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Che cos’è la semiotica

In questo blog evito il metalinguaggio scientifico e le espressioni tecniche che lo contraddistinguono, ma in università insegno Semiotica, un campo disciplinare che è spesso un po’ misterioso per i non addetti ai lavori.

Nel 1998, assieme a Umberto Eco, scrissi la voce «Semiotica» per il Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano, nell’edizione aggiornata e ampliata da Giovanni Fornero (ultima ristampa nel 2006).

D’accordo con Eco e per gentile concessione della casa editrice UTET, mi pare utile mettere a disposizione quel testo in formato pdf.

Puoi scaricare da QUI la voce «Semiotica» scritta da U. Eco e G. Cosenza per il Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano (terza edizione aggiornata e ampliata da Giovanni Fornero, UTET, Torino, 2006, pp. 979-982).

PS: Per lo stesso dizionario ho scritto, sempre assieme a Eco, la voce «Traduzione» e, da sola, la voce «Pragmatica« e l’aggiornamento delle voci già esistenti «Semiosi», «Segno», «Semantica».

Canzoni e metafore

Negli ultimi anni, i testi delle canzoni italiane esagerano con le metafore: quanto più sono ardite e incongruenti, tanto più l’autore si compiace. E gli ascoltatori? Di solito sono contenti pure loro (parlo di canzoni di successo), ma a volte non capiscono. D’altra parte – dirai tu – le canzoni non sono scritte per essere capite: devono suggerire, emozionare, farsi ricordare. Giusto.

Però ti ricordo cosa diceva Umberto Eco nella celebre Bustina di Minerva su “Come scrivere bene” che altre volte ho citato in questo blog: «Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia».

Il problema del cigno che deraglia non è l’insensatezza della frase, visto che, presa alla lettera, qualunque metafora (anche la più banale) produce frasi insensate o false: letteralmente parlando, una persona veloce non è un fulmine, visto che non provoca scosse elettriche; e se Romeo diceva di Giulietta che era il sole della sua vita, non parlava certo delle doti abbronzanti della fanciulla.

Il problema del cigno deragliante è che non c’è nulla – ma proprio nulla – nel campo semantico del cigno (leggerezza, eleganza, danza…) che abbia a che fare con i significati associati al deragliamento (treni, rotaie, ferraglie…).

Allora ti propongo un gioco: ti vengono in mente canzoni italiane (vecchie o nuove che siano) in cui ci siano cigni che deragliano? Versi che da sempre ascolti passivamente, ma da sempre ti lasciano perplessa/o? Metafore di fronte alle quali la tua reazione è: “boh”, o addirittura: “bleah”?

Comincio io, tanto per dirne una molto brutta.

Zucchero Fornaciari, “Indaco dagli occhi del cielo” (2004):

E piovono baci dal cielo
Leggeri come fiori di melo
Gocce di mercurio dal cielo

Esplodono baci dal cielo
E i nostri bei figli sul melo…

Ogni volta che passa in radio, io mi vedo cadere addosso (anche per qualche secondo, prima di cambiare immediatamente stazione) un spaventosa quantità di palline grigie e molli (come quelle che escono da un termometro che si rompe), e poi immagino i bambini impiccati sugli alberi di Maurizio Cattelan, quell’opera che nel 2004 fece scalpore a Milano. Cosa poi queste immagini abbiano a che fare con i baci, qualcuno me lo deve spiegare.

Ci sono canzoni che ti fanno un effetto simile? Anche canzoni d’autore, anche presuntamente intoccabili?

Trionfi e cadute della fiction per adolescenti

Ho cominciato a riflettere sulla fiction per adolescenti nell’ottobre 2006, quando crollarono gli ascolti della serie televisiva The OC (dal 2004 su Italia 1 in prima serata), tanto da indurre Mediaset a interromperne la programmazione – a metà della terza stagione – per poi riprenderla in seconda serata nella primavera 2007, ma sospenderla definitivamente a settembre 2007.

Volevo capire, un anno e mezzo fa, come mai una serie in apparenza simile a Beverly Hills 90210 negli anni Novanta e Dawson’s Creek fra il 1998 e il 2003 avesse fatto – dopo il successo iniziale – un clamoroso fiasco, mentre le precedenti avevano ottenuto consensi ben più durevoli.

Allora ho confrontato The OC con due celebri serie per adolescenti: Happy Days, di tanti anni fa, e la più vicina Dawson’s Creek, appunto. Il lavoro è appena stato pubblicato in un volume collettivo a cura di Maria Pia Pozzato e Giorgio Grignaffini Mondi seriali. Percorsi semiotici nella fiction, Link-Ricerca, Milano, marzo 2008.

Il libro è molto interessante (a tratti pure divertente) e ti consiglio di prenderlo: ci hanno scritto persino Umberto Eco e Carlo Freccero, tanto per dirne due noti 😉 e, se ti piace la fiction televisiva, ci trovi un po’ di tutto: dallo storico Twin Peaks a Dr. House, da Lost a Sex and The City e Desperate Housewives (questo è l’indice del libro).

Se intanto vuoi leggere il mio pezzo sul teen drama, te lo lascio in pdf, per gentile concessione di Link-Ricerca.

Eccolo qua, s’intitola “Perche The OC non ha funzionato? Trionfi e cadute della fiction per adolescenti.

Aspetto i tuoi commenti dopo che l’avrai letto – ma anche prima, se già ne sai qualcosa.

Per le rime

“Le allitterazioni allettano gli allocchi”, diceva Umberto Eco in una Bustina di Minerva che uso sempre nei corsi di scrittura.

Ma pure dalle rime ti devi guardare, perché sembrano piacevoli anche quando sono stucchevoli. 🙂

A meno che tu non sia brava come Dino Campana in questa poesia. Lo so che è stracitata (almeno dopo un paio di film italiani), ma prima o poi dovevo dedicarle un post (oltre al sottotitolo del blog).

La amo da quando andavo a scuola, perché mi sento un po’ così:

Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare

Senti anche tu le onde?

Letterati allitteranti o allettanti illetterati?

Il progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills) nasce nel 1994 da una collaborazione fra OCSE, Statistics Canada, National Center for Education Statistics (Department of Education, USA) e i responsabili (governi o istituti di ricerca) dei paesi partecipanti, che sono: Belgio (francese e fiammingo), Bermuda, Canada (francese e inglese), Cile, Corea, Costa Rica, Italia, Messico, Norvegia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Svizzera (francese, tedesca, italiana).

Da qui nasce la parola “letteratismo“, che traduce l’inglese literacy e si riferisce a un insieme articolato di competenze e abilità di comprensione e scrittura di testi, tabelle, grafici, come mediamente circolano nelle società occidentali: giornali, bugiardini di medicinali, documenti vari. Più alcune capacità fondamentali di fare conti e risolvere problemi.

Il tutto è suddiviso in 5 livelli di abilità: dal livello 1, il più basso, che rappresenta competenze/abilità molto modeste e fragili, fino al livello 5, che indica il pieno letteratismo. La scala pone il livello 3 come minimo necessario per garantire alle persone un inserimento soddisfacente nella complessa vita adulta occidentale.

Nel 2006 Vittoria Gallina, responsabile della ricerca ALL per l’Italia, ha pubblicato con l’editore Armando, i risultati sul grado di letteratismo italiano nel 2003-2004.

Dall’indagine emerge che il 46,1% della popolazione italiana fra 16 e 65 anni si trova al livello 1, il 35,1% al livello 2 e solo il 18,8% al livello 3 o superiore. Va precisato che coloro che non raggiungono il livello 3 hanno spesso titoli superiori, non solo la licenza elementare o media: è lo stile di vita, a quanto pare, a indurli a questo analfabetismo di ritorno.

E i giovani?

Il 35% dei giovani italiani (16-25 anni) sta al livello 1 della competenza alfabetica funzionale, il che significa che hanno/avranno seri problemi nell’inserimento sociale e nell’esercizio dei diritti di cittadinanza in una società democratica. Un altro 39% non supera il livello 2 di competenza, mentre solo il 26% raggiunge o supera il livello 3.

L’indagine è stata rispolverata il 6 febbraio scorso da Michele Smargiassi in un articolo su Repubblica, in cui ce n’è per tutti: laureati in materie umanistiche, aspiranti magistrati, medici, tutti a scrivere con strafalcioni. Persino alcuni docenti universitari, a lezione, leggono a stento slides malandate. Ma poi l’articolo si chiude con un’intervista in cui si dice che, per certi ruoli, basta “un buon paio di stivali di gomma”.

L’articolo è rimbalzato in rete, e i commenti si sono sprecati. La maggior parte dei blog che ho letto si scandalizzano di errori altrui (“Dove andremo a finire…”), salvo poi aggiungerne di propri. Altri impreziosiscono la loro invettiva con strampalati giri di parole, giusto per far vedere quanto sono bravi loro (ma le allitterazioni “allettano gli allocchi”, diceva Eco in una deliziosa Bustina di Minerva).

Posto che Luisa Carrada, in un post dedicato all’argomento, ha generosamente salvato i lettori di questo blog, e che l’umiltà è sempre il modo più intelligente di affrontare certi temi, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi: colpa della scuola? della mancanza di tempo? del mercato?

E tu, a leggere questi dati, come ti senti? cos’hai fatto per raggiungere un grado decoroso di letteratismo? che farai per migliorarlo? cosa vorresti che l’università facesse per te?

Il maestro è sempre il maestro

Qualche mese fa ho ripescato, su segnalazione dell’amica Lella Mascio, questa splendida intervista che Umberto Eco fece quand’era ancora imberbe e giovincello.

Alla fine non ho resistito: dovevo mostrartela.

Il maestro è sempre il maestro, ma è molto più bello oggi di ieri.

Realizzazione di Filippo Porcelli, per la serie “Forme di comunicazione attraverso l’uso creativo del repertorio”.