleghi», «care/i colleghe/i», «car* collegh*» e via dicendo.

Ma se da un lato ci esercitiamo in circonlocuzioni «politicamente corrette», dall’altro siamo pronti, oggi più di ieri, a usare la lingua in modo sbracato: turpiloquio, espressioni colorite, colloquiali e gergali hanno ormai invaso anche gli ambienti più colti ed elitari – dall’università all’azienda, dalla politica alle istituzioni – nell’idea che «parlare come si mangia» implichi maggiore autenticità ed efficacia del parlar forbito. Un’idea confermata tutti i giorni dai media, specie dalla televisione, dove l’aggressività linguistica è diventata per molti (giornalisti, star, ospiti) un vezzo, un fatto di stile. E in quanto tale fa tendenza e si riproduce ovunque, dai salotti chic ai flaming su internet.

Non è facile trovare un equilibrio fra questi due poli: da una parte, infatti, le formule politicamente corrette non bastano a costruire il rispetto che pretenderebbero di esprimere, ma restano spesso una semplice facciata, dietro alla quale si possono camuffare le peggiori tendenze razziste, omofobe e sessiste; d’altra parte è vero anche che la sciatteria linguistica può implicare sciatteria esistenziale e relazionale: «Chi parla male pensa male e vive male», diceva ancora Nanni Moretti/Michele Apicella.

Ma se gli eccessi eufemistici possono cadere nell’ipocrisia, pure la posizione di Moretti corre i suoi rischi, che sono quelli dello snobismo: il mondo è pieno di persone che non hanno potuto dotarsi degli strumenti culturali necessari a raffinare il modo in cui parlano, ma sono ugualmente capaci di pensare e vivere benissimo, vale a dire con autenticità e rispetto per gli altri. Molto più di quanto non facciano certi sapientoni, la cui arroganza – verbale e non – vediamo all’opera tutti i giorni.

E allora, come se ne esce? Come si trova la misura giusta? Purtroppo non c’è una soluzione generale, perché l’attenzione, il senso di opportunità, il rispetto sono sempre relativi al contesto e al momento in cui si esercitano, ma soprattutto alla persona (o persone) a cui sono indirizzati. E oltre che con le parole possono essere trasmessi con l’espressione del volto, il tono della voce e gli atteggiamenti del corpo, con i quali si può confermare ciò che abbiamo detto, ma anche sconfessarlo. Perciò bisogna cercare la misura caso per caso, sempre ricordando che siamo ciò che diciamo e diciamo quel che siamo, ma lo diciamo con un mare di segni, sintomi e indizi ben più vasto delle parole, e lo diciamo anche con l’insieme dei nostri comportamenti e il tessuto delle nostre relazioni. Lo diciamo con tutta la nostra vita.

PS: Questo articolo è appena uscito in cartaceo su Multiverso, 11, 2012 e stamattina online anche sul Fatto quotidiano.